Facebook e Apple non sono più una religione (e questa è la migliore eredità del 2017)

Se “Spelacchio” o “fake news” sono le parole dell’anno passato, “startup” è sicuramente la parola degli anni ’10 di questo secolo. A livello simbolico, la data di inizio dell’era globale delle startup può essere considerata il primo ottobre 2010, quando nei cinema esce il film “The Social Network”. Grazie alla coppia Fincher – Sorkin (un regista e uno sceneggiatore che stanno al cinema come Messi e Cristiano Ronaldo al calcio) il bio-pic sulla vita di Mark Zuckenberg genera, in apertura di decennio, uno sciagurato fenomeno culturale di massa: da quel momento orde di mitomani e di individui facilmente suggestionabili si convincono che “startup” non sia un tipo di impresa ma uno stile di vita, che comincia con un’idea quasi sempre banale per condurre, matematicamente, alla felicità terrena.

Il fenomeno attecchì ovunque, ma soprattutto in quelle nazioni depresse dalla crisi economica, proprio come la parola di Wanna Marchi attecchiva soprattutto su anziani e poveri cristi. È per questo che in Italia si raggiunsero, da subito, risultati paradossali: una mamma abile in cucina era sufficiente per dare vita a una “startup attiva nel catering bio”; in un privé di una discoteca di Corso Como qualcuno tirava sul naso: subito dopo era già nata una startup di “Italian fashion” con sede in Cina; aprivi un negozio di brugole a Cinisello Balsamo con i soldi della pensione dei tuoi? Parlavi di “startup decentrata, attiva nel campo dell’innovazione”.

Con manica di camicia arrotolata stile Leopolda e capello impomatato stile Publitalia, si ripeteva al giornalista di turno il ritornello mandato a memoria: l’attenzione al dettaglio sempre “maniacale”, l’anatema di rito contro i giovani italiani “che sognano il posto fisso”, il misunderstanding sullo “stay hungry” di Steve Jobs usato come scusa per riconoscere ai dipendenti uno stipendio da fame.

Per quasi un decennio, insomma, le storie delle aziende partite come startup e arrivate in cima al listino di Wall Street sono assurte, a tutti gli effetti, al ruolo di moderna Religione. Le vite dei fondatori sono state tramandate come le vite dei Santi, loro opere raccontate come miracolose; e la Silicon Valley è diventata una Terra Promessa verso cui masse di fedeli compivano pellegrinaggi sperando di riceve l’illuminazione lungo il cammino.

E come tutte le Religioni che si rispettano, queste aziende sono state considerate al di sopra della Legge Umana.

Apple evadeva 13 miliardi di tasse dentro i confini dell’Unione Europea? Gente abituata a stracciarsi le vesti per l’evasione fiscale di Berlusconi non vedeva l’ora di esibire il nuovo i-phone. Foodora offriva ai riders condizioni di lavoro scandalose? Intellettuali impegnati postavano foto su Instagram con i piatti consegnati ancora caldi, con tanti saluti ai lavoratori. E lasciamo stare, per carità di Patria, cosa accadeva a chi si azzardava a criticare Uber.

Con il 2017, fortunatamente, le cose sono cominciate a cambiare, e i numerosi santoni della Silicon Valley sono stati costretti – finalmente – a fare i conti con il mondo della Ragione.

Tutti – per esempio – conoscono l’estensione e l’impatto che il movimento #metoo ha avuto sulla società a partire dallo scorso ottobre. Pochi, però, ricordano che quel movimento nacque, mesi prima, da un prologo che ha riguardato una delle stelle più luminose della Silicon Valley.

Susan Fowler è la donna che nel febbraio 2017 scrisse un post diventato poi virale per denunciare le molestie vissute durante i suoi anni da dipendente Uber. Accuse precise, che tuttavia l’azienda aveva sempre ignorato nonostante elementi di prova circostanziati, a dimostrazione di una cultura aziendale assai discutibile che, di lì a poco, si sarebbe dimostrata comune a buona parte della Silicon Valley. Le accuse della Fowler portarono al licenziamento di venti dipendenti, al “passo indietro” del discusso Ceo Travis Kalanick e a un generale ripensamento dell’intera mitologia legata alla Silicon Valley. E, soprattutto, aprirono la porta a quegli spifferi che, poche settimane dopo, con il caso Weinstein sarebbero diventati un ciclone.

