Breve storia della censura

In pochi anni la comunicazione, con l’avvento del digitale, è passata dall’era della scarsità a quella dell’abbondanza. Dalla nascita della tv, nel 1954, fino al 1961 in Italia l’etere era monopolizzato da una sola rete televisiva, il “Nazionale”, mentre oggi abbiamo centinaia di canali a portata di telecomando. Nel 2001 i siti web registrati in Italia erano circa 100.000, cinque anni dopo erano già diversi milioni. All’inizio del 2017, in ogni minuto il motore di ricerca Google riceveva 3,8 milioni di richieste, Facebook circa 3,3 milioni di post e 1,8 milioni di Like, nascevano 571 nuovi siti e 70 nuovi domini, su youtube venivano caricate 500 ore di video, su twitter si cinguettava 488.000 volte.

Questa alluvione incontrollata e incontrollabile di contenuti sembra rendere velleitario qualunque tentativo di controllo o censura, come svuotare l’oceano con una tazzina da caffè. Basta invece leggere con attenzione le brevi di politica internazionale per verificare che la censura è ancora pratica corrente in tutto il globo. In genere sembrano le ripicche goffe e inefficaci di un piccolo satrapo che non ha capito come funziona il mondo. In realtà, come tutte le forme di censura, la repressione serve da deterrente: colpirne uno per educarne cento. È la stessa logica con cui si muovono i poteri (e le mafie e le milizie) che minacciano, feriscono, uccidono i giornalisti scomodi: non tanto perché abbiano scoperto o stiano per scoprire quello che è già sotto gli occhi di tutti, ovvero che il potere è corrotto e corrompe, quanto per lanciare un avvertimento: se dici che il re è nudo, rischi di fare la stessa fine.

Nei regimi totalitari, anche in quelli nati “con le migliori intenzioni”, la situazione è tragicamente chiara, come racconta l’ultimo saggio di Tzvetan Todorov, L’arte nella tempesta. L’avventura di poeti, scrittori e pittori nella rivoluzione russa (traduzione di Emanuele Lana, Garzanti, 2017). Il “sogno di un amore reciproco tra artisti e rivoluzionari”, il “fascino per l’ideale” e i “nobili obiettivi” vengono presto travolti dalle “conseguenze indesiderabili” fatte di “distruzioni, violenza, crudeltà”. Dopo aver ripercorso il destino di alcuni artisti perseguitati da Lenin e Stalin, Todorov prende atto che “lo stato sovietico è di gran lunga più potente di un semplice individuo, non ha alcuna difficoltà a mettere a morte o condannare a una forma di inesistenza sociale le persone che non gli vanno a genio. Il combattimento è davvero ad armi impari. La resistenza diretta (…) è quasi impossibile; le strategie di adattamento di fronte al potere permettono, nel migliore dei casi, la sopravvivenza fisica (pensiamo a Zamjatin, Bulgakov, Ejzenštein, Pasternak, Šostakovič), ma non la libera espressione del creatore”. Non esistono efficaci strategie di difesa e sopravvivenza, nemmeno la resa.

Il bilancio è fallimentare: “Quelli che emigrano – Bunin, Cvetaeva, Zamjatin, e lo stesso Gor’ki – non sono più ascoltati all’interno dell’URSS. Chi pensa che il creatore debba essere profondamente sincero nell’espressione dei propri sentimenti, come Blok, Babel’ o Pasternak, si condanna da sé al silenzio. Quanti tentano una forma di resistenza aperta, come Pil’niak o Mandel’štam, sono repressi in breve tempo. I tentativi di avvicinarsi al programma ufficiale preservando al tempo stesso una voce originale non approdano a nulla: Majakovskij, Mejerchol’d, Bulgakov, Ejzenštein vedono i loro progetti sistematicamente ostacolati. Per riuscire a continuare a creare musica in accordo con le proprie esigenze, Šostakovič è obbligato a proteggerla dietro una cortina di parole ossequiose. Sono tutti bruciati dalla fiamma rossa della rivoluzione d’Ottobre” (pp. 129-130). Nella stessa direzione va la documentata e struggente ricostruzione del martirio di Mejerchol’d a cura di Fausto Malcovati (Vsevolod E. Mejerchol’d, L’ultimo atto. Interventi, processo e fucilazione, La casa Usher, 2011). Tuttavia la conclusione di Todorov punta in una direzione diversa, e apre alla speranza: “Il regime vince puntualmente numerose battaglie, ma perde la guerra. Alla lunga gli artisti prevalgono sui dirigenti politici” (p. 134).

