La vicenda dei cosiddetti Panama papers ha sollevato, per l’ennesima volta, un interrogativo: perché esistono – e come si possono reprimere – i paradisi fiscali? Esistono perché i ricchi e potenti di tutto il mondo non vogliono far sapere quanto possiedono e dove. E, poi, perché il business della finanza deve offrire rendimenti maggiori di quelli ordinari e la fiscalità del prodotto è, in quest’ottica, decisiva. Le due facce della medagli (i ricchi e potenti da un lato, l’industria finanziaria dall’altro), però, devono essere ben distinte, pena non capire quali rimedi si possono apportare.

Con la crisi finanziaria molti dei punti cardine dell’industria bancaria hanno iniziato a modificarsi velocemente. Se prima della crisi il modello della banca universale, quella che fornisce servizi finanziari di svariato tipo, era visto come l’approccio vincente, soprattutto se accompagnato con una forte crescita dimensionale, oggi questo non è più vero. I recenti casi di Hsbc, Deutsche Bank e Credit Suisse, in cui il ricambio dei vertici prelude anche a drastici cambiamenti nelle scelte di business, sono solo alcuni esempi. La sfida che le banche si trovano ad affrontare è sostenere la redditività in calo.

Il crollo della borsa di Shanghai (e di Shenzen) pare inarrestabile. Non sembra che abbiano sortito alcun effetto gli interventi decisi nelle ultime settimane per prevenire il crollo dei listini, tra cui gli acquisti diretti di azioni da parte della China Securities Finance Corporation il braccio operativo delle borse cinesi – e l’aumento senza precedenti al 30 per cento del loro attivo del tetto massimo d’investimento in azioni per i fondi pensione gestiti dai governi locali (con annesse istruzioni per raggiungerlo). Che possono fare a questo punto le autorità cinesi?

La crisi dell’Eurozona “non è ancora finita” anche se “il peggio dovrebbe essere passato”. Lo sostiene un rapporto di Standard & Poor’s, in cui si legge che l’area della moneta unica “sta entrando in una fase di crescita ostinatamente modesta, mentre prosegue il deleveraging e l’economia mondiale si indebolisce”. Per di più, gli interventi storici di Mario Draghi a difesa dell’euro da una parte hanno stabilizzato l’area, ma dall’altra hanno fatto ‘dormire sugli allori’ la politica.

Il premio Nobel per l’economia 2014 è stato assegnato a Jean Tirole dell’Università di Tolosa in Francia per i “suoi studi sulla regolamentazione e il potere di mercato”. Le ricerche del professore si concentrano nei campi dell’economia industriale, della micro e macroeconomia, della teoria dei giochi, della teoria bancaria e finanziaria. Molto attivo nel dibattito sulla crisi finanziaria e sul ruolo delle banche, nel 2012 ha ricevuto dall’Università di Tor Vergata la laurea honoris causa. Classe 1953, a 61 anni, è uno dei premi Nobel per l’economia più giovani della storia: l’eta media dei “laureati” è infatti di 67 anni.

Alla fine l’Eurostat, l’ufficio statistico della Commissione Europea, ha dovuto dare ragione a Cetto La Qualunque, il geniale personaggio del politico cialtrone interpretato da Antonio Albanese, secondo il quale la prosperità economica si basa sulle attività irregolari o palesemente criminali. Dopo una decina di anni di riunioni, gli statistici europei hanno infatti adottato il nuovo manuale di contabilità nazionale, il SEC 2010, che prescrive come calcolare il Pil, che corrisponde più o meno all’imponibile sul modello Unico compilato collettivamente per tutti i cittadini italiani. Il SEC 2010 prevede, tra l’altro, l’inclusione nel Pil di quasi tutta l’economia criminale: prostituzione, contrabbando (escluso quello delle armi), usura e spaccio di droga. Per ora rimangono fuori i furti (anche se è compresa la ricettazione), i sequestri di persona, il pizzo e poco altro.

La dinamica socioculturale a partire dalla caduta del Muro di Berlino a oggi evidenzia con crudezza i profondi cambiamenti che hanno caratterizzato non solo il nostro Paese ma il mondo nel suo complesso. Quell’evento, che simbolicamente rappresentava l’implosione dell’impero sovietico, ha di fatto accelerato in modo drastico un processo di cambiamento già in essere a partire dalla fine degli anni Sessanta, attribuendo all’economia, ma in particolare alla finanza, un potere di governo dei sistemi sociali che va molto al di là della sola dinamica dei mercati.

Il 30 ottobre l’Office of International Affairs del Tesoro statunitense ha pubblicato il suo solito semestrale Report to Congress on “International Economic and Exchange Rate Policies”, in consultazione con il Board of Governors della Fed e la direzione e funzionari dell’Imf. Di solito il Report è un’occasione per attaccare la Cina sulla sottovalutazione del renmimbi, e questa volta non fa eccezione: “Il RMB è andato apprezzandosi su una base ponderata con le quote commerciali [del 6,6% su base effettiva reale], ma non così rapidamente e così tanto come occorrerebbe [un 5-10% addizionale]”. Ma il Report contiene inoltre una critica vigorosa della Germania per il suo surplus commerciale a livelli record, che viene considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona che fronteggiano un corrispondente deficit commerciale, e per lo sviluppo mondiale.

I tedeschi sono sdegnati: sdegnati con il dipartimento del Tesoro Usa, che con il suo rapporto semestrale sulle politiche internazionali per l’economia e i tassi di cambio dice cose negative sugli effetti che le politiche macroeconomiche della Germania producono sull’economia mondiale. Esponenti del Governo di Berlino hanno dichiarato che le conclusioni del rapporto sono «incomprensibili»: una definizione un po’ strana, considerando che si tratta di considerazioni assolutamente ovvie.