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Liberalizzazioni anno
primo. Cosa resta delle lenzuolate di Bersani?
L’Istituto Bruno Leoni ha raccolto a Milano uomini
d’impresa ed esponenti politici, per parlare di che cosa
(e quanto) sia cambiato il capitolo delle
liberalizzazioni, a un anno dal decreto Bersani.
L’Ibl ha infatti creato l’indice delle
liberalizzazioni, tema tanto caro a tutti i
cittadini-consumatori (e alle loro tasche), con una
metodologia di carattere quantitativo, mettendo cioè a
paragone l’Italia non con un paese idealmente
liberalizzato (che neanche esiste), ma con un paese
europeo campione in materia (per esempio il Regno Unito,
la Svezia o, solo nel trasporto aereo, l’Irlanda).
L’indice si propone di valutare un aspetto particolare
della libertà economica, vale a dire “il livello della
libertà di iniziativa in alcuni settori chiave
dell’economia italiana”. E già da questa breve frase,
contenuta nell’introduzione di Carlo Stagnaro, direttore
Energia e ambiente dell’Ibl, si capisce cosa si debba
intendere parlando di liberalizzazioni: l’assenza di
vincoli e barriere a intraprendere, di ostacoli
all’ingresso in un determinato mercato e alla sua
concorrenza, intralci che nella quasi totalità dei casi
sono prodotti dallo Stato. L’istituto torinese ha quindi
applicato l’indice a otto settori in cui il decreto del
ministro dello Sviluppo avrebbe dovuto liberalizzare il
mercato: elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto
ferroviario e aereo, poste, professioni intellettuali e
lavoro.
Il
risultato? L’Italia è un paese
liberalizzato a metà: precisamente al 52%. Il motivo?
Riforme iniziate ma non terminate, che hanno portato
notevoli costi, e pochi benefici.
“Che il cammino parlamentare delle liberalizzazioni sia
stato difficile è un dato di fatto”, dice Alberto
Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni,
“ma c’è stata grande confusione anche fra tentativi di
vera liberalizzazione e provvedimenti invece di sapore
più populista”. Spiega Carlo
Stagnaro: “Nel caso dell’elettricità l’Italia ha fatto
più della maggior parte degli Stati membri ed è andata
oltre quello che la Commissione chiedeva di fare; nel
caso dei trasporti aerei, siamo stati costretti a
liberalizzare dalla presenza di direttive europee che
regolamentano il settore”. Cioè:
non esiste una strada unica per le liberalizzazioni: a
volte esse possono essere fatte grazie alle pressioni di
Bruxelles, altre volte grazie al verificarsi di
congiunture politiche favorevoli a livello nazionale.
“L’importante è saper cogliere entrambe le opportunità
per aumentare gli spazi di libertà all’interno di un
paese” aggiunge Stagnaro.
Di
fronte alla fotografia di Ibl, il presidente di Astrid
Franco Bassanini (ex pluriministro nei governi di
centro-sinistra), vede il “bicchiere mezzopieno”,
contrariamente alla visione del presidente della Regione
Lombardia, Roberto Formigoni, che si iscrive “parte di
quell’Italia che sente il bicchiere troppo vuoto”.
Un’idea simile a quella del presidente della
Banca Popolare di Milano Roberto Mazzotta, che
ironicamente ha osservato: “Gli italiani sono favorevoli
alle liberalizzazioni degli altri”.
E dunque le lenzuolate di Bersani sono servite o
no? “Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare
la parola liberalizzazione”, conclude Carlo Stagnaro.
“L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro
efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In
Italia le professioni liberali sono libere al 46%,
rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano
alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne
rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo
erano assai di meno”. Già,
liberalizzare cambia anche la struttura del mercato,
determinando incentivi all’efficienza - sia a livello di
imprese che di lavoratori: potendone raccogliere i
frutti, gli occupati sono spinti a diventare più
produttivi, mentre i “fannulloni” possono essere
identificati e sanzionati. Non è per questo che le
riforme si bloccano?
(Fonte: www.panorama.it del 13.07.07)
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