Perché la censura non si può ridurre all’alternativa tra proibito e lecito. Non si può interpretare con la semplice contrapposizione tra “creatività e repressione”, come argomenta Robert Darnton.

La censura all’opera. Come gli Stati hanno plasmato la letteratura (traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 2017) esplora tre situazioni storiche e politiche molto diverse: la Francia prerivoluzionaria, ai tempi di Luigi XIV; l’India coloniale tra Otto e Novecento; la Repubblica Democratica Tedesca del secondo dopoguerra, raccontata magistralmente nel 2006 da Florian Henckel von Donnersmarck nel film Le vite degli altri. Darnton si concentra sul lavoro e sulle modalità operative dei censori, esaminando i rapporti che hanno prodotto e gli atti processuali, e persino intervistando (nell’ultima tappa) gli stessi censori, per comprenderne atteggiamento e ragioni.

Nella storia della censura è ovviamente protagonista la repressione poliziesca, fatta di “irruzioni nelle botteghe di libri; interrogatori e intimidazione dei sospettati, arresto di autori, editori e tipografi; intercettazione della posta; perfino l’impiego di spie infiltrate nelle riunioni” (p. 139). Ci sono i procedimenti giudiziari, che devono in qualche modo “giustificare” le limitazioni della libertà d’espressione. Ma il punto è un altro: “la censura era una battaglia intorno al significato. Che comportasse la decodificazione dei riferimenti di un romanzo a chiave o la lettura tra le righe di un romanzo picaresco, la censura richiedeva sempre un confronto interpretativo” (p. 257). Per Leo Strauss, “i censori sono per natura stupidi, perché sono incapaci di scorgere il significato celato tra le righe dei testi non ortodossi” (p. 257). Darnton dissente. È vero che i censori gli appaiono “personaggi a cui, più che epurare il testo, premeva soprattutto proteggere se stessi” (p. 235). Ma in ogni caso la loro attività era “di norma un processo tortuoso, che richiedeva talento e preparazione, e che penetrava capillarmente e in profondità l’ordine sociale” (p. 258).

La censura è una pratica ermeneutica. L’intera procedura viene risucchiata verso la filologia, soprattutto nei regimi in varia misura repressivi, dove gli artisti (e il pubblico) mettono in atto strategie di mascheramento e cifratura, fatti di sottintesi, travestimenti, metafore, invenzioni poetiche. Nella Francia prerivoluzionaria, dove la preoccupazione maggiore era evitare lo scandalo che poteva colpire personaggi ritenuti potenti, i censori dovevano essere attentissimi a decodificare le allusioni dei “romanzi a chiave”. Quando raccontavano gli intrighi e le perversioni della corte, quei romanzi sgangherati, scritti magari da una servetta, potevano diventare richiestissimi bestseller (venduti sottobanco), ma irritavano i feroci e potenti bersagli della satira. Nell’India coloniale, dove la libertà d’espressione doveva essere garantita dai principi del Commonwealth (così come lo era nella madrepatria), i giudici dovevano individuare le allusioni di testi poetici apparentemente innocui e “il dibattimento incorporava tutti gli elementi che ci si aspetterebbe di trovare in un odierno corso universitario di filologia, campi semantici, struttura metaforica, contesto ideologico, reazioni dei lettori e comunità interpretative” (pp. 146-147). Si prestava particolare attenzione alle letture ad alta voce, che potevano raggiungere il vasto pubblico degli analfabeti. Senza dimenticare che gli attori possono sempre “colorare” il testo di intenzioni politiche diverse a seconda dei contesti. Nella DDR il rapporto tra autore e censore era strettissimo: per molti aspetti, i censori erano puntigliosi editor, che tagliavano alcuni passi e ne facevano riscrivere altri, suggerivano cambiamenti nella struttura e imponevano conclusioni in grado di trasmettere la “morale della favola” in linea con le direttive del Partito. È una intimità che arriva fino al paradosso: la censura, “vista dall’interno, sembra quasi coincidere con la letteratura stessa: i censori erano convinti di essere coloro che facevano esistere in concreto la letteratura” (pp. 260-261).