Di Facebook e del suo presunto ruolo nel Russiagate si è scritto molto, e forse si scriverà ancora di più nei mesi a venire, dopo l’ammissione che alcuni agenti del Cremlino comprarono tonnellate di pubblicità nei giorni precedenti alle elezioni americane del novembre 2016 sotto forma di inserzioni a pagamento. Se da un lato non si può ridurre l’esito di un’elezione politica al numero di pubblicità comprata sui social, dall’altro non si capisce perché i messaggi politici debbano essere regolamentati ovunque, ma non su Facebook. Anche qui, il 2017 è stato un anno di rottura: Democratici e Repubblicani hanno espresso la comune volontà di cambiare il sistema, con l’azienda guidata dal protagonista di “The Social Network” che ha risposto con 2,85 milioni di dollari spesi per attività di lobby finalizzate a contrastare qualunque regolamentazione del settore.

E poi, ovviamente, c’è il caso di Apple e dei telefoni intenzionalmente rallentati per costringere la gente ad acquistare il nuovo modello in tempo per la chiusura del trimestre natalizio.

Snobbata per anni dai grandi giornali come una fake news, buona ad attirare i soliti complottisti da tastiera, la notizia era invece vera. Apple ha subito un danno di immagine enorme e mentre si prepara a subirne uno ancora più grande in termini economici, in molti si chiedono se non ci sia del vero dietro ad altre “leggende metropolitane” che, da sempre, accompagnano ogni innovazione tecnologica.

Il 2017, insomma, ha segnato la fine del tempo delle mele nel rapporto tra l’opinione pubblica e il mito delle “startup” tramandato dalla Silicon Valley, utopia attorno alla quale è finora ruotato l’attuale decennio.

E mentre da noi tira aria di disillusione – con i dati del 2017 che parlano di un calo di investimenti nel settore del 39% e di un sistema composto da migliaia di aziende microscopiche, utili all’ego di fondatori che si auto-stampano biglietti da visita con scritto “Ceo” ma non certo a migliorare l’economia – a livello globale la sfida per il 2018 è capire se sia ancora possibile tornare indietro, se i giganti della Silicon Valley possono ancora essere riportati dentro il recinto della legge.

Come raccontato nel libro “The Four” di Scott Galloway, il clima di euforia e di appoggio culturale che, fino a ieri, ha circondato aziende come Apple, Google, Amazon o Facebook ha fatto si che tali aziende si siano mosse in un regime di sostanziale anarchia, ottenendo una concentrazione di potere tale da rendere potenzialmente irrilevante ogni decisione presa da un qualunque governo eletto democraticamente dai cittadini.

Si spera che, finalmente, la società abbia trovato gli anticorpi necessari anche se i primi segnali non sono proprio incoraggianti: il consiglio comunale di Stonecrest, comune di 50 mila abitanti lungo l’interstatale 20 in Georgia, ha appena votato una mozione per cambiare il proprio nome in “Amazon City” se la compagnia deciderà di installarvi il nuovo quartier generale.

Calcolando da un lato la capitalizzazione dei giganti della Silicon Valley (la sola Apple vale quasi 900 miliardi di dollari) e dall’altro i disastrati bilanci di numerosi Stati europei – a cominciare dall’Italia – forse il giorno in cui qualcuno, a Cupertino come a Mountain View, prenderà in seria considerazione l’idea di comprarsi una Nazione non è poi cosi’ lontano.

A quel punto gli alberi di Natale saranno sicuramente migliori di Spelacchio: ma questo non rappresenta necessariamente una buona notizia per il genere umano. (Francesco Francio Mazza – www.linkiesta.it)

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