La dinamica socioculturale a partire dalla caduta del Muro di Berlino a oggi evidenzia con crudezza i profondi cambiamenti che hanno caratterizzato non solo il nostro Paese ma il mondo nel suo complesso. Quell’evento, che simbolicamente rappresentava l’implosione dell’impero sovietico, ha di fatto accelerato in modo drastico un processo di cambiamento già in essere a partire dalla fine degli anni Sessanta, attribuendo all’economia, ma in particolare alla finanza, un potere di governo dei sistemi sociali che va molto al di là della sola dinamica dei mercati.

L’attribuzione all’economia di un ruolo taumaturgico di tutti i mali sociali l’ha trasformata da strumento funzionale al soddisfacimento dei bisogni in presenza di risorse scarse (la tradizionale definizione) a scienza finalistica che ridefinisce la scala dei valori dei bisogni stessi. Non si guadagna per vivere bene, ma si vive per guadagnare il più possibile; abbiamo scambiato i mezzi con i fini.

Il perseguimento, quindi, della massimizzazione del risultato economico a ogni costo ha portato in subordine gli obiettivi di moralità ed eticità, arrivando a giustificare comportamenti illeciti. La finanza ha avuto in tutto ciò un ruolo determinante: a essa è stata subordinata l’economia reale e ha dato a tutti l’illusione di potere vivere in un mondo magico potendosi arricchire facilmente e presto come Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei balocchi, salvo poi trovarsi vittime di quello stesso mondo. Tutto è diventato finanza e l’economia da solida è diventata liquida, in un gioco di ombre, di luci e di specchi in una roulette governata dal croupier e non dalla razionalità dei mercati. Così diventa difficile capire che cosa è vero nelle notizie che ogni giorno leggiamo sui media a partire dallo spread che, anch’esso come Pinocchio, sembra più un burattino che una misura razionale.

Il tempo della finanza inizia nel 1990, subito dopo la caduta del Muro, quando l’Accademia delle scienze attribuisce il Nobel a Harry Markowitz «per gli studi pionieristici nel campo della finanza che consente la più rapida realizzazione degli obiettivi di profitto rispetto all’economia reale». Il volume dei derivati in quel decennio passerà da un ventesimo del prodotto interno lordo mondiale (1989) al doppio (1999), mentre nel 2010 diventerà 20 volte e sarà concentrato nelle mani di un piccolo numero di banche d’affari, un oligopolio a tutti gli effetti. Per seguire gli interessi egemonici che guidano la finanza diventa necessario deregolamentare i mercati e nel 1999 Bill Clinton abolirà il Glass-Steagall act che Theodore Roosevelt aveva promulgato nel 1923 per temperare il potere della finanza. La deregolamentazione finanziaria, la globalizzazione e i sofisticati meccanismi fiscali favoriranno la formazione di un contesto socioculturale senza precedenti nella storia dell’uomo, perché i capitali si andranno a collocare in quei paesi in cui la soglia dei controlli è più bassa. Le nazioni rimangono senza ricchezza e questa, rimasta invece senza stati, risponde solo a se stessa, come una sorta di senato virtuale in grado di orientare non solo i mercati ma anche le scelte di governo dei paesi.

«Ma l’essere in possesso di un potere che non è definito da una responsabilità morale e non controllato da un profondo rispetto della persona significa distruzione dell’umano in senso assoluto… Poiché non c’è azione che si esaurisca nel suo oggetto … ogni azione afferra anche colui che la compie… L’uomo diventa continuamente ciò che egli fa… e se l’uso del potere continua a svilupparsi lungo le linee indicate non si può prevedere che cosa avverrà in chi usa del potere: distruzioni morali e rovine spirituali di natura sconosciuta»: lo scriveva Romano Guardini nel 1954 nel suo saggio La fine dell’epoca moderna. Il potere.

Le banche d’affari che hanno cavalcato la finanza, legittimate dai Nobel, stanno ora patteggiando con il dipartimento di Giustizia americano per i comportamenti fraudolenti avuti nella gestione dei subprime che hanno generato la crisi del 2008; eppure allora erano state salvate dalla Federal reserve che aveva scaricato sul paese il debito conseguente, il cui volume oggi blocca le azioni di risanamento e alimenta uno scontro politico e culturale.

Allo stesso modo l’andamento del nostro spread si muove asimmetricamente al reale andamento dell’economia, del crescente disagio sociale e al giudizio peggiorativo delle agenzie di rating: oggi oscilla tra 230 e 250 punti base, come nell’agosto del 2011, quando la situazione era certamente migliore; eppure di fronte all’evidente asimmetria razionale nessuno si domanda il perché. Le sue variazioni sono state fatte percepire come minacciose alla gente comune e sono servite come una sorta di ricatto per fare assumere misure restrittive in definitiva ai danni della povera gente. La situazione, comunque, è poi peggiorata e lo spread al contrario si è abbassato senza fatti che ne potessero giustificare la variazione al ribasso. Lo spread continuerà a restare basso contro ogni evidenza perché una sua variazione importante al rialzo rischia di essere troppo destabilizzante per il gioco globale di chi governa i mercati e del potere mondiale.

La gente comincia a capire che siamo arrivati alla fine di un periodo storico e di un modello culturale che ha disgregato il sistema sociale alimentando un individualismo conflittuale finalizzato al bene personale. Se ne deve aprire un altro in grado di riannodare il sistema delle relazioni sociali e ripristinare il senso di solidarietà che il nostro popolo ha da sempre avuto. Questa non è una crisi economica, ma antropologica, e rappresenta una delle grandi transizioni della storia dell’uomo quando a una cultura ne subentra un’altra. È ora che si cominci a prenderne coscienza altrimenti continueremo a cercare le cause della crisi nei posti sbagliati e peggio sarà per tutti. (Fabrizio Pezzani – www.panorama.it)

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