Solo una su tre delle startup innovative italiane ha un sito web funzionante e solo uno su due è ottimizzato per il mobile. È il quadro che emerge da un’indagine di Instilla, startup milanese specializzata in marketing digitale, che ha analizzato la qualità della presenza online delle startup iscritte al Registro delle Imprese Innovative tenuto dalle Camere di Commercio. I risultati sfiorano il paradosso. Nell’epoca in cui persino il Dalai Lama apre siti internet e si diletta con le infografiche, sono proprio le imprese italiane più giovani e con pretese smart che alle mail preferiscono il buon vecchio fax.

Tutto il mondo è paese. O meglio, lo è tutta l’Europa nel caso delle startup. In occasione del Global Entrepreneurship Congress iniziato a Milano, Francia, Germania, Spagna e Italia hanno avuto modo di confrontarsi sulla situazione dei rispettivi ecosistemi. Ne è venuto fuori uno scenario abbastanza omogeneo: “Dobbiamo spiegare alla politica chi siamo, cosa facciamo e la capacità che abbiamo di creare occupazione”, ha dichiarato Virginie Lambert Ferry di France Digitale, ponendo l’accento sulla necessità di guardare al mercato internazionale fin dai primi passi mossi. Le 116 startup finanziate e censite Oltralpe, infatti, ottengono il 40% delle entrate dall’estero.

Da qualche anno ormai gli insegnanti italiani si confrontano con la nuova didattica per competenze: del gennaio 2010 è il Decreto ministeriale n. 9, che rende vincolante tale pratica, frutto di un percorso più che decennale delineatosi a livello europeo, oltre che italiano. Il Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 ha infatti inaugurato una serie di incontri relativi al problema della formazione, volti essenzialmente a delineare un quadro europeo di competenze in grado di fronteggiare le sfide della globalizzazione e di sviluppare nuove abilità per la società della conoscenza. Nell’Istituto scolastico paritario in cui svolgo l’attività di insegnante si percepisce una grande enfasi relativa alla didattica per competenze, poiché la dirigenza, così come d’altronde alcuni colleghi, ritiene che essa introduca una vera rivoluzione nell’ambito educativo e che una sapiente pubblicizzazione delle attività scolastiche improntate a tale didattica possa richiamare numerosi studenti/clienti interessati a un approccio educativo diverso dal tradizionale.

Negli ultimi decenni la rapida trasformazione dei sistemi di produzione fordisti, basati prevalentemente sulla produzione industriale, ha imposto una serie di domande sempre più stringenti alle teorie classiche del valore. Cosa ci insegna l’emergere di nuovi imperi commerciali basati sugli User Generated Contents, i contenuti generati dagli utenti, come Facebook o Youtube? Quanto e come contribuiscono le comunità di consumatori nella co-costruzione del valore dei brand? Qual è il senso del valore immateriale in prodotti in cui la componente di design è determinante per lo sviluppo di una sfera affettiva di consumo, come mostra in modo eclatante il caso di Apple?

La sharing economy, o economia collaborativa, è un fenomeno economicamente rilevante e in forte crescita: il giro d’affari supera il miliardo di dollari l’anno, l’investimento dei venture capitalist nel settore è cresciuto di otto volte dal 2009 al 2011; gli “ospiti” della rete Airbnb – una società che offre servizi di hotellerie da privato a privato sono cresciuti da 0 a oltre 10 milioni nel giro di 5 anni. Il fenomeno ha catturato l’interesse dei media, che ne hanno parlato in una prospettiva spesso entusiastica, talvolta acritica: “Una delle 10 idee che cambieranno il mondo” (Time); “Una rivoluzione sociale che sta accelerando” (Financial Times); “Una rivoluzione della nostra concezione di proprietà” (Wired). Ci sembra che questo fenomeno meriti senz’altro sia una riflessione attenta sui meccanismi economici di funzionamento, sia una più ampia discussione sulla prospettiva antropologica in cui si inquadra.

Con l’arrivo del nuovo anno, il settimo della crisi globale più grave, chi come me dal 2012 argomenta intorno alla necessità di un Piano straordinario per il lavoro non può non essere compiaciuto per la centralità che la questione sta guadagnando nel Pd. Al tempo stesso, però, non può non essere allarmato dal rischio che anche questa occasione venga sprecata, con proclami più altisonanti verbalmente che densi contenutisticamente oppure con proposte oscillanti tra il dejà vu, come nel caso del contratto di inserimento, e la fallacia, come nel caso dell’ipotizzata soppressione non solo della cassa in deroga ma della cassa integrazione tout court.

La deindustrializzazione è un fenomeno che viene da lontano, dai primi passi della globalizzazione negli anni ’70. Ma è negli anni ’00 che le conseguenze sulle dinamiche sociali ed economiche hanno iniziato a farsi sentire con tutta la loro forza. E’ nell’ultimo decennio, infatti, che le carriere di decine di migliaia di nuovi laureati si sono indirizzate verso le professioni dei settori culturali e creativi: quelle sfere di produzione immateriale che, almeno in teoria, avrebbero dovuto sopperire al crollo del valore prodotto dal settore industriale in molti paesi occidentali.

Negli anni Novanta Manuel Castells, l’autore della Nascita della società in rete, osservò come Joseph Schumpeter e Max Weber stavano iniziando a collidere nello spazio dei network di imprese: “la cultura della distruzione creativa accelerata alla velocità dei circuiti optoelettronici che processano i suoi segnali”. All’epoca si trattava di un  fenomeno tipicamente statunitense, che nel corso di quasi due decenni ha dato vita ad un contesto economico, tecnologico e culturale nuovo la cui influenza si è estesa a molti aspetti della nostra vita quotidiana, digitale e non.

Sarà una riforma anche quella di Enrico Giovannini? Il ministro del Welfare va ripetendo da settimane che la Riforma del lavoro messa in atto da Elsa Fornero andrà conservata pur con alcuni aggiustamenti. Questo perché gli ultimi dati trimestrali sul mercato del lavoro sembrano dimostrare come alcune innovazioni sulla flessibilità in entrata abbiano iniziato a dare i primi frutti con le nuove assunzioni che sono diminuite “soltanto” del 0,4% a fronte di un -5,8% su base annua.