E’ stata dibattuta a lungo la questione se l’appartenenza di D’Annunzio al Novecento sia da segnarsi alle pagine “notturne”, quelle di “esplorazione d’ ombra”, o al poeta dell’Alcyone, e al retore che fece della lingua letteraria italiana un parodistico calco in gesso dalle proporzioni ciclopiche. D’Annunzio ci guizza sotto gli occhi, creatura mercuriale: la sua massa, dai riflessi iridescenti, se l’afferri, si moltiplica in particole tutte di grande attrattiva ma, come le gocce del mercurio, ciascuna è una monade chiusa in sé, impenetrabile e penetrabilissima. La sua modernità sta nell’intero più che in una parte.

La profusione dei materiali di cui l’opera dannunziana è composta, è stato anche detto, non fa aggio sulla qualità – ma, a quantità ridotta, c’ è da essere sicuri che il senso della qualità sparirebbe. Poesia, romanzo, teatro, diario, invettive e discorsi in pubblico, lettere, telegrammi, appunti, gesti politici, arredamenti: un complesso di stratificazioni folli che riempiono pagine scritte e vissute. Pare vi domini il caos, anche la paranoia.

Le riflessioni di Cecchi, di Debenedetti, di Praz, di Raimondi per plasmare tale insieme magmatico sul filo di coerenti visioni critiche, non sono andate invano, e precedono oggi quelle, essenziali, messe in atto da Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti nell’ordinare tutto quel magma nei Meridiani di Mondadori. L’edizione è arrivata ai due tomi delle Prose di ricerca (I e II, XC-3894). In primo piano, le famose Faville, lo splendente Notturno, il tenebroso Libro segreto, la Contemplazione della morte dedicata a Pascoli e al vecchio bretone presso cui, ad Arcachon, l’indebitato Gabriele si esiliò per sfuggire ai creditori. Sono tutti materiali che costituiscono congestionata e limpida prova di quel caos, di quella paranoia, insieme del loro contrario, di una foga d’arte, di una devozione all’ispirazione e all’artigianato stilistico difficilmente eguagliabili. In questi due volumi, la cui lettura non può prescindere dal corredo foltissimo delle note – quasi il grande romanzo in margine a una esistenza giunta sulla svolta decisiva dove tutto si riassume: sono per D’Annunzio gli anni della guerra, della ferita all’occhio destro, del caparbio e teatrale chiudersi in se stesso e poi nel monumento eretto in vita, il Vittoriale di Gardone – , in questi due volumi, dicevo, è contenuta un’esperienza che sviluppa tutti i percorsi tentati dallo scrittore, il verso e la prosa, la fabulazione narrativa e lo scrutinio, talvolta drammatico, del proprio io, dei propri ricordi, del proprio essere al mondo. Ma un colore unico, un’unica tonalità, raccordano tanta dispersione, così che essa finisce col mostrarsi apparente.

Ebbe ragione Cecchi a parlare di “esplorazione d’ ombra” – cui legò la realizzata presenza di D’Annunzio nell’orizzonte della modernità novecentesca, ascrivendola al Notturno. A Cecchi rispose Mario Praz, che additò in D’Annunzio poeta dell’Alcyone quello col quale lo spirito moderno aveva contratto più debiti – una filiera di poeti al cui vertice va segnato il giovane Montale. Sia Cecchi sia Praz avevano ragione. Appunto, la mercurialità di D’ Annunzio è un rivolo che corre lungo il Novecento italiano, scartando da tutto quanto è stato chiamato il dannunzianesimo, anche comprendendovelo. Ed ebbe ragione Arbasino col sostenere che D’Annunzio sta all’Italia come il Vesuvio o il Chianti – presenza necessaria, con lunghe radici extraletterarie, antropologiche. Il discorso si allargherebbe non so quanto, a questo punto – metterebbe a fuoco l’eccitazione politica di cui fu protagonista D’Annunzio, nel momento della crisi di crescenza della società italiana all’inizio del secolo XX, crisi di una società agraria presa nel vortice dell’industrializzazione, risolta non in un guadagno di democrazia e funzionalità, ma con la dittatura fascista, e il seguito tragico che sappiamo.

D’Annunzio inventò molte cose, la libera sillabazione della poesia moderna utilizzando suggerimenti dalla musica a lui contemporanea (da Wagner a Debussy, a Scriabin, gli piaceva Le Rossignol di Stravinsky), il cinema come protesi per una letterarietà che sovrabbonda a se stessa, il giornalismo di propaganda, lo spot pubblicitario come vulgata lirica e come incentivo politico, il diario come forma dissolvitrice del romanzo. Inventò anche la scenografia rituale del fascismo, gli alalà e le marce, la cartapesta utile a plasmare un coraggio che presso tanti era assente (certo, non in lui): inventò il culto della personalità, per poi averne orrore. Comunque, è impossibile non pensare al fascismo mussoliniano come a una sua sinistra proiezione – fatto che lo stesso Mussolini percepì con fastidio, ma al cui ricatto non si sottrasse. Detto questo, se con il colpo di stato fascista del 1922 D’Annunzio si rinchiuse in definitiva “clausura” a Gardone – non metterà più piede a Roma, e questa sua rinunzia costerà molto denaro al regime (la lapide incisa all’ingresso della villa gardesana declina a sfida, “Io ho quel che ho donato”) – , all’artista, al poeta c’ è poco da obiettare. La natura mercuriale di D’Annunzio è impregnata di Novecento, a cominciare dal suo rapporto con le masse e la politica.

