Con un annuncio che ha spiazzato osservatori ed analisti di mercato, Google cambia forma e diventa solo una lettera di Alphabet, nuova società cappello che racchiuderà al suo interno tutti gli altri servizi che negli anni si sono uniti al motore di ricerca. Nel comunicato “G come Goole”, Page spiega che la sua azienda “sta operando bene ad oggi, ma pensiamo di poter fare meglio ed è per questo che stiamo creando una nuova azienda, chiamata Alphabet”. D’altronde, come spiega sempre Page, già nella lettera con cui fondava la sua creatura diceva che “Google non è un’azienda convenzionale. E ora non intende diventarla”.

Akamai Technologies, Inc. (NASDAQ: AKAM), leader mondiale nell’offerta di servizi di Content Delivery Network, ha pubblicato il suo rapporto sullo Stato di Internet relativo al primo trimestre 2015. Basato sui dati raccolti attraverso la Akamai Intelligent Platform, il rapporto fornisce statistiche globali relative alla velocità delle connessioni e all’adozione della banda larga su reti fisse e mobili, sullo stato di IPv4 e sull’adozione di IPv6.

Grazie al successo dei nuovi iPhone, 6 e 6 Plus, Apple ruba a Samsung lo scettro di primo produttore di smartphone al mondo ritornando in vetta alle vendite per la prima volta dopo quattro anni. A certificare il sorpasso è la società d’analisi Gartner con i dati relativi al quarto trimestre 2014. Nel periodo di riferimento, Apple si è ritagliata il 20,4% del mercato globale (17,8% nel 2013), mentre Samsung si è fermata al 19,9% (nel 2013 aveva il 29,5%). Apple ha venduto 74,8 milioni di iPhone, trainata dai modelli 6 e 6 Plus e dalla forte richiesta in Usa e Cina.

Fare previsioni per il futuro in un ambito come quello dei dispositivi mobile e del loro utilizzo non è cosa semplice: spesso, nonostante dati e previsioni, i trend nel tempo si sono rivelati contraddittori e spesso difficilmente prevedibili. Cisco nel suo annuale studio “Cisco VNI Global Mobile Data Traffic Forecast, 2014 – 2019”, cerca di delineare un quadro di come probabilmente si evolverà nei prossimi cinque anni il settore mobile.

Da brava fashion victim squattrinata ho eletto il Web come luogo a cui attingere i miei tanto agognati oggetti di culto. Sottolineo lo squattrinata con l’evidenziatore giallo fosforescente perché per una persona affetta dalla mania di cambiare spesso abiti e accessori il Web è il Sacro Graal del rapporto qualità prezzo. Dopo vari anni di ricerche, accademiche e ludiche, ammetto, con molto orgoglio, di avere sviluppato il sesto senso per l’affare. La mia fierezza passa dall’avere acquistato una sciarpa in puro cashmere di Etro a 145 euro a settembre 2014, vista a novembre 2014 nel corner monomarca di Linate a ben 500 euro, al ricevere i complimenti di amici e conoscenti sui miei outfit seguiti dall’immancabile domanda “Dove l’hai comprato?”, a cui, rispondo sorniona, “su Internet!”, e a quel punto il mio interlocutore di turno sospira sconsolato confessandomi la sua totale sfiducia nel canale di acquisto a causa della paura di acquistare la taglia sbagliata o di non avere alcuna dimestichezza con la ricerca online.

Li usiamo ogni giorno per chattare, per scrivere email, per fare acquisti e per cercare notizie. Tante ore trascorse a passare le dita sugli schermi degli smartphone possono modificare in qualche modo il nostro senso del tatto? Ovviamente sì. A dimostrarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology da un team di ricercatori dell’Università di Zurigo, che svela come il cervello dei grandi utilizzatori di smartphone e tablet mostri un’attività molto superiore alla norma nelle aree deputate all’elaborazione delle informazioni tattili provenienti dai polpastrelli delle dita.

Ci sono voluti quasi venti anni,  ma alla fine Ethan Zuckerman ha chiesto scusa. Il creatore delle invadenti pubblicità pop-up su internet, che aprivano automaticamente finestre del browser senza il nostro consenso, ha implorato il nostro perdono scrivendo un lungo e appassionato articolo sulle pagine, digitali ovviamente, dell’Atlantic, storico mensile americano fondato nel 1857. “Ho inventato il pop-up per risolvere un problema, con le migliori intenzioni possibili. Non avevo idea delle conseguenze”, scrive Zuckerman. Il primo pop-up della storia fu creato da Zuckerman mentre lavorava a Tripod.com nella seconda metà degli Anni 90.

Sette dispositivi su dieci connessi all'”Internet delle cose”, dai televisori ai frigoriferi che sono in rete, hanno delle vulnerabilità che li rendono attaccabili dagli hacker. Uno studio dell’unità dedicata alla sicurezza di Hewlett-Packard, Fortify, ribadisce una tendenza già riscontrata da analisti del settore, ricordando anche che entro il 2020 saranno oltre 26 miliardi le unità di questo tipo installate nel mondo. Gli esperti hanno testato i dieci dispositivi connessi a Internet più diffusi, fra cui Tv, webcam, termostati, serrature e allarmi. Nell’80% dei casi questi non richiedevano una password sufficientemente complessa, otto su dieci avevano memorizzato almeno un dato sensibile per la privacy, il 70% non scambia informazioni con il web in maniera criptata e sei su dieci hanno interfacce web giudicate poco sicure.

La salute è senza ombra di dubbio il nuovo e più avvincente campo di battaglia dei giganti hi tech. Lo testimoniano progetti quali HealthKit, Google Fit o Sami. Ma non tutto si ferma al lato consumer, ovvero ai dispositivi e alle applicazioni (che pure hanno ancora molta strada da fare) per tenere sotto controllo la propria salute e forma fisica. Al contrario, un po’ come gli studi di Facebook sull’intelligenza artificiale e gli strumenti per il machine learning, molti dei giganti della Silicon Valley hanno lanciato o stanno per proporre progetti di portata ben più ampia. Per farne cosa, si vedrà. Certo, non tutto e non solo per filantropia o amore della conoscenza. Questo è certo.