L’Europa tra autunni trapassati e prossimi futuri

«Che una malattia ci sia è evidente […]. Ci accorgiamo di
parlare un linguaggio tutto metaforico. Ma senza metafore
non si attingono i concetti generali, e l’immagine di tormenti
e sconvolgimenti nel caso nostro è adeguatissima. […]. Senza
dubbio l’epoca nostra ha la febbre»1.
Johan Huizinga

«Nazioni come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono
diventate ricche perché i loro cittadini hanno rovesciato
le élite che controllavano il potere, dando vita a società
in cui i diritti politici sono distribuiti»2.
Daron Acemoglu, James A. Robinson

Johan HuizingaL’autunno del Medioevo, Sansoni, Firenze 1978
Joschka FischerSe l’Europa fallisce?, Ledizioni, Milano 2015

Autunno europeo
«Oggi l’Europa, dopo venticinque anni di una crescita economica senza precedenti, si dibatte senza dubbio in una crisi a un tempo economica, politica e spirituale»3. Così scriveva quarant’anni fa Raymond Aron, prefigurando un autunno continentale che rimanda ad altre stagioni del tempo storico trascorso, quale quella su cui ormai un secolo fa rifletteva il grande storico olandese Johan Huizinga. Quell’autunno incombente sul Vecchio Continente che, ancora una volta, tre anni fa veniva segnalato come un rischio reale nel pamphlet di un politico tedesco di prima fila – quale Joschka Fisher – già vicecancelliere e ministro degli esteri durante il governo Schröder, da sempre esponente di una visione europeistica democratica e di sinistra.

Ma se quattro decadi or sono Aron collocava la decadenza europea entro lo scenario della Guerra Fredda, come autocondanna all’insignificanza indotta da un morbo intellettuale che il grande sociologo francese definiva “conformismo di sinistra” (avvisaglia dell’imminente dilagare di quella anestesia dello spirito critico impostasi dagli anni Ottanta nella formula conformistizzante del “politicamente corretto”), oggi l’observateur engagé tedesco ne individua le cause soprattutto nella dimensione endogena di un processo interrotto nell’unificazione continentale; per l’incapacità di dare risposte alle sfide incombenti e i conseguenti impatti distruttivi delle “scelte non-scelte” sulla solidarietà e sull’identificazione democratica dell’Unione.

Con una ben precisa data d’avvio della fase involutiva: «dal 2009 cresce in modo drammatico il numero degli europei che dubitano dell’Europa, anzi che disperano nell’Europa. La promessa di benessere si è trasformata nel Nord in un’angoscia da espropriazione e nel Mezzogiorno in una miseria economica permanente. Al posto della speranza di un’unificazione graduale del continente e di una solidarietà europea, al posto di questa speranza e delle azioni che essa ispirava, è oggi subentrata una spaccatura tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri»4. Ossia il tracollo politico unitario, a fronte dell’arrivo sulle coste europee della devastante onda finanziaria proveniente da oltre Atlantico, in seguito al crollo di Wall Street del 14 settembre 2008. Da cui lo smarrimento, diffusosi ai piani alti di Berlino e Francoforte, nonché nella dépendance in Belgio, che ha spalancato il vaso di Pandora delle politiche di austerity. E – in primo luogo – la decisione della cancelliera tedesca di gettare alle ortiche ogni spirito europeista; premessa più che concreta per il naufragio del progetto (con)federativo: «processo iniziato in modo strisciante nel 2009 quando il governo Merkel di allora ha deciso di imboccare la strada di una soluzione nazionale alla crisi contro un approccio comune europeo»5.

L’idea, ora in avanzamento con sempre maggiore forza, che Andrea Bonanni di Repubblica chiama “il progetto di Merkel e Macron”: la formalizzazione definitiva dell’asse tra Parigi e Berlino (a cui Roma cercherebbe disperatamente di restare attaccata, magari come vagoncino di coda) che riduce il sogno europeo al semplice concerto in quel di Bruxelles (e Strasburgo) tra i rispettivi governi nazionali.

Dunque, “Progetto” consolidato dall’elezione all’Eliseo, questa primavera, del bonapartista Emmanuel Macron (invenzione della banca e della Massoneria d’Oltralpe) e dalla presumibile rielezione, in autunno, di Angela Merkel, garante delle priorità economiche tedesche.

