Il 26 giugno del 1967 – cinquant’anni fa – moriva don Lorenzo Milani, a casa della madre. Due giorni prima, a chi lo assisteva, tra cui Eda Pelagatti, aveva detto: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza. Un cammello che passa nella cruna di un ago». Il riferimento era alle sue origini borghesi di privilegiato, nato in una famiglia facoltosa di cattedratici agnostica ed ebraica da parte materna. Dopo la conversione al cattolicesimo nell’estate del 1943 rifiuterà quel suo status sociale e per tutta la sua vita – una nuova nascita, dirà il padre – si riferirà agli anni giovanili come a quelli «vissuti nelle tenebre e nell’errore».

In un libro di qualche anno fa, L’avventura della filosofia francese, Alain Badiou ha sostenuto che sarebbe esistito fra il 1943, anno di pubblicazione di L’essere e il nulla di Sartre, e il 1991, anno di apparizione di Che cos’è la filosofia di Deleuze e Guattari, un “momento” filosofico francese, paragonabile per ampiezza di respiro e novità tanto allo sviluppo del pensiero greco fra il V e il III secolo a. C. quanto alla stagione della filosofia classica tedesca, consumatasi fra il XVIII e il XIX secolo.

Cento anni fa, giusto in questi giorni, venivano recapitate a sceltissimi destinatari le poche decine di copie della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, stampata a Udine nel dicembre 1916. Almeno per quanto riguarda gli anniversari letterari, l’anno appena trascorso è stato generoso: il quinto centenario sia della pubblicazione del Furioso, sia del libro di Tommaso Moro che di lì a poco si sarebbe chiamato Utopia; il quarto centenario della scomparsa di autori del calibro di Cervantes e Shakespeare; il primo della pubblicazione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce e, come s’è detto, dell’ungarettiano Porto sepolto.

Fu un colpo di fulmine a riportare allo splendore iniziale il quadro Flaming June di Frederic Lord Leighton. A inizio anni Sessanta, il collezionista Luiss A. Ferré, fondatore nel 1959 del Museo de Arte de Ponce in Puerto Rico, stava girando per le gallerie londinesi. Intuito e occhio clinico non gli fecero sfuggire un dipinto che emanava una raggiante luce arancione, appeso nella Maas Gallery dell’omonimo storico inglese. “Quando lo vidi m’innamorai all’istante”, raccontava. Ferré non seppe resistere e lo comprò per poche migliaia di sterline, facendolo diventare nel 1963 il pezzo principale del museo dell’isola delle Grandi Antille.

Sua moglie Angela e i figli, un paesino toscano dov’è tornato a morire, l’Asia che lo ha accolto. Per Tiziano Terzani sono stati questi gli amori e le bussole di un’esistenza durante la quale la sua idea di destino si è formata raccontando se stesso e il mondo che lo circondava, quasi mai viceversa. E’ forse questo che a dieci anni dalla sua morte colpisce sempre più fortemente, rileggendo la sua vasta produzione di articoli e libri, uno più interessante e intenso dell’altro. Il suo scrivere in prima persona, il rito dei diari quotidiani appena pubblicati in collezione, la riflessione sui dettagli di una vita spesa in viaggio “fuori e dentro”, sono stati una delle chiavi del suo successo e della svolta finale: cancellare il proprio nome dall’associazione con il ‘circo Barnum’ mediatico che celebra artificialmente le persone ‘arrivate’.

Nella discussione sulla funzionalità del Ministero dei Beni Culturali e in particolare delle Soprintendenze, di recente rinfocolata da un documento del governo, colpiscono tre costanti. Primo, quasi tutti gli intervenuti sembrano credere che in quel Ministero si annidino vizi e misfatti specialissimi, di cui la pubblica amministrazione è per il resto esente, e pertanto meritevoli di più accanito cannoneggiamento. Secondo, quasi tutti sono d’accordo sull’urgentissima necessità di riforme, ma quasi nessuno si degna di precisare quali. Terzo, si sprecano le battute sulla natura “ottocentesca” della struttura, quasi che fosse ibernata da un secolo; e si tace sul fatto che quel Ministero è esso stesso il frutto di una riforma, essendo stato scorporato dalla Pubblica Istruzione nel 1975; e che di riforme da allora ce ne sono state cinque; la sesta, iniziata da Bray, è ora in lista d’attesa. Se qualcosa non funziona, dunque, non è perché siano mancate le riforme, ma perché ce ne sono state troppe. 

«Che senso ha studiare filosofia se serve solo a metterci in grado di parlare con qualche plausibilità di astruse questioni di logica, ecc., ma non migliora il nostro modo di ragionare sulle questioni importanti della vita quotidiana, se non ci rende più coscienziosi di un qualunque… giornalista nell’uso delle pericolose frasi fatte che costoro adoperano per i loro fini personali».

Il festival di Avignone, mai ricco come quest’anno di spettacoli di gran livello e di sorprese off , si lascia dietro in eredità una mostra intrigante fin dal titolo, “Les Papesses”. Una delle mostre più importanti della stagione, secondo “Le Monde”, oltre che delle più irriverenti. Spunto della grande esposizione è la leggenda della papessa Giovanna, una donna che nell’ottavo secolo, fingendosi maschio, sarebbe riuscita a diventare cardinale e poi papa grazie alla sua sapienza e audacia. Ma poi si sarebbe lasciata sedurre da un chierico e durante una processione avrebbe dato alla luce un figlio: finì per essere mandata a morte.

Egli, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, era morto da oltre un anno, ucciso da un tiro di schioppo il 19 gennaio 1524, ma sulla sua eredità di allievo e amante di Leonardo da Vinci si erano accesi troppi appetiti. Così il 25 aprile 1525 l’autorità aveva predisposto un inventario, per mettere un po’ d’ordine. E nel numero sorprendente di opere elencate era comparso anche “uno Cristo in modo de uno Dio Padre”. Cioè un Cristo atteggiato a Salvator mundi.