Se “Spelacchio” o “fake news” sono le parole dell’anno passato, “startup” è sicuramente la parola degli anni ’10 di questo secolo. A livello simbolico, la data di inizio dell’era globale delle startup può essere considerata il primo ottobre 2010, quando nei cinema esce il film “The Social Network”. Grazie alla coppia Fincher – Sorkin (un regista e uno sceneggiatore che stanno al cinema come Messi e Cristiano Ronaldo al calcio) il bio-pic sulla vita di Mark Zuckenberg genera, in apertura di decennio, uno sciagurato fenomeno culturale di massa: da quel momento orde di mitomani e di individui facilmente suggestionabili si convincono che “startup” non sia un tipo di impresa ma uno stile di vita, che comincia con un’idea quasi sempre banale per condurre, matematicamente, alla felicità terrena.

Si conobbero nel 1925 all’Università di Marburg, dove entrambi frequentavano Filosofia, al seminario di Heidegger: Hannah Arendt, diciannovenne (era nata nel 1906) e Günther Stern (poi Anders, diremo come e perché), che aveva qualche anno di più (era nato nel 1902). Si persero di vista per un periodo, proprio quello in cui Hannah Arendt ebbe una relazione con il loro professore Martin Heidegger. Si ritrovarono a una festa e nel 1929 si sposarono in un sobborgo di Berlino ma il loro matrimonio, una «comunità di studio e di lavoro», durò poco.

Bitcoin vola. La sua ascesa a quotazioni stratosferiche gli hanno fatto guadagnare la ribalta della cronaca anche al di fuori dei circoli degli iniziati e della stampa finanziaria. Ha sfondato la soglia dei 10 mila dollari, dopo essere salito del 100 per cento in poco più di un mese e di oltre il 1.000 per cento in un anno. Invano l’editorialista del Financial Times, John Authers, ha cercato precedenti paragonabili nella storia dei mercati finanziari. Bisogna risalire fino alla bolla dei tulipani per trovare un rialzo altrettanto vertiginoso, per la cronaca finito poi in un’ancor più repentina caduta.

Siamo tutti artisti, tutti psicologi, tutti scrittori. E allora largo alla libera espressione di sé, alla narrazione del proprio vissuto in ogni forma possibile: l’era digitale non ammette intermediari, annichilisce il ruolo di maestri e critici. Del resto chi ha il diritto di stabilire il valore del mio romanzo se pubblicato su Wattpad piace a migliaia di lettori? E invece è un equivoco, amplificato dal dilagare della moda autobiografica, dalla frenesia di far sapere al mondo che siamo esistiti e continuiamo a esistere anche se non possediamo una vita proprio inimitabile.

Un fenomeno a cui stiamo assistendo sempre più spesso, ultimamente, è quello delle mostre senza opere originali, che propongono nuovi approcci alle opere d’arte attraverso quelle che vengono descritte come esperienze “immersive” e “totali” nella pittura di questo o quell’artista, scelto tra i più popolari e suggestivi: Caravaggio, Van Gogh o Chagall. Si tratta di spettacoli multisensoriali di video-installazioni accompagnate da concerti di suoni e odori che, insieme alle avveniristiche ricostruzioni tridimensionali usate come supporto didattico nelle mostre tradizionali, e agli stupefacenti lungometraggi cinematografici realizzati con sequenze di fotogrammi che imitano la maniera di un artista, testimoniano un cambiamento del nostro sguardo: l’occhio non sembra accontentarsi più dell’immagine apparentemente statica di una superficie pittorica, da solo non è in grado di veicolare l’introiettarsi del dato visivo al di qua del nervo ottico nella pellicola impressionabile della nostra percezione, dove avviene ogni volta una rinnovata intuizione, ma richiede qualcosa di più coinvolgente.

In pochi anni la comunicazione, con l’avvento del digitale, è passata dall’era della scarsità a quella dell’abbondanza. Dalla nascita della tv, nel 1954, fino al 1961 in Italia l’etere era monopolizzato da una sola rete televisiva, il “Nazionale”, mentre oggi abbiamo centinaia di canali a portata di telecomando. Nel 2001 i siti web registrati in Italia erano circa 100.000, cinque anni dopo erano già diversi milioni. All’inizio del 2017, in ogni minuto il motore di ricerca Google riceveva 3,8 milioni di richieste, Facebook circa 3,3 milioni di post e 1,8 milioni di Like, nascevano 571 nuovi siti e 70 nuovi domini, su youtube venivano caricate 500 ore di video, su twitter si cinguettava 488.000 volte.

Sappiamo tutti che cos’è la letteratura: più o meno, naturalmente. Lo sappiamo nel senso che siamo in grado di riconoscere un’opera letteraria distinguendola da opere che appartengono alla filosofia, alla storia, alle scienze naturali. Anche se negli ultimi decenni alcuni studiosi (come Derrida) hanno enfatizzato una certa labilità dei confini, nella stragrande maggioranza dei casi non abbiamo dubbi: e persino nei casi più ambigui, tendiamo a risolverli considerando il Simposio di Platone o lo Zarathustra di Nietzsche come opere filosofiche, e Il dialogo dei massimi sistemi come un’opera scientifica benché gli autori che sto menzionando siano, indiscutibilmente, anche grandi scrittori.

In Disorder dei Joy Division, un cupissimo Ian Curtis cantava poeticamente: “Aspettavo che venisse una guida e mi prendesse per mano”. Quella strofa ha rappresentato il punto di svolta per un’intera generazione e ha messo in discussione, anche solo per un momento, la questione del conflitto generazionale che aveva animato la cultura giovanile sin dagli anni cinquanta. Il tema della libertà assoluta, tanto agognata dalla generazione dei baby boomer, protagonisti degli anni sessanta, viene ribaltato in una nuova mistica dell’autorità.