Di difetti, “Una vita come tante”, ne ha almeno due. Il primo è che passa sotto la pelle e come un virus resta in circolo, anche quando il libro è sul comodino, chiuso, dopo una notte a leggerlo incapaci di posarlo. Il secondo è il finale (che non sveleremo), ma che emana odor di editor, ovvero la richiesta di molte case editrici di “chiudere le storie”, di raccontare cosa succeda a Tizio e a Caio, privando il lettore della vertigine eccitante dell’immaginare. Per il resto, le mille e più pagine di Hanya Yanagihara sono un regalo. Di una densità sconcertante, scorticanti, poetiche.

Un voto, di classe, contro l’arroganza della leadership europea e l’insistenza con cui ha adottato politiche economiche che hanno arricchito pochi e impoverito molti. É così che Saskia Sassen, autorevole studiosa dei processi di globalizzazione, interpreta il voto che condurrà il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Più che il nazionalismo e la rivendicazione della sovranità perduta, in quel voto c’è «una rabbia profonda, un profondo senso di ingiustizia», dichiara a l’Espresso la docente di Sociologia alla Columbia University.

Nevica quando vado a trovare Umberto Eco nella sua casa milanese. Siamo a febbraio e Numero zero suo ultimo romanzo edito da Bompiani è uscito da qualche tempo. Subito è salito ai primi posti delle classifiche di vendita. Sono state pubblicate varie recensioni e Eco ha rilasciato molte interviste, più del solito, da quello che ricordo. E allora cosa ho ancora da chiedergli? Ho letto il libro prima dell’uscita, in bozze. Non siamo riusciti ad accordarci per vederci prima e parlarne. Perciò lo faccio ora. Ho molte curiosità al riguardo: un autore notissimo non solo in Italia, ma nel mondo, forse lo scrittore italiano vivente più famoso, su cui sono stati scritti saggi, articoli, libri. Eppure ci sono molte cose che di lui sfuggono, a partire dalla sua doppia natura di saggista e narratore, ma anche riguardo il modo in cui lavora. Poi un romanzo scritto a ottantadue anni. Beh, un bel traguardo, non c’è che dire. Insomma parto da qui. Seduti nel suo salotto comincio a fargli domande su Numero zero.  

L’obiettivo è ambizioso. Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell’economia politica del ventesimo secolo e l’emergere, sulle sue macerie, di un nuova paradigma, Saskia Sassen – docente di Sociologia alla Columbia University di New York – ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell’economia, della società e dell’interazione con la biosfera». Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino, è il risultato di questo sforzo: un’immersione nella transizione storica che stiamo vivendo.

“Cara vita che mi sei andata perduta, con te avrei fatto faville se solo tu non fosti andata perduta”. Sono gli ultimi versi di una poesia di Amelia Rosselli contenuta ne “La voce verticale. 52 Liriche per un anno” (Rizzoli), un’antologia di 57 poesie (in ultima stesura, l’autore ammette di averne inserite altre cinque) scelte e commentate da Walter Siti, Premio Strega 2013, scrittore, accademico, saggista, critico.

Byung-Chul Han insegna Kulturwissenschaft presso la Universität der Künste di Berlino, in Germania, ed è uno scrittore e teorico della cultura di origine coreane (è nato, infatti, a Seoul nel 1959). Dopo gli studi iniziali di metallurgia in Corea del Sud, ha conseguito il dottorato in Filosofia (1994) all’Università di Friburgo in Brisgovia con una tesi su Martin Heidegger e ha insegnato dapprima a Basilea e, fino al 2012, a Karlsruhe – dove è stato collega di un altro influente pensatore contemporaneo, Peter Sloterdijk. Sin dall’inizio la produzione di Han si connota per l’incrocio di più discipline e categorie interpretative, provenienti in massima parte dall’etica, dalla filosofia sociale e fenomenologica, dalla teoria culturale e dei media, ma anche dal pensiero religioso e dall’estetica.

Richard Sennett ha ricevuto quest’anno il Premio Hemingway, giunto alla trentunesima edizione, per la sezione “Avventura del Pensiero” a Lignano Sabbiadoro. È un uomo molto gentile e riservato, questo sociologo settantaduenne caratterizzato da una schiera di ammiratori che in tutto il mondo attendono ogni volta con ansia che esca un suo nuovo libro. Forse perché centellina i suoi volumi, visto che il terzo libro del suo progetto “Homo faber”, una trilogia iniziata nel 2008 con L’uomo artigiano e proseguita nel 2012 con Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, si concluderà forse nel 2016 con il libro sulle città e ha avuto una sola interpunzione, un piccolo libro titolato Lo straniero pubblicato l’anno scorso.

Che cosa deve essere una buona scuola? In questa conversazione con il pedagogista Massimo Baldacci si affronta la questione di come formare abiti mentali di natura critica che facciano tutt’uno con l’atteggiamento scientifico e con l’adozione di uno spirito democratico.

La conoscenza è certamente una buona cosa e la conoscenza che noi abbiamo del mondo arabo è scarsa, obiettivamente. Ma direi che è scarsa in parte per colpa nostra e in parte anche per colpa loro, perché veramente da secoli, dal mondo arabo e dall’Islam più un generale, è uscito pochissimo di buono. Sono utenti della civiltà tecnologica a cui non hanno contribuito, sono utenti del marxismo senza averlo rinnovato, insomma stanno in qualche modo ai margini della civiltà occidentale e di quella comunista. La mia impressione è piuttosto negativa, non mi fiderei di nessun governante, né di Mubarak, né tanto meno di Khomeini, né di Gheddafi. Sono poco affidabili, pronti a salire su un treno o sull’altro a seconda delle convenienze. Più che cinici o spregiudicati mi sembrano insicuri, malcerti.