«Un’Europa a due velocità – scrive Bonanni – è necessariamente un’Europa più intergovernativa, dove sono le capitali dei grandi Paesi a dettare le direzioni da prendere e i ritmi da seguire. E i Paesi più “grandi” degli altri, cioè Germania e Francia, avrebbero certamente un ruolo di leadership praticamente incontrastato e incontrastabile. Le istituzioni comunitarie finirebbero, come già accade ora, per avere un ruolo marginale: poco più di un segretariato esecutivo di decisioni prese altrove»6.

La definitiva consacrazione dell’idea di una Europe à la carte con livelli di integrazione a geometria variabile, la cui legittimazione promana da Stati-nazione dal profilo sempre più usurato. Il che significa ancora una volta la vittoria di un’Europa plutocratica degli establishment e delle élite, in cui il ruolo della finanza si conferma decisivo, sull’utopia di un’Europa della democrazia.

Con una considerazione retrostante, più volte ribadita da Giovanni Arrighi: «l’idea braudelliana delle espansioni finanziarie come segnali dell’autunno di importanti sviluppi capitalistici»7. Il declinare e appassire di un ciclo sistemico, anche politico, nella migrazione capitalistica della riproduzione materiale all’accumulazione virtuale e speculativa.

Coincidenze insospettate
Una constatazione di irrimediabile invecchiamento; accelerato dalle rivoluzioni strettamente correlate dell’information technology e dei mercati globali, che determinano la prevalenza dei flussi sui luoghi; e – di conseguenza – sfondano i confini delle istituzioni statuali, che pure conservano il potere formale e- nel caso nostro – controllano il riassetto europeo. Contraddizione che Ralf Dahrendorf evidenziava già tre decadi fa: «lo Stato nazione non è diventato forza motrice, bensì ostacolo per il progresso. Esso è l’anacronismo che impedisce il duraturo successo di nuovi sviluppi»8.

In effetti, al sociologo anglo-tedesco, nominato lord dalla regina Elisabetta, va anche riconosciuto il merito di aver riproposto in quelle stesse pagine la frequentazione di un importante autore novecentesco – quale Johan Huizinga – da tempo marginalizzato dalle hit storiografiche.

Secondo Lord Dahrendorf è proprio nell’autunno del medioevo che possiamo scorgere il primo passaggio alla modernità, affrontato nell’accantonamento dello spazio feudale, a seguito dell’affermarsi di quello urbano. L’ascesa della città.

Oggi ci troviamo davanti all’analoga questione di definire le dimensioni spaziali di una governance possibile e – al tempo stesso – al riproporsi di un fenomeno attentamente lumeggiato dallo storico olandese: l’inarrestabile svuotamento del patrimonio valoriale che ha nutrito le istituzioni vigenti al servizio della società. A quel tempo si trattava dell’ideale cavalleresco.

«La vera storia del tardo Medioevo ha poco a che fare con quella falsa rinascita della cavalleria: non fu che una vecchia vernice che si sfaldava. Gli uomini che facevano la storia erano tutt’altro che sognatori, bensì uomini di Stato e mercanti, freddi e calcolatori, fossero principi, nobili, prelati o borghesi»9. Dunque, la ritualizzazione di pratiche che un tempo incorporavano altissimi significati di appartenenza; e che, a partire da quel momento, si riducevano a formalismo ed etichetta.

Allo stesso modo di come sovente e sempre di più appaiono rituali gli attuali momenti di incontro ufficiale tra eurocrati, non meno che vuoti e sostanzialmente falsi i richiami all’iconografia dei Padri Fondatori. Sotto lo sguardo compiacente da maestro di cerimonie del politicante lussemburghese (staterello ben noto come paradiso fiscale) Jean Claude Juncker.

Per cui valgono sempre – tanto per allora come nell’oggi – le successive considerazioni di Huizinga: «Quanto più un ideale civile esige virtù supreme, tanto maggiore è la discrepanza fra forme di vita e realtà. […] Ad ogni successiva trasformazione dell’ideale il guscio esteriore, diventato menzogna, si è staccato»10. La demolizione dell’ideale eroico ottenuta imbrigliando le passioni (aristocratiche) attraverso la valorizzazione degli interessi (borghesi), la concupiscenza di gloria e potere sostituita dalla brama di denaro; cui il famoso economista Albert Otto Hirschman ha dedicato un celebre saggio, trovando una risposta alla domanda di Max Weber, al centro della sua ricerca sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo: «come poté accadere che un’attività, la quale moralmente era a malapena tollerata, diventasse per Benjamin Franklin una vocazione»11. Operazione costruttivistica indirizzata alle mentalità che richiese alcuni secoli per giungere a compimento; dal quattordicesimo secolo almeno fino alla Favola delle api di Bernard Mandeville (1670-1733).

