Hanagihara: “Vi spiego perché il mio libro è un caso”

Di difetti, “Una vita come tante”, ne ha almeno due. Il primo è che passa sotto la pelle e come un virus resta in circolo, anche quando il libro è sul comodino, chiuso, dopo una notte a leggerlo incapaci di posarlo. Il secondo è il finale (che non sveleremo), ma che emana odor di editor, ovvero la richiesta di molte case editrici di “chiudere le storie”, di raccontare cosa succeda a Tizio e a Caio, privando il lettore della vertigine eccitante dell’immaginare. Per il resto, le mille e più pagine di Hanya Yanagihara sono un regalo. Di una densità sconcertante, scorticanti, poetiche.

Per scriverle l’autrice americana quarantenne di origini hawaiane ha messo da parte foto e quadri per 14 anni (di Diane Arbus, Ryan McGinsley e altri): volti di uomini, scatti di quotidianità, giovani devastati da sesso e droga. Poi, come una febbre, ogni notte, per 18 mesi, ha scritto. Scritto un libro dove la mezza misura non esiste, amicizia, amore, dolore, violenza sono tutti sotto una virtuale lente di ingrandimento, si espandono di capitolo in capitolo, occupando gli spazi dell’anima. Il Times ha scritto: “Non capita spesso di leggere un romanzo di queste dimensioni e di pensare:vorrei che fosse più lungo”.

Finalista al National book award e al Booker prize è stato un caso editoriale mondiale: in Italia Sellerio l’ha da poco mandato in libreria (pp.1.104, 22 euro) e il passaparola sta facendo il suo lavoro. Una vita come tante ruota intorno a quattro ex compagni di college, ambiziosi e di talento. Hanno vissuti diversi quando si incontrano; uno di loro, Jude, il post-uomo come viene definito, ne ha uno perturbante che lo spinge all’autodistruzione.

Hanya Yanagihara, figlia di un medico, ha avuto una vita nomade, con continui spostamenti, anche frequentando i motel, tanto presenti nel romanzo (il suo secondo). Non vuole famiglia, non racconta di sé, è schiva, e deve ben conoscere la sofferenza per essere riuscita a inciderla così potentemente sulla pagina.

Questa è una delle pochissime interviste concesse, le domande che avremmo voluto farle erano molte di più: sapere se assomiglia a Jude, come ha intrecciato le storie, cosa l’ha spinta, perché ha avuto bisogno delle immagini per «vedere» i suoi personaggi. Lei ha risposto solo ad alcune, forse nascosta alla vita come lo è Jude.

Si direbbe che per lei l’amicizia sia un sentimento più forte, anche dell’amore?
Non scegliamo i nostri famigliari, i colleghi, i vicini. Scegliere gli amici è il nostro primo atto di autonomia e far crescere un’amicizia nel tempo, senza vincoli di legge, interessi di soldi e sesso, è un accordo libero fra due persone, libere e spinte da umanità.

Violenza, empatia, amore e amicizia: quale è l’ingrediente principe del libro?
Lo sono tutti perché fanno parte della vita, magari figurano in dosi diverse a seconda delle singole storie. E siccome nel mio libro tutto è esagerato, c’è anche tanta vita, cioè tanti di questi sentimenti che si combinano fra loro.

Lei ha usato i motel come icona. Arrivano dalla sua esperienza di girovaga?
I motel sono un pezzo di architettura, rappresentano l’idea della vastità, di un posto dove andare per ritrovarsi, nascondersi, scappare. E quando ti sposti tanto come ho fatto io, realizzi che il mondo è pieno di gente che “è in transito”, sospettosa, sfuggente. Ogni motel americano è segnato dal movimento collettivo dei tanti singoli, dalla somma dei loro passaggi con le loro paure e la loro irrequietezza.

Il sesso, così presente nel suo romanzo, è sovrastimato nella nostra società?
Non per tutti. È un concetto difficile da capire, l’idea che non sia poi così importante. Spero che in questo libro sia chiaro che l’amore non ha nulla a che fare con il sesso. E che certi incontri sessuali sono la negazione dell’amore.

Mentre scriveva il libro, ha avuto la sensazione di firmare un futuro bestseller?
La mia speranza era arrivare a un piccolo gruppo di lettori che sentisse che questo romanzo parlava loro direttamente. E raccontava cose di cui non avrebbero mai avuto modo di sapere nulla. Non pensavo a grandi numeri ma a pochi appassionati. Il fatto che sia diventato un caso editoriale continua a sorprendermi. (Stefania Berbenni – www.panorama.it)

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