Erano altri tempi. E non è solo un modo di dire. Sicuramente la struttura dell’economia, per quanto complessa, di allora, non poteva certo essere paragonata a quella di oggi. Prova ne sia il fatto che i Paesi potevano ricorrere alla guerra (cosa che fecero) per risollevare parte dell’economia. Molti studiosi considerano la politica europea nei confronti di Hitler, volutamente improntata alla latitanza. La teoria, estrema, non è del tutto errata: lo scoppio della guerra ha senza dubbio aumentato la produttività industriale in diversi settori. Ma se allora fu guerra di conquista, oggi sarà guerra civile. Le politiche di austerità scaricano le loro colpe sulla popolazione che, rea o meno, non accetta di essere il capro espiatorio di banchieri e politicanti che in tempo di crisi gridano all’austerità e intanto nascondono i capitali nei paradisi fiscali. In Grecia è già tensione sociale, in Spagna hanno iniziato con gli scioperi a oltranza, in Italia, l’ondata dei suicidi. La rabbia monta e non si trovano strade per bloccarla.
Disoccupazione al 23%, banche allo stremo, contrazione di oltre l‘1,7% (quando invece bisognava crescere per recuperare un gap che sfiorava l‘8,5%), mercato immobiliare in crisi, scioperi a catena, certezza (o quasi) di dover ricorrere a nuovi aiuti Ue. Ecco in estrema sintesi la situazione della Spagna. Non solo ma a essere in grave difficoltà è anche la credibilità del governo e delle istituzioni preposte a tener sotto controllo il deficit/Pil, le quali prima hanno perentoriamente negato ogni problema, poi hanno addirittura fornito cifre “non esatte”, poi hanno rettificato le stime sulle quali si era trovato un accordo per procedere al risanamento del debito (in realtà più che un accordo tra le parti è stato un annuncio unilaterale, della serie “non possiamo rientrare in questi parametri, per quest’anno possiamo fare solo il 5,7% punto e basta!”).
96 miliardi di dollari. Tanto potrebbe valere Facebook, il social network più famoso del mondo, in occasione della sua imminente IPO, che si preannuncia una delle più grandi nella storia. Mark Zuckerberg diventerebbe più ricco di Steve Ballmer, CEO di Microsoft. Facebook ha svelato la scorsa notte alcuni dettagli del prossimo prossimo sbarco a Wall Street. La stella del Web 2.0, che dovrebbe fare il suo debutto sul Nasdaq il 18 maggio, potrebbe mettere in vendita 337,4 milioni di azioni, quasi 157.400.000 di titoli detenuti dagli attuali azionisti del gruppo, a un prezzo iniziale compreso tra i 28 ei 35 dollari, secondo un documento fornito dallo stesso gruppo al regolatore del mercato azionario. Il prezzo più alto della forchetta, nelle mani del suo fondatore, Mark Zuckerberg, raggiungerebbe i 17,6 miliardi dollari. Il giovane boss, di soli 27 anni, sta per cedere 30,2 milioni di azioni e quindi potrebbe intascare un miliardo di dollari, secondo le stime del Wall Street Journal. In realtà’, secondo la stampa anglo-sassone, il prezzo dell’IPO del social network dovrebbe superare l’intervallo di prezzo annunciato ieri sera. All’ultimo collocamento privato, il prezzo delle azioni di Facebook aveva raggiunto $ 44.
Jim Yong Kim sarà il prossimo presidente della Banca Mondiale, confermando la tradizione della leadership americana alla testa dell’istituzione. La novità è che Kim non è un economista, ma un medico e antropologo, esperto di salute globale. In passato ha criticato l’approccio che vede la crescita economica come unico mezzo per ridurre la povertà e migliorare la qualità della vita. Il suo arrivo potrebbe essere un segnale forte in favore della ricerca di approcci alternativi allo sviluppo. E per avvicinare l’economia ai bisogni reali della popolazione. Che Jim Yong Kim, il candidato alla presidenza della Banca Mondiale selezionato il 16 aprile 2012 dal Board of Directors della istituzione economica globale, sia proprio quello indicato dal presidente degli Stati Uniti non è una novità. (1) La novità è che il presidente Obama ha proposto un esperto di salute globale, medico e antropologo, non un economista. (2)
Negli ultimi cinque anni nessun paese membro del G20 ha registrato tassi di crescita nel settore della green economy più alti di quelli dell’Italia, che oggi è infatti leader nel mondo per il livello di investimenti in proporzione alla sua economia. A dirlo è l’ultimo rapporto The clean energy race, a cura di Pew Charitable Trust, un’organizzazione che si occupa di studi e ricerche sul miglioramento delle politiche pubbliche.
Un settore in crescita
Nel complesso, rivela ancora lo studio, gli investimenti in energia pulita hanno raggiunto su scala globale la quota record di 263 miliardi di dollari nel 2011 (+6,5%). Gli Stati Uniti rimangono al primo posto tra le nazioni del G20 (investimenti per 48 miliardi). Subito dopo troviamo la Cina, con 45,5 miliardi. L’ultimo gradino del podio è occupato dalla Germania con 30,6 miliardi.
La mai doma speculazione internazionale, gli strategist di molte banche d’affari americane, ma anche gli “amici” dei Paesi forti. Con l’Eurozona tornata sotto attacco sui mercati internazionali, ecco chi ci guadagna dalla prolungata instabilità e come sconfiggerlo.
Nuove tensioni
Il primo scorcio di 2012 aveva fatto dire a molti economisti che la fase acuta della crisi era ormai alle spalle. Salvata la Grecia, l’Europa si stava incamminando sulla strada della normalizzazione e anche le tensioni inflazionistiche nei Paesi emergenti sembravano sotto controllo. Uno scenario stravolto nelle ultime settimane, con i mercati azionari tornate sulle montagne russe, lo spread tra bund decennale e analoghe scadenze dei titoli italiani e spagnoli tornato oltre quota 400 basis point e nuove voci di default per gli Stati periferici dell’area euro. Due gli indiziati principali: la Spagna, che fatica a mettere in pratica il piano di risanamento del debito pubblico concordato con Bruxelles, e l’Italia che ha il passivo più elevato nei confronti dell’Eurosistema (con uno scompenso negativo di quasi 200 miliardi di euro) e un debito pubblico al 120% del Pil.
Crescita o austerità? E’ l’alternativa su cui oggi si confronta l’Europa – o almeno, è quel che va dicendo il consensus keynesiano. Secondo questa scuola di pensiero, che ha dominato i circoli economici da quando è esplosa la crisi del 2008, la crescita dipende soprattutto dalla spesa statale. Spendi di più e sostieni la crescita, anche quando il tuo paese aumenta le tasse per finanziare questa spesa. Ma provati a tagliare la spesa statale come suggeriscono i tedeschi, e diventi un sostenitore dell’austerità e un avversario della crescita. E’ un paradigma privo di senso, errato nell’analisi di ciò che realmente sta alla base della prosperità economica, e aiuta a spiegare l’attuale e difficile situazione in cui versa l’Europa. Si dovrebbe piuttosto parlare di quali siano le politiche migliori per produrre crescita. Negli anni Ottanta, il mondo apprese (o almeno così credemmo) che la strada per uscire dai malanni degli anni Settanta dovesse incentrarsi su quelle riforme che avessero incoraggiato gli investimenti privati e l’assunzione di rischi, la mobilità lavorativa e la flessibilità, la fine del controllo dei prezzi, tasse che avessero favorito la formazione di capitali, e in generale quello che la Banca Mondiale chiama “la facilità di fare affari”.
S&P’s declassa la Spagna e Madrid risponde con tagli al costo del lavoro
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Povera Spagna, nazione sorella nostra. L’altro ieri Madrid si è vista ‘recapitare’ da Standard&Poor’s (S&P’s) l’ennesimo declassamento del debito, che arriva così al poco edificanete BBB+ dal precedente A. Un pugno dritto dritto allo stomaco per l’esecutivo del premier Popolare spagnolo, Mariano Rajoy – il quale com’è ovvio non ha affatto gradito – e già alle prese con una situazione sociale esplosiva: le cifre divulgate ieri dall’Institut Nacional d’Estadística danno attualmente la disoccupazione in Spagna al 24,4% sul totale della forza lavoro, ai massimi da 18 anni a questa parte. Nelle motivazioni date da una delle tre megere del rating, si legge che v’è una “crescente probabilità che il Governo [spagnolo] avrà bisogno di garantire ulteriore sostegno al sistema bancario”, come noto in difficoltà dallo scoppio della bolla immobiliare nel biennio 2007-08 e con la ‘pancia’ piena di ipoteche tossiche.
“Un evento storico”. “Finalmente un segnale chiaro di apertura della Cina ai mercati mondiali”. Gli analisti hanno accolto con dichiarazioni di questo tenore l’annuncio con cui le autorità di Pechino hanno deciso di raddoppiare dallo 0,5 all’1% la banda di oscillazione dello yuan rispetto al dollaro. Una decisione presa in un momento delicato per l’economia mondiale e proprio mentre la stessa Cina mostra i primi segnali di rallentamento della crescita. Come cambieranno gli equilibri mondiali e quale impatto avrà questa apertura sulle nostre vite quotidiane?
Ottimismo nel medio termine, ma prudenza nel breve
“La crisi dell’Eurozona rischia di diventare come quella del 1930”. “L’Italia è salva, la crisi è finita”. Punti di vista agli antipodi sullo stato di salute economica di Eurolandia. Per il professore di economia della New York University, Nouriel Roubini “l’Europa potrebbe accusare effetti più gravi di quelli che hanno investito il Giappone dopo la grande recessione del 1997”, come si legge in un recente articolo sul Financial Times. Ma non la pensa così il nostro presidente del Consiglio, Mario Monti, che dall’Oriente, a margine del Boao Forum for Asia, è convinto che la fase peggiore sia superata “anche grazie al più solido sentiero imboccato dall’Italia”. L’ottimismo prima di tutto, d’accordo. Ma le parole di Monti stridono, e non poco, con i dati forniti in questi giorni dall’Istatsul tasso preoccupante di disoccupazione: i senza lavoro sono 2,354 milioni, ai massimi dal 2004, in crescita dello 0,2% solo a gennaio. Disastrosa la situazione dei giovani: uno su tre non trova un impiego, con un tasso che sfiora il 32%, in aumento del 16,6%. Il tasso generale di disoccupazione in Italia a febbraio si è attestato al 9,3%, un balzo in alto di 1,2 punti percentuali su base annua. E le previsioni per il 2012 sono quelle di un Paese in piena recessione.
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