Non è tutto bitcoin quel che luccica

Bitcoin vola. La sua ascesa a quotazioni stratosferiche gli hanno fatto guadagnare la ribalta della cronaca anche al di fuori dei circoli degli iniziati e della stampa finanziaria. Ha sfondato la soglia dei 10 mila dollari, dopo essere salito del 100 per cento in poco più di un mese e di oltre il 1.000 per cento in un anno. Invano l’editorialista del Financial Times, John Authers, ha cercato precedenti paragonabili nella storia dei mercati finanziari. Bisogna risalire fino alla bolla dei tulipani per trovare un rialzo altrettanto vertiginoso, per la cronaca finito poi in un’ancor più repentina caduta.

Che cosa sostiene l’aumento apparentemente inarrestabile del prezzo del bitcoin? Quali vette è destinato a raggiungere? E che cosa succederà a quel punto? Si stabilizzerà ad alta quota? O precipiterà rovinosamente al suolo?

Da qualche tempo, si è presa l’abitudine di parlare del bitcoin come se fosse un titolo finanziario. Si misura la “capitalizzazione”, ossia il valore complessivo sul mercato, ormai oltre i 150 miliardi di dollari, e lo si confronta con quello, pressoché equivalente, di grandi gruppi industriali come General Electric, Walt Disney o Philip Morris. Ma non è un titolo finanziario. Azioni e obbligazioni hanno un emittente. Sono sempre, al tempo stesso, un’attività per chi le detiene e una passività per chi le emette. E questi ultimi, siano società commerciali o stati sovrani, ne rispondono con la propria capacità di generare reddito. Bitcoin, invece, è un’attività di chi lo possiede, senza essere la passività di nessuno. Nessuno risponde del suo valore, nessuno è tenuto a rimborsarlo o a remunerarlo. È una ricchezza che non genera alcun reddito.

Sotto questo profilo, più che a un titolo finanziario, bitcoin è assimilabile a una commodity, come l’oro. E come nuovo oro digitale lo celebrano, appunto, i suoi fautori. In effetti, condivide con l’oro il carattere della scarsità. L’algoritmo che ne governa la creazione fa sì che attualmente siano emessi 12,5 bitcoin ogni dieci minuti. Ma il valore è programmato per dimezzarsi ogni quattro anni. Sicché la quantità complessiva di bitcoin, oggi pari a circa 16,7 milioni, si approssimerà asintoticamente alla soglia di 21 milioni, senza mai poterla superare.

Non c’è da meravigliarsi che un bene costruito per essere scarso aumenti costantemente di valore.

Perché non è la moneta ideale

O forse sì. Gli economisti classici insegnano che il valore dipende non solo dalla scarsità, ma anche dall’utilità. Quale sarebbe, dunque, l’utilità di bitcoin che ne giustifica l’aumento di domanda, e quindi anche di prezzo? Si dice, la sua capacità di costituire un mezzo di scambio più efficace dell’oro e di qualunque altra moneta. In effetti, proprio questo sembra essere il suo pregio intrinseco: la capacità di coniugare, grazie a un’innovazione dirompente nel campo della crittografia, le caratteristiche della moneta elettronica (la conservazione sicura e il trasferimento istantaneo di qualunque importo in qualunque parte del mondo attraverso le tecnologie informatiche) con le caratteristiche del denaro contante (l’anonimato e l’assenza di intermediari). Il bitcoin è la prima forma di contante digitale.

Tuttavia, basta questo a farne la moneta ideale? Non proprio. Innanzi tutto, i costi di transazione sono molto bassi per i singoli utenti soltanto perché sono coperti dal signoraggio, ossia dalla creazione di nuova moneta. Per la collettività, la certificazione delle transazioni e l’emissione di bitcoin comporta un costo esorbitante in termini energia elettrica: il consumo annuo, di oltre 30 TWh, corrisponde a quello di un paese come il Marocco.

Ma ciò che gli impedisce di essere una buona moneta è soprattutto la sua volatilità. Chi è disposto a farsi pagare con uno strumento il cui valore può aumentare e poi diminuire di oltre il 10 per cento nello stesso giorno, come è avvenuto per esempio il 29 novembre? Non è un caso che la stragrande maggioranza dei bitcoin sia detenuta come investimento e non usata come mezzo di scambio.

Ma anche come investimento comincia ad apparire troppo volatile e speculativo. Il prezzo aumenta ormai soltanto perché lo si compra nell’aspettativa che possa aumentare. Il circolo vizioso tipico delle bolle. Tanto che Joseph Stiglitz ha sentito il dovere di avvertire: bitcoin va vietato. Come riconosce lo stesso Stiglitz, però, la peculiarità del bitcoin consiste proprio nel sottrarsi ai controlli delle autorità di vigilanza, grazie all’anonimato garantito dalla crittografia.

Certo, come ha raccomandato recentemente Jean Tirole, è opportuno che le autorità di vigilanza impediscano agli intermediari finanziari di investire in bitcoin. Ma non c’è bisogno di vietarlo. Con ogni probabilità, farà la fine di Icaro. Bitcoin cadrà vittima dei suoi stessi difetti. E forse nel frattempo saranno le banche centrali, grazie alla tecnologia di bitcoin, a emettere contante digitale. Così magari la sua parabola avrà insegnato a costruire una moneta come la vedeva Adam Smith: capace di veicolare i beni prodotti, senza intralciare il terreno della produzione, come “un’autostrada nell’aria”. (Luca Fantacci – www.lavoce.info)

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