Sicché, come l’autunno del mondo medievale apriva una stagione di ricerca e sperimentazione che individuò un assetto stabile solo attorno alla metà del XVII secolo, con le paci di Westfalia, simmetricamente la palese involuzione del processo europeistico pone con urgenza la necessità di un grande sforzo di innovazione politica; che – come scriveva sempre Dahrendorf – richiede la diffusione a livello continentale di una effettiva cittadinanza europea. E coraggio intellettuale.

Innanzi tutto, riconoscendo «come tale il vicolo cieco» in cui attualmente continua a languire l’Unione. Intrecciando le lezioni di un grande storico dei Paesi Bassi, morto l’1 febbraio 1945 nella prigione nazista a de Steeg presso Arnhem dove era stato incarcerato per antifascismo, e il messaggio di un politico tedesco che si è voluto deliberatamente mettere fuori dai giochi politicanti per testimoniare più liberamente i propri convincimenti.

Se così non fosse, potrebbe delinearsi all’orizzonte quella che già a suo tempo Aron definiva “la legge Tocqueville”: l’inevitabilità della caduta di un assetto socio-politico determinata dal venire meno della capacità propulsiva nell’esercizio del proprio ruolo.

Con le parole del gentiluomo normanno, a commento della caduta dell’Ancien Régime: «quando la nobiltà detiene non soltanto dei privilegi, ma dei poteri, quand’essa governa e amministra, i suoi diritti specifici possono essere ad un tempo maggiori e meno evidenti. Nei tempi feudali si guardava alla nobiltà press’a poco come si guarda oggi al governo; se ne sopportava i pesi in ragione delle garanzie ch’essa forniva. I nobili possedevano privilegi molesti, vantavano facoltà per altri onerose: ma garantivano l’ordine pubblico, rendevano giustizia, facevano eseguire le leggi, venivano in soccorso del debole, reggevano gli affari comuni. Via via che la nobiltà desiste da tali compiti, il peso dei suoi privilegi sembra farsi maggiore, anzi finiscono coll’apparire ingiustificati e incomprensibili»12.

Ulteriore corso e ricorso storico, che dovrebbe mettere in guardia popoli e governanti del Vecchio Continente, dal fatto che si stanno cacciando nel tunnel oscuro di un caos sistemico; mentre l’immensa capacità di manovra ed egemonia di istituzioni territoriali estese a livello continentale (super-Stati) e organizzazioni globali (mega-multinazionali) condannano ancora una volta all’insignificanza le piccole tessere che compongono il mosaico europeo. Non meno dei loro popoli.

Perché se si vuole dar retta a Pier Virginio Dastoli, Presidente del Movimento Europeo e già assistente del Padre Fondatore europeo Altiero Spinelli, il fare fronte alle ondate di incertezza che ci stanno investendo richiede «più Europa e non meno Europa, più sovranità condivisa e meno sovranismo nazionalista, più ponti e nessun muro, più democrazia a tutti i livelli e meno “federalismo degli esecutivi”, più partecipazione e maggiore prossimità, più diritti e meno rigore finanziario»13(Pierfranco Pellizzetti – temi.repubblica.it)

NOTE

1 J. Huizinga, La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962 pag. 30
2 D. Acemoglu e J. A. Robinson, Perché le nazioni falliscono, il Saggiatore, Milano 2014 pag. 14
3 R. Aron, In difesa di un’Europa decadente, Mondadori, Milano 1978 pag. 12
4 J. Fischer, Se l’Europa, op. cit. pag. 19
5 Ivi pag. 159
A. Bonanni, “Ma Merkel ha altri piani”, la Repubblica 14 settembre 2017
7 G. Arrighi, Il lungo XX secoloil Saggiatore, Milano 1996 pag. 217
8 R. Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, Laterza, Roma/Bari 1988 pag. 206
9 J. Huizinga, L’autunno, cit. pag. 127
10 Ivi pag. 146
11 A. O. Hirschman, Le passioni e gli interessi, Feltrinelli, Milano pag. 21
(19 settembre 2017)
12 A. de Tocqueville, L’Antico Regime e la rivoluzione, Scritti Politici Volume II, UTET; Torino 1969 pag. 638
13 P. V. Dastoli, “Più ponti e nessun muro”, Critica Liberale gennaio-marzo 2017

Lascia un commento