Controllo, sempre e comunque. Al crescere della complessità dei sistemi – siano essi sociali, industriali o virtuali – cresce in parallelo la necessità del controllo. E più i mezzi tecnici lo permettono, più cresce il controllo, la sua facilità, la sua inevitabilità, la sua accettazione sociale.

Vien da pensare che se non avessero deciso di nascondersi la verità a tutti i costi, ai governanti europei dovrebbe cominciare a mancare il sonno. La tragedia greca è diventata una noiosa partita a poker, con tanto di aperture al buio, bluff e contro-bluff; ammesso che si riesca anche stavolta a evitare la Grexit, si tratterà solo dell’ennesima soluzione di basso profilo, per ritrovarsi nella stessa situazione nel giro di qualche mese. Il Regno Unito è ben incamminato sulla strada della Brexit, e vista l’ideologia del nuovo premier polacco, una Polexit è pure diventata possibile. Peccato che la Polonia doveva essere il prossimo candidato per l’annessione alla moneta unica e la principale testimonial dei successi europei.

A che punto sono la riforma elettorale e quella della Costituzione? Quante probabilità hanno di essere definitivamente approvate? Quali sono le loro caratteristiche principali e quali i punti potenzialmente più critici?Le due riforme sono strettamente collegate, per diversi aspetti. Innanzitutto, sono frutto di un accordo, siglato poco più di un anno fa, tra il Pd e Forza Italia (il cosiddetto “patto del Nazareno”). È ragionevole, seppur non scontato, aspettarsi che il destino, positivo o negativo, dell’una sia legato a filo doppio a quello dell’altra.

Nonostante l’esperienza di 6 anni di crisi e le molte false promesse da parte dei governi che si sono succeduti non sembra vi sia ancora piena consapevolezza nel dibattito politico della gravità della situazione e della inadeguatezza delle politiche economiche proposte in piena continuità con le passate e fallimentari ricette. Questo anche nella sinistra che da anni è puntello, per forza o per amore, di queste politiche. Nel recente DEF si ammette che la crescita italiana sarà assai debole nel 2014 (punto otto si dice, per evitare di anteporre la parola zero), peccando probabilmente di qualche ottimismo. Le previsioni per gli anni successivi sono più rassicuranti (si sale dall’1,3% del 2015 all’1,9% del 2018), ma la giustificazione economica di tanto ottimismo è ridotta al balbettio di una paginetta in cui non si dimostra da dove tale ripresa dovrebbe provenire – a parte il generico richiamo a una generale ripresa dell’economia globale.

Raggruppati in un’Unione che non ha niente da dire in politica estera – né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull’alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare – i governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro. L’ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano. S’aggrappano a un’Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.

Anche se moderato nei toni, a Davos il Primo ministro giapponese Shenzo Abe, in un incontro con i giornalisti, ha detto cose che giustificano serie preoccupazioni, e che soprattutto ci fanno ritenere che non è solo dal Medio Oriente che possono venire minacce alla pace. 

Parlando dei rapporti con la Cina, Abe ha infatti manifestato una profonda inquietudine per la possibilità di «conflitti che potrebbero sorgere inavvertitamente». Ma cosa c’è dietro questo garbato understatement, molto giapponese?
 Il riferimento è soprattutto alla disputa sulle isole che i giapponesi chiamano Senkaku, e i cinesi Diaoyu – una disputa in cui, come spesso accade nel caso di controversie territoriali, si mescolano complesse vicende storiche e concreti interessi gepolitici.

Quando parliamo dell’Europa sempre più subordinata alle pretese e ai capricci di Berlino, non dobbiamo dimenticare di menzionare un altro punto importante… O meglio, sotto la “leadership” della Germania, l’Ue sta rimettendo la sua credibilità mondiale sullo scacchiere internazionale. Chi percepisce la Germania, come una guida dell’Europa Unità, automaticamente smette di considerare questa nostra gigantesca Unione a 27 come una super potenza mondiale.

Alla domanda se i nostri guai siano tutta colpa del Titolo V della Costituzione è già stata data una prima risposta: no, perché quelle norme non sono responsabili della bassa qualità della classe politica, di cui alcune cause sono già state individuate: carriera politica molto remunerata e per questo appetibile; troppi finanziamenti ai partiti; indennità dei consiglieri regionali elevate, anche come ulteriore canale di finanziamento dei partiti attraverso il versamento di quote dell’indennità da parte dei consiglieri. (1) Un altro luogo comune da sfatare è che il Titolo V abbia un solo padre, e cioè il centrosinistra. Non è vero, perché la riforma riprende molti dei contenuti delle cosiddette leggi Bassanini che erano state votate anche dal centrodestra e perché il testo attuale coincide per più dei due terzi con il testo che la Camera dei deputati aveva votato quasi all’unanimità alla fine (com’è noto, infruttuosa) dei lavori della Commissione bicamerale D’Alema.