Per capire l’effettivo funzionamento della censura, è necessario inserirla “in una più ampia visione della storia della letteratura, intendendo la letteratura come un sistema culturale innervato in un ordine sociale” (p. 95). È indispensabile la conoscenza della filiera industriale e dell’economia del libro, e dell’orizzonte culturale, sociale e politico: “Quello degli autori era soltanto uno dei ruoli, limitato all’inizio del processo (gli autori scrivevano i testi mentre i redattori, i grafici e i tipografi costruivano i libri), e i lettori spesso determinavano il risultato finale. Nel mezzo interveniva una varietà di mediatori, ciascuno con legami all’esterno del sistema. (…) Al di là di queste figure, la letteratura faceva parte di un più ampio contesto (…) La natura stessa della letteratura era definita dal punto di vista culturale (…) aderiva ai sistemi culturali, con gli specifici assetti e valori intorno ai quali si erano consolidati” (pp. 261-262).

La censura e la libertà d’espressione sono materia di un continuo negoziato, attraverso il quale le varie autorità preposte costruiscono una narrazione che rende necessaria e legittima la repressione; dal canto loro, gli artisti lottano e si sacrificano per allargare l’orizzonte di quel che si può dire o mostrare. Il dispositivo parte dalle procedure poliziesche, passa per le aule di tribunale, ma interessa anche l’opinione pubblica (o il suo simulacro). Si esercita in forme spesso sfumate, sottili e complesse, con conseguenze a volte impreviste: per molti artisti la censura è da sempre una medaglia al valore satirico e, se bene utilizzata, un insuperabile strumento di marketing.

La visione di Darnton implica che esista una continuità tra i vari regimi che regolano “il discorso”, da quelli più stolidamente repressivi alle democrazie dove la libertà di parola è garantita nella maniera più ampia. Norman Manea, dopo aver subito le angherie degli sgherri di Ceausescu in Romania, nel 1988 si rifugiò negli USA. Nella patria del Primo Emendamento “scoprì la libertà”, “non già un ordine senza vincoli e limitazioni, ma un complesso sistema che richiedeva a sua volta dei compromessi, alcuni imposti dalle ‘dure leggi del mercato’” (p. 268).

Questa ricostruzione, spesso ricca di aneddoti divertenti (come il censore capo del Re di Francia Jean-Charles-Pierre Lenoir che iniziò a produrre e spacciare libri proibiti), non ha solo un valore storico, e non riguarda soltanto i regimi repressivi e le “democrature” che stanno infettando un pianeta destabilizzato dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. Può aiutarci a capire meglio come funziona la comunicazione ai tempi della democrazia della rete. Perché la censura non è un relitto archeologico, destinato a essere cancellato dal progresso politico e tecnologico.

Nel paese più popoloso del mondo, la Cina, vengono oscurati tra l’altro social come Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Tumblr, Snapchat, Picasa, WordPress.com, Blogspot, Blogger, Flickr, SoundCloud, Google+, Google Hangouts, Hootsuite; apps come Google Play, Line, KaKao Talk, Telegram; motori di ricerca come Google (sia Google.com sia la maggior parte delle versioni locali quali Google.com.hk, Google.fr, eccetera), Duck Duck Go, oltre che diverse versioni estere di Baidu e Yahoo; tra i media non sono accessibili testate “sovversive” come “The New York Times”, “Financial Times”, “The Wall Street Journal”, “The Economist” Bloomberg, Reuters, “LeMonde”, “L’Equipe”, Netflix, Youtube, Vimeo, Google News, Daily Motion, molte pagine di Wikipedia, Wikileaks; sono bloccati anche quasi tutti i siti porno.

In occasione del recente Congresso del Partito Comunista, nell’ottobre 2017, i censori cinesi hanno creato un curioso paradosso: hanno continuato a oscurare numerosi siti, ma non hanno censurato la notizia della Bbc in cui si denunciava la censura made in China. Una distrazione? Forse un tentativo di dimostrare che la censura non esiste? Oppure la prova definitiva della potenza di un meccanismo talmente potente che si può permettere di farsi pubblicità attraverso la Bbc? (Se Pechino censura la censura: per censurare di più, “La Stampa”, 25 ottobre 2017).

Restando più vicino a noi, le censure non mancano. Di recente, il Comune di Milano ha negato le affissioni dei manifesti della LAV (Lega Anti Vivisezione) contro la caccia, vietati come “garanzia e tutela verso tutti quei cittadini particolarmente sensibili e che scelgono di non prendere parte alla caccia”. Ma è sufficiente rastrellare le “brevi di cronaca” per trovare quasi ogni giorno notizie analoghe.

Sparare ai giornalisti scomodi oppure oscurare i social network paiono tattiche piuttosto rozze e brutali, efficaci per il mondo analogico o per la rete 1.0, ma oggi rischiano di rivelarsi un boomerang. Per filtrare i contenuti oltraggiosi, denigratori, razzisti, pornografici, la rete 2.0 non risponde ai capricci del tiranno o dalle competenze di un giudice, ma parte dalle richieste degli utenti. Grazie a milioni di segnalazioni e alle migliaia di editor che le filtrano, un social network come Facebook elimina sistematicamente e rapidamente i contenuti giudicati pornografici. A volte la solerzia supera il limite del ridicolo. Nel 2015 Vittorio Sgarbi si era scattato un selfie al Musée d’Orsay di Parigi, davanti al capolavoro di Gustave Courbet L’origine del mondo: ha postato l’immagine su Facebook e la sua pagina è stata subito chiusa a causa del contenuto giudicato “pornografico” (e non era la faccia del critico). Di recente, anche il Bacio di Auguste Rodin, che avrebbe dovuto pubblicizzare la mostra dello scultore a Treviso, è stato ritenuto inaccettabile dai custodi della morale 2.0, perché “mostra eccessivamente il corpo o presenta contenuti allusivi”.

Lo stesso social network è assai meno reattivo quando vengono segnalati episodi di oltraggio a sfondo razziale o religioso, insulti ad personam, sfottò contro minoranze, deboli, persone malate. Al centro delle preoccupazioni non ci sono le vittime dei post minacciosi od oltraggiosi, e nemmeno i principi etici e politici. Con le nuove linee guida definite nel settembre 2017, “Facebook punta a tutelare maggiormente i propri inserzionisti, preoccupati che i loro spazi pubblicitari finiscano vicino a contenuti violenti, espliciti o controversi da un punto di vista politico. (…) La decisione è stata una sorta di ‘contromisura preventiva’, dopo che alcuni grandi marchi, come Coca-Cola, Johnson & Johnson e Volkswagen, hanno abbandonato YouTube, il sito per la condivisione di video controllato da Google, perché i loro messaggi pubblicitari sono stati abbinati a video estremisti o a vario titolo dispregiativi. Carolyn Everson, vicedirettore generale delle soluzioni globali di marketing di Facebook, ha detto che è importante che ‘l’intero ecosistema della pubblicità digitale sia percepito come trasparente, affidabile e sicuro’” (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus, 13 settembre 2017).

Di fronte alle proteste di chi segnalava contenuti inappropriati che restavano indisturbati a disposizione degli utenti, spesso nel corso delle polemiche che esplodono periodicamente, i portavoce del social network hanno risposto per anni che è impossibile controllare un flusso così gigantesco di parole, immagini, filmati: “Facebook non può tenere sotto controllo i suoi contenuti. È diventato troppo grande, troppo in fretta”. Sulla base di questo principio, i social network non si ritengono (e non vengono ritenuti) responsabili dei contenuti postati dagli utenti (a differenza del direttore responsabile di una testata giornalistica o del webmaster di un sito o di un blog, che rispondono dei contenuti postati nei forum).

Il controllo invece esiste, ed è regolato in maniera assai precisa. Come ha rivelato di recente “The Guardian”, Facebook utilizza un complesso rulebook, un vero e proprio manuale, per decidere se cancellare o meno un post. Il meccanismo è articolato e davvero sofisticato.

Può bastare un esempio, relativo alle sevizie sugli animali: i filmati che mostrano maltrattamenti sui nostri amici a quattro zampe vengono eliminati, mentre le fotografie possono restare visibili, anche se hanno per protagonista un essere umano che prende a calci un cagnolino. Di fronte a immagini che potrebbero turbare molti utenti, come mutilazioni o torture di animali, viene attivato un avvertimento preventivo (warning) ma l’immagine resta visibile. Però le immagini possono essere eliminate se il post non serve ad accrescere la consapevolezza degli utenti, ma i commenti appaiono compiaciuti e possono istigare alla violenza.

Anche in questa fattispecie, in apparenza piuttosto semplice, lo scenario è pieno di trappole e ogni scelta va attentamente ponderata. Purtroppo il giudizio morale 2.0 non prevede lunghe riflessioni e dibattiti, ma deve essere espresso con grande rapidità: i “moderatori” di Facebook, che devono esaminare moltissimi post all’ora, spesso hanno meno di dieci secondi per prendere la loro decisione. Lo scenario si è fatto ancora più complesso dopo l’ondata di panico morale che ha accompagnato la “scoperta” delle fake news. L’allarme è scattato quando si è scoperto che nel corso della campagna elettorale che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca le fake news avevano avuto molte più visualizzazioni di quelle considerate “vere”.

A quel punto è salito in primo piano l’aspetto “editoriale” dell’attività dei social network, che era sempre stato negato dagli interessati. Quella che viene invocata non è una vera e propria censura, ma di una serie di filtri e avvertimenti che dovrebbero additare le fake news al pubblico ludibrio. Nel settore c’è molta concorrenza: vogliono tutti esercitarsi nel ruolo di censore 2.0. Facebook nell’estate 2017 ha sperimentato il “bollino rosso” che dovrebbe segnalare le fake news. Ma ha anche attivato il Facebook Journalism Project, che vuole offrire tool e servizi per i giornalisti, sviluppandoli insieme a università e organizzazioni. Facebook è anche tra i membri del News Integrity Initiative, un fondo da 14 milioni di dollari gestito dalla Cuny Graduate School of Journalism di New York, che vede tra i suoi membri anche Mozilla, Wikipedia, AppNexus, Betaworks, European Journalism Center, Unesco, fondazioni e università. I progetti di “filtri” per le fake news si moltiplicano, così come i saggi sull’argomento. Analogamente, da anni ormai la maggior parte degli sforzi redazionali di wikipedia ha come obiettivo la limitazione dei fake o di notizie orientate ideologicamente.

Chiunque abbia un minimo di consapevolezza filosofica sa, dai tempi dei sofisti fino alla Scuola di Vienna, che impostare il dibattito nei termini di vero o falso è fuorviante e ingenuo. Al massimo si tratta di decidere chi ha il diritto di diffondere fake news e chi invece non lo ha. La democrazia non si combatte sul fronte della verità e della menzogna, ma su quello della persuasione.

Nella prospettiva dei censurati, invece, il problema è un altro. Non riguarda tanto la libertà di parola quanto la libertà di pensiero, l’immaginazione e lo spirito critico. Lo sa bene chi ha vissuto in regimi illiberali, dovrebbe saperlo anche chi vive nelle democrazie dove la libertà d’espressione è un diritto.

Nota Darnton: “Il momento più importante del processo censorio è anche il più difficile da individuare, dal momento che avveniva nella testa dell’autore” (p. 204): può accadere per paura del censire, o per inseguire i desideri del pubblico o le necessità dello sponsor. Il censore interno, ha scritto Danilo Kiš, è il doppio dello scrittore: “il doppio che si appoggia sulla sua spalla e interferisce nel suo testo in status nascendi, rammentandogli di non commettere qualche sbaglio ideologico. Ed è impossibile raggirare questo doppio-censore, egli è come Dio, onnivedente e onnisciente, perché nato da vostro cervello, dalle vostre paure, dai vostri stessi fantasmi” (Danilo Kiš, Homo poeticus. Saggi e interviste, Adelphi, Milano, 2009, pp. 43-44).

L’autocensura non riguarda quello che si può o non si può dire. Non riguarda l’”ordine del discorso”. Riguarda un livello ancora più profondo, la radice stessa della nostra libertà. L’autocensura è sempre in agguato, anche nel libero Occidente. Basta ricordare gli inviti rivolti ai vignettisti di “Charlie Hebdo” dopo il massacro del 7 gennaio 2015, in nome dell’etica della responsabilità (“Se disegnate quelle vignette blasfeme, poi quelli sparano, e magari pure a me: non hai pensato alle conseguenze?”), del rispetto del sentimento religioso (“Offendete chi crede in ciò che ha di più sacro: chiaro che s’incazzano!”), del politicamente corretto e del rispetto delle minoranze. Ecco perché la libertà di pensiero è un bene fragile, ancora più difficile e prezioso da preservare della libertà di parola. Eticamente ancora più controverso e complesso. Per questo ciascuno di noi deve conquistare e difendere la propria indipendenza intellettuale, ogni giorno. La capacità di immaginare e immaginarsi “fuori dal coro”. Anche e soprattutto dove sono garantiti la libertà di parola, il diritto alla provocazione (più o meno intelligente), il successo sulla base dei MiPiace. (Oliviero Ponte Di Pino – www.doppiozero.com)

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