Robert D. Putnam, nel suo saggio Bowling Alone[i] descrive la desertificazione del capitale sociale negli Stati Uniti di fine ventesimo secolo, dove per la prima volta nella storia molte delle funzioni quotidiane e routinarie connesse agli ambiti dello svago, dell’informazione e della socializzazione potevano essere effettuate sulla base di scelte individuali e non più collettive. In questo scenario Putnam considera la minaccia di un diffuso indebolimento delle forme di solidarietà comunitaria, rintracciandone le cause molto più nella progressiva diffusione di tecnologie “individualizzanti”, dalla televisione a internet, che in fenomeni di natura sociale.

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno.

Ricavi trimestrali più che raddoppiati e crescita della base utenti. Sono questi gli elementi dei conti di Twitter, che oggi a Wall Street conferma il gran balzo già visto ieri, dopo la chiusura del mercato, nell’after-hours. Nel trimestre, il gruppo ha visto ampliarsi la perdita a 144,6 milioni dai 42,2 milioni di un anno prima. Tuttavia, al netto di voci straordinarie i profitti per azione sono stati di due centesimi contro il rosso da 12 del secondo trimestre 2013 e la perdita da un centesimo circa prevista dal mercato. Gli acquisiti sono stati alimentati anche da un solido outlook per il trimestre in corso e per l’intero anno fiscale.

Creare una customer engagement strategy di successo? Basta partire dai Social Media, più precisamente da Facebook. Il colosso dei Social Media infatti risulta essere la piattaforma più utilizzata per il customer service. E non solo. Secondo lo studio di ACCENT Marketing “Customer Engagement and Today’s Consumer” i Social Media si stanno affermando sempre più come mezzi di comunicazione e interazione con le aziende. L’evoluzione dell’utente segue quella dell’IT, che comunque non prescinde dalla comunicazione 2.0: i consumatori stanno cambiando le abitudini, affiancando i tradizionali strumenti (telefono e mail) ai diversi canali social.

A guardare la mappa dei social network mondiali, soprattutto come evolve di anno in anno, sembra di giocare a Risiko. Permangono sacche di resistenza all’avanzata di Facebook e, non sarà un caso, sono ormai concentrate nei Paesi di dubbia democraticità: Russia, Cina e Iran, dove dominano social network autoctoni. In questi ultimi due Paesi, per altro, Facebook e Twitter sono banditi dallo Stato. Facebook, negli anni, è riuscito invece a strappare il podio ai campioni locali in Paesi più aperti: in Brasile, India, Messico, Perù, Giappone e persino Arabia Saudita e Libia hanno ceduto alla popolarità del social più famoso al mondo.

Tra i fenomeni più recenti nei social media, quali i selfie, o i boom di alcune reti sociali e application, come instagram, twitter, o pinterest, è abbastanza sorprendente non trovare mai nominata un’app come flipboard. Questo articolo intende mettere in evidenza perché questo insuccesso meriti un’analisi approfondita. Flipboard è strutturata intorno all’idea di “tiles”, o “piastrelle”, una ognuna delle quali funziona come un’icona che presenta l’accesso ad altre apps scelte dall’utente, come twitter, facebook, ma anche a temi generali, quali politica, moda, attualità, riviste e giornali particolari: Hufftignton Post, Elle, Vogue, The Guardian, Domus, etc.

Tutto ha inizio quando il clima un plumbeo seguito al crollo del Nasdaq del 2001 comincia a diradarsi. In Rete c’è una società, Google, che fa parlare molto di sé. Fornisce un motore di ricerca che aiuta navigare in Internet. Fa molti profitti, vendendo a milioni di piccoli inserzionisti spazi pubblicitari a pochi centesimi di dollaro. I suoi fondatori, Larry Page e Sergeij Brin, sostengono che mai e poi mai faranno come la Microsoft, ormai sorvegliata speciale da giudici e dal dipartimento della giustizia statunitense che l’accusano di pratiche monopoliste. Google fornisce i suoi servizi gratuitamente, usa programmi informatici open source e i suoi fondatori criticano apertamente le leggi sulla proprietà intellettuale, omettendo però il fatto che l’algoritmo alla base del suo motore di ricerca è coperto da un brevetto e che è stato sviluppato all’interno di un progetto di ricerca finanziato anche da soldi soldi pubblici.

Molti pensano che l’accordo tra Facebook e WhatsApp si sia chiuso con i 19 miliardi di dollari pagati il mese scorso. In realtà quello è stato solo l’inizio. A differenza della velocità con cui gli organi regolatori danno il consenso alle acquisizioni che avvengono tra aziende, pare esserci qualche ritardo in quello tra i due colossi del web, soprattutto a causa di alcune organizzazioni e movimenti in difesa della privacy. Qualche giorno fa, precisamente il 6 marzo, un’organizzazione americana in difesa della privacy ha chiesto alla Federal Trade Commission di revisionare, e nel caso bloccare, l’accordo di acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook per garantire la difesa della privacy delle oltre 450 milioni di persone che hanno installato l’app del social network sui loro dispositivi mobili.

La parola d’ordine nel panorama hi-tech odierno, è monetizzare. Lo sanno i grandi colossi, come Facebook, che da anni cercano di convincere il mondo che si possono fare soldi anche senza produrre nulla di concreto; lo sanno i CEO delle startup come Pinterest, che nonostante abbia siglato il record per la crescita più fulminea, ancora faticano a convincere la loro gallina a fare uova dorate; ma lo sa soprattutto Google, che per primo, negli ultimi anni, ha trovato il modo di mettere a frutto il suo sconfinato parco utenti.