Era il 30 gennaio del 1959, l’anno della morte di Ritchie Valens e Buddy Holly nel noto incidente aereo che avrebbe dato una virata decisa alla storia del rock and roll. Con una cerimonia carica di retorica ispano-equatoriale, Marvel Moreno veniva incoronata Reginetta del Carnevale di Barranquilla allo stadio Romelio Martínez. Già da un mese, quasi, contemporaneamente allo storico ingresso di Fidel Castro a L’Avana, l’augusto deretano di Fulgencio Batista era spiaggiato sulla sabbia morbida di Boca Chica, Repubblica Dominicana, prima di trovare rifugio definitivo sulle coste della Spagna franchista.

La bella adolescente, che dopo qualche anno diventerà una delle voci più brillanti della narrativa colombiana della seconda metà del Novecento, saluta mentre sorride da un fastoso carro allegorico vagamente ispirato all’Oriente. I pesanti monili al collo e alle braccia lusingano la perfezione della struttura ossea.

Durante la tradizionale visita ai quartieri periferici e popolari della città, la giovane primadonna, educata nelle scuole più esclusive ma costretta a interrompere gli studi, lettrice autodidatta e isolata in una forzata casalinghitudine dettata dalle norme sociali delle classi più abbienti, può finalmente vedere con i propri occhi – dall’alto della sua postazione dove la raggiugono scariche di fiori recisi – l’eterogeneità antropologica su cui, fino a quel momento, aveva solo potuto fantasticare attraverso i racconti delle tate meticce.

Questa esperienza di frivolezza giovanile, citata tutt’oggi in modo arbitrario e superficiale da qualcuno per mortificare il valore della scrittura di Moreno, le permette invece di intuire un universo umano che, una volta diventata adulta, trasformerà in materia letteraria per la sua prosa tagliente.  In Italia sono stati pubblicati il romanzo In dicembre tornavano le brezze (Milano, Giunti, 1988) e la raccolta Qualcosa di brutto nella vita di una signora perbene (Milano, Jaca Book, 1997), che contiene alcuni tra i suoi racconti più riusciti, “Autocritica”, “Susine per Tomasa” “La morte dell’acacia” e “La notte felice di Madame Yvonne”. Per entrambi i libri, vale la pena sfidare le prime gelate e raggiungere infreddoliti la biblioteca o la libreria più vicina o più accogliente. Cresciuta a Barranquilla, il porto fluviale e marittimo più importante della nazione, capoluogo del Dipartimento dell’Atlantico, nel 1969 Marvel Moreno parte per l’Europa, dove vivrà fino alla sua morte.

Liz, con cui chiacchiero seduta su una panchina del lungomare di Puerto Colombia, a una ventina di minuti in auto da Barranquilla, mi racconta alcuni ricordi nitidi della sua infanzia legati alla figura della cugina, che ha segnato il suo percorso di formazione. Passava molto tempo a casa di Marvel, attratta dalla sua gentilezza e dalle matite colorate che era solita regalarle. Riusciva a stare rinchiusa in camera anche per tre giorni, senza lavarsi e dimenticandosi i pasti. Scriveva, mentre la madre faceva lunghe telefonate a specialisti di vario genere.

A metà tra la figura della zia, perché molto più grande di lei, e della sorella maggiore già smaliziata, Marvel presta libri alla cuginetta e alle sue amiche, libri sistematicamente requisiti dalle madri, organizzate attorno a complesse e capillari procedure di spionaggio familiare volte a difendere quel briciolo di rispetto reverenziale rimasto alle fanciulle nei confronti delle suore francesi asserragliate in quel collegio inespugnabile dalla facciata bianchissima.

Arriviamo in auto fino al Castello di Salgar, ubicato strategicamente su un promontorio da cui è possibile abbracciare l’oceano e immaginarsi le coste cubane, per poi arrivare fino alle sponde della Louisiana e guadarne le immense paludi imboccando uno dei tanti rami acquitrinosi dell’Old Man, il Mississippi, dalle grandi braccia e l’alito puzzolente.

Il riferimento al Sud degli Stati Uniti non è peregrino. Entrambi i territori convivono con la presenza di un fiume sconfinato – il Magdalena e il Mississippi – che determina in entrambe le regioni una specifica conformazione territoriale caratterizzata da biforcazioni e meandri collosi visibili distintamente a occhio nudo tanto sulla Interstate 10, da Lafayette verso Baton Rouge, quanto sull’ultimo tratto del volo Bogotá-Barranquilla, quando anche l’aereo pare muoversi più faticosamente, schiacciato dal caldo torrido del tropico che solo gli Alisei sanno moderare.

Liz gesticola flemmatica, sembra disegnare ampi cerchi nell’aria mentre ricorda gli anni Sessanta e la prima volta che vomitò in processione a causa del pesante cotonaccio dell’uniforme scolastica, adatto forse alle primavere provenzali, non al soffoco ostinato di certe latitudini. Ci avviciniamo ai portici del castello, un tempo fortino spagnolo divenuto poi, in seguito all’Indipendenza della colonia, stazione doganale di controllo del contrabbando e della pirateria fluviali.

Ci sono importanti affinità tra il Caribe colombiano e la città di New Orleans, con le sue estese superfici inondabili: entrambe le regioni sono caratterizzate da una vulcanica eterogeneità umana frutto del meticciato e della commistione tra elementi autoctoni, europei e africani. Un esempio di questa sorellanza immaginifica tra le due terre è il Carnevale, che si celebra con la stessa intensità e vitalità in entrambe le tradizioni folcloriche. A proposito, la parentela tra l’immaginario letterario di William Faulkner e di Gabriel García Márquez e Marvel Moreno ha ben poco a che vedere con lo sfinito “realismo magico”, ma piuttosto con l’insediarsi, in entrambe le regioni, della United Fruit Company e della sua organizzazione sociale forzata intorno a piccoli centri abitati provvisori e funzionali ai suoi interessi che di magico, per giunta, hanno sempre avuto ben poco.

Gli scenari spettrali dello sgretolarsi dell’aristocrazia schiavista del Sud degli Stati Uniti, memento del vecchio potere agrario sostituito da un sistema di tipo industriale e finanziario, colpiscono Marvel Moreno, che decide di impiegarli per la rielaborazione, in chiave Caribe, del tema della casa in rovina, stimolata dalla lettura del romanzo Sartoris (1929), che William Faulkner aveva ambientato nella vecchia dimora di un colonnello defunto.

In In dicembre tornavano le brezze, questo tema si sdoppia dando forma alle immagini contrarie delle innumerevoli tombe domestiche in cui languono giovani madri imbottite di psicofarmaci da una parte, e della Torre dell’Italiano dall’altra, una villa labirintica che richiama il topos del palazzo incantato.

Quest’ultima, la Torre, funziona nell’opera come soglia d’accesso all’inconscio, dove potere percepire l’interiorità come il risultato di un’espropriazione originaria, un territorio straniero interno il cui funzionamento concerne elementi propri, ma non per questo meno ignoti. Che sia un’esperienza liberatoria, beh, è tutto da vedere.

Oltre Barranquilla, oltre Puerto Colombia, la Torre dell’Italiano o il Castello di Salgar, oltre la terraferma, le paludi alluvionali, attraversato l’Oceano Atlantico e quello Pacifico, non c’è nulla: le traversie per i continenti non hanno nessun peso specifico. È la capacità del distanziamento ad averne. Scrivere per non accomodarsi, simulare per non fingere, isolarsi per incontrare quella piccola porzione di mondo cui ci si vuole rivolgere, che per Marvel, Liz – così come per le tante bambine passate sotto lo sguardo truce delle suore francesi – ha coinciso con un foglio di carta su cui disegnare, per compito, la cartina della Colombia, con i suoi fiumi, laghi, montagne ed altipiani.

Liz sorride, mi guarda. Canticchia: m-m-m-mmm, that’s when you’re learnin’ the game… Mi chiede se il ritornello è di Buddy Holly. Senza aspettare la risposta, aggiunge: quando inizi a capire che per riprodurre meglio le cime dei vulcani, puoi appiccicare mucchietti di sabbia raccolti il giorno prima giocando da sola sulla spiaggia, significa che stai imparando le regole del gioco. (Federica Arnoldi – www.doppiozero.com)

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