Cani che rimangono accanto al corpo senza vita di un loro compagno quasi volessero vegliarlo. Mamme gorilla ed elefantesse che non si vogliono separare dai loro piccoli morti. Gatte che per giorni cercano disperatamente le loro cucciolate soppresse. L’esperienza quotidiana dimostra che anche gli animali possono provare sentimenti. Secondo un ricercatore australiano, questa  caratteristica sarebbe ancora più diffusa di quanto si pensi.

Per  l’antropologo e filosofo australiano Thom Van Dooren, infatti, anche i corvi provano qualcosa di molto simile al lutto. Lo dice nel suo ultimo libro Flight Ways, Life and Loss at the Edge of Extinction, nel quale sostiene un’idea provocatoria: noi umani crediamo di essere un’eccezione in natura, ovvero di essere gli unici dotati di emozioni, ma proprio questo concetto ha prodotto la nostra predisposizione attuale a distruggere l’ambiente.

Nel corso degli anni, vari studi hanno accertato che molti animali sono capaci di azioni e comportamenti precedentemente considerati di esclusiva pertinenza umana, come ad esempio utilizzare degli strumenti. Sappiamo ora che i primati hanno una notevole manualità e che persino alcuni tipi di uccelli usano pietre e bastoncini per estrarre il cibo da gusci, conchiglie, tronchi. Ma non solo. Molte specie mostrano evidenti capacità di provare empatia per i propri simili e un’abilità nel modulare i suoni emessi in base a quello che vogliono esprimere.

Ma ora lo studio di Van Dooren va ben oltre. “Ci sono ottime prove per sostenere che i corvi, oltre ad un alto numero di mammiferi, soffrono per la perdita dei loro morti”, ha detto in un’intervista alla rivista del National Geographic. “Noi però non riusciamo a comprenderlo a causa dell’eccezionalismo, la nozione in base alla quale crediamo che soltanto gli esseri umani possano provare dolore. Ma invece è evidente – da osservazioni di diverse specie animali in tutto il mondo – che non è così:  i corvi piangono per gli altri corvi. Si rendono conto che sono morti e ciò ha un impatto su di loro.”

Il filosofo ha scritto un capitolo dedicato proprio a questo tipo di volatile come provocazione, per indurre il lettore a far attenzione a tutte le specie che si stanno estinguendo e a trarne un insegnamento,  per incominciare a vivere in modo diverso, dimostrando maggior rispetto per l’ecosistema. “Anziché pensare a noi stessi come a degli animali, abbiamo una lunga tradizione – almeno in Occidente – che ci porta a  considerarci  gli unici esseri dotati di anima immortale o come delle creature a sé, per la nostra razionalità, per la nostra abilità nel manipolare e dominare il mondo”, ha detto.

Le conseguenze sono state deleterie per gli altri esseri viventi che dividono con noi la Terra. La nostra presunta superiorità  ha condizionato a tal punto il nostro modo di trattare l’ambiente, da mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del pianeta. Uno studio recente ha stabilito che gli esseri umani hanno accresciuto fino a 10 mila volte il tasso naturale di estinzione delle specie animali e vegetali. Il mondo è sull’orlo della sesta estinzione di massa della sua storia, ma stavolta solo per colpa nostra.

L’ultima si verificò circa 65 milioni di anni fa, quando un cataclisma globale – probabilmente, l’impatto con un enorme asteroide – determinò la morte dei dinosauri e di migliaia di altre specie in un lasso di tempo molto breve. “Oggi stiamo perdendo la biodiversità ad un ritmo molto simile. Ma questa, ovviamente, è un’estinzione di massa antropogenica, di origine umana. La causa principale sono gli uomini”, ha sottolineato Van Dooren.

Ecco perché un numero crescente di studiosi sta valutando l’idea di denominare l’era geologica nella quale ci troviamo con il nome Antropocene, riconoscendo di fatto quanto l’Uomo – nel bene e purtroppo anche nel male – sia stato fondamentale per modificare l’aspetto della Terra. Stiamo distruggendo la nostra casa, ne stiamo ammazzando i suoi abitanti, eppure non si leva un grido unanime di condanna. Perché questa indifferenza?

Secondo l’antropologo, in gran parte dipende dall’ignoranza. ”Non abbiamo veramente compreso cosa comporti l’estinzione. Parliamo dei numeri, citiamo il Rinoceronte Bianco o il Kakapo, ma non siamo in grado di spiegare perché la loro perdita sia così importante, quanto preziosa ed unica sia ognuna di queste specie”. Cancellando loro, però, cancelliamo il nostro stesso futuro, in una drammatica reazione a catena. “Se un’altra specie scompare, non è semplicemente un altro nome da aggiungere alla lista. È una parte di noi che se ne va”. (Sabrina Pieragostini – www.panorama.it)

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