È la notizia finanziaria del mese, e forse dell’anno. Dopo Facebook, anche Twitter si prepara a sbarcare in Borsa attraverso un’Ipo multimiliardaria. La sigla sta per Initial public offering, che letteralmente si può tradurre con l’espressione offerta pubblica iniziale. Ma che cosa significa, e come funziona il processo che porta una società privata a quotarsi sui mercati azionari?

Prima di tutto, bisogna comprendere la ragione principale che spinge le aziende a mettersi in gioco sugli ottovolante delle Borse: acquisire liquidità dai mercati. In cambio dell’afflusso di denaro proveniente dagli investitori, la società cede delle quote del proprio capitale sociale. In altre parole, l’azienda vende dei pezzettini di sé stessa, rinunciando a una parte del controllo sul proprio business (a seconda della percentuale di capitale sociale immessa sul mercato).

Le aziende devono superare diversi step prima di poter arrivare all’Ipo. Solitamente si inizia con degli incontri informali e riservati con la Borsa di riferimento, per avere chiarimenti sulla procedura da seguire, sui punti critici e sulle eventuali difficoltà che si possano prevedere. I requisiti per la quotazione presso Borsa Italiana, ad esempio, ammettono soltanto aziende con 3 anni di storia operativa e di bilanci pubblicati (di cui uno approvato da una società esterna di revisione), almeno 5 milioni di euro di capitalizzazione di mercato, un flottante minimo del 25% (la percentuale di capitale immessa sul mercato), e 100mila azioni collocate nell’Ipo.

In secondo luogo, le società nominano un advisor, vale a dire un professionista specializzato in finanza che valuti la fattibilità dell’Ipo. L’advisor può essere un responsabile interno, se la compagnia dispone di un reparto finanziario ben strutturato, o un consulente esterno proveniente da società di consulenza specializzate.

Oltre all’advisor servono altre figure esterne a supporto dell’operazione. Il procedimento può variare in base al Paese in cui è attiva la società. Si va dallo sponsor, un intermediario finanziario che accompagna la società e si fa da garante della validità e della qualità dell’Ipo, a una società di comunicazione che segua l’aspetto di marketing e comunicazione, sino alla società di revisione che esegua un controllo di due diligence sulla trasparenza e la veridicità dei bilanci e dei dati finanziari. Viene poi istituito un consorzio di intermediari finanziari per l’offerta pubblica, con lo scopo di partecipare al collocamento delle azioni ed eventualmente alla sottoscrizione della parte di capitale sociale che resti invenduta.

Negli Usa ci sono gli underwriters, i sottoscrittori dell’Ipo, un insieme di banche di investimento che sostengono la società durante il processo di offerta al pubblico. Gli underwriters fanno ricerche di mercato, verificano la solidità dell’offerta e, infine, portano l’azienda in giro per un tour promozionale tra gli investitori, detto roadshow. Gli stessi sottoscrittori acquistano anche le azioni a un prezzo scontato e procedono poi a rivenderle a investitori terzi sul mercato pubblico.

Quando il prezzo è stato fissato a un livello abbastanza basso da essere attraente, ma abbastanza alto da valorizzare la società, e al termine della campagna pubblicitaria, arriva il momento della initial public offering. Ovvero, la prima giornata di vendite dei titoli della società sul mercato primario, direttamente ai grandi investitori istituzionali. Solo in un secondo momento le azioni raggiungono i mercati secondari – le Borse – e vengono ri-vendute agli investitori privati. Da quel momento, il successo del titolo è nelle mani del giudizio implacabile dei mercati. (Andrea Curiat – www.wired.it)

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