Ma, scartando questo, e affrontando i testi, c’ è un tema, un motivo, un’ossessione che corre di titolo in titolo, di riga in riga nella sua opera, e che viene sottoposto a un’orchestrazione che da lussuosa e ricchissima via via si assottiglia, si fa cameristica, e si affida a una solitaria, tormentata, anche drammatica ricognizione. è un tema, una tonalità che riguarda il corpo, la fisicità: e procurò allo scrittore l’accusa crociana d’ essere un dilettante di sensazioni.

Non di dilettantismo si tratta, quanto di un continuo sperimentare la “farina selvaggia” o l'”enigma dominante” dell’esistenza, le chiamate di una “divinità oscura” che dentro i confini della carne preme ed esige. L’ispezione del perimetro del corpo ha la sua celebrazione più significativa nel Notturno. Questa suite di motivi ora affioranti ora sommersi – tutti accentrati sulla fisicità sofferta come tomba, come limite concreto alla comunione dello spirito – raccoglie con mano lievissima il senso di un’esistenza risucchiata dal vuoto. “Sono immobile, con qualche cosa di molliccio in me e intorno a me, come supino nella belletta in fondo a un padule limaccioso. L’umidità della compressa, che ho sull’occhio, si infiltra a poco a poco in tutte le fasce che mi avvolgono il capo. Dev’ essere tempo di levante. Odo la pioggia eguale sul lucernaio del bagno, e di tratto in tratto la goccia cadente misurare la monotonia”. Questa presa sul corpo può farsi crudele, acida, intollerabile: “La bolla è rigonfia intorno all’iride scolorita ove si dilata la pupilla insensibile. Un filo di sangue e lacrime cola dalla commessura delle palpebre affloscite. (…) Rivolgo la mia attenzione al mio corpo giacente. Lo percorro dalla nuca ai piedi, per cercarvi qualche succo di vita che vi sia rimasto (…). I piedi sono laggiù, lontani, estranei, come quelli d’un mutilato per congelazione, simili a quelli che vedemmo appaiati negli ospedaletti alpini quando il ferro del chirurgo lavorava senza riposo. Ora mi sembra che la mia volontà non possa trasmettere il movimento ai tendini dei pollici congiunti”. Il ragno nero che intanto gli invade la pupilla offesa, è un’impronta di morte da cui il narratore sa che, seppure nella memoria, non si libererà più. Altri scrittori racconteranno il peso della propria fisicità come metafora di una ulcerante paralisi esistenziale, Kafka nella Metamorfosi, Gide nelle Nourritures terrestres, Joyce, Pound, fino a Gombrowicz nei diari, ciascuno nel lampo della propria visione metafisica.

La cecità in D’Annunzio, dapprincipio, è una farfalla color ametista, diventa poi quel corrosivo ragno nero – mentre un linguaggio nudo e terso, sempre spassionato, rincorre le trasformazioni della ferita e delle metafore che essa alimenta. Appaiono telai di memorie (bellissimo l’incendio della pineta sulle spiagge dell’Atlantico); ma anche le pressioni tragiche della vita, come il funerale del giovane Miraglia, suo compagno di volo. Si dipana un seguito di incidenti aerei sempre mortali -, alcune giovani vite spezzate, alle quali “il comandante” dedica l’epicedio. La sua sensibilità scorticata aveva avvertito più di un presagio per tutto questo: “Fiuto in loro l’odore che si respira contro il cofano quando l’elica gira a prua”. La sua camera veneziana di malato, nella Casa Rossa, affaccia su un canale. Sale di là il tanfo dell’acqua imputridita, le gondole battono cieche contro i gradini di pietra della riva: la vicinanza della morte è tangibile, viva in modo obbrobrioso. E lui è lì in ascolto, presso la finestra, bendato, straziato dalla pena: “Ho sognato che ripiegavo la mia carne come un mantello senza colore”. L’astratto miniaturista delle prime Faville spedite al Corriere della Sera è qui scomparso. Sembrava che là, per distogliersi dall’ossessione dei propri personaggi, di romanzo o di teatro, badasse con scrupolo soltanto ad assunti di stile. Ma quel 1916, con la costrizione al letto, il dolore fisico, gli fa scoