Esattamente due settimane fa, un giudice dava ad Apple una ragione zoppa nell’infinita battaglia contro Samsung: condannava il gigante coreano a pagare 120 milioni dei 2,2 miliardi di dollari richiesti dalla mela nell’ennesimo capitolo della lunga, logorante, guerra dei brevetti. A sua volta Cupertino doveva versare alla rivale una cifra pressoché simbolica (160 mila dollari), ma che comunque dimostrava che anche l’iPhone ha qualche macchia, non ha avuto remore a ispirarsi troppo liberamente alle idee altrui. Due settimane dopo, succede l’opposto: altri tribunali escono dalla contesa. Su un altro fronte, quello che vede schierata da una parte ancora l’azienda di Tim Cook e dall’altra Motorola, non s’intravedono più giurie e aule all’orizzonte.

«Se assumete una sola di queste persone, è guerra». Mittente: Steve Jobs (Apple). Destinatario: Sergey Brin (Google). Questa è una storia in cui ci sarebbero almeno due ingredienti per un thriller di successo: un presunto cartello tra i big della SiliconValley e un programmatore che mette in piedi una class action ma finisce ammazzato in circostanze quanto meno bizzarre. Google e Apple, Intel e Adobe insieme ad altre società, sono nel mirino dei giudici americani con l’accusa di aver stabilito, con un accordo segreto, di non rubarsi reciprocamente i dipendenti più bravi e ritenuti, per questo, più «pericolosi».

Da settembre gli scolari inglesi – che siano alle elementari, alle medie o alle superiori – impareranno a programmare il computer: il ministro per la scuole Michael Gove ha introdotto la disciplina sul curriculum di studio nazionale, assicurando che darà agli insegnanti l’appoggio tecnico e finanziario di cui avranno bisogno. La decisione rappresenta la vittoria di una campagna che ha coinvolto l’industria informatica e la comunità accademica e che trasforma la Gran Bretagna in un pioniere del settore: è il primo paese al mondo a rendere il «coding» una materia obbligatoria dai cinque ai sedici anni.

Sarà uno dei temi centrali del summit del G8, al via lunedì prossimo nell’Irlanda del Nord, quello sugli open data e per l’occasione la Open Knowledge Foundation ha rilasciato i risultati preliminari relativi alla diffusione di informazioni pubbliche come open data, con l’iniziativa Open Data Census, i cui dati complessivi relativi al 2013 saranno diffusi entro l’anno. E il quadro che ne emerge mostra come, in quanto a trasparenza e open data, i paesi del G8 di strada da fare ne abbiano ancora.

Immagina un computer con cui comunicare come fosse una persona. Immagina un’auto che illumini la strada senza che la luce dei fari si rifletta sulla pioggia che cade. Immagina un software che ti suggerisca come e quando usare e ricaricare i tuoi device per risparmiare energia. Intel si è stancata di immaginarli e ci sta lavorando sul serio.  Nei suoi laboratori in giro per il mondo, i ricercatori della società americana provano a dare forma a progetti che prima sembravano possibili solo in Minority Report.

Ricerca, analisi qualitativa, segmentazione e customizzazione: queste in sintesi le strategie che Temkin Group elenca per la creazione di un’efficace Customer Journey Map diretta a migliorare e implementare la Customer Experience.  Nonostante le aziende conoscano le potenzialità e l’importanza della Customer Experience, spesso non hanno strumenti o non sanno da dove partire per creare una Customer Journey Map – il grafico o tabella che descrive emozioni, sensazioni e idee che il cliente sente e percepisce ad ogni punto di contatto con l’azienda. Quante più interazioni ci sono tra azienda e cliente, tanto più sarà complessa la creazione della mappa.

Dici QWERTY e automaticamente pensi a una tastiera, a quella del tuo primo laptop, al key-pad dell’intramontabile Nokia 3310 o a quella virtuale del tuo primo iPad. Quelle sei lettere sono ormai indelebili nella memoria collettiva e inevitabilmente legate alla configurazione della stragrande maggioranza delle tastiere in circolazione dagli anni ’70 ad oggi. Fa uno strano effetto, perciò, pensare che questo inossidabile punto di riferimento della cultura tecnologica possa presto cedere il passo a qualcosa di completamente diverso.

In UK i dispositivi mobile hanno visto incrementare la loro diffusione (tant’è che si parla addirittura di un 78% della popolazione che entro il 2016 avrà un dispositivo smartphone), e parallelamente è cresciuto anche il numero degli utenti che non solo si affidano agli smartphone per visitare i siti di negozi retail – a Dicembre 2012 erano 2.8 milardi, circa il 30% in più rispetto al 2011 – ma anche per fare acquisti – il 304% in più rispetto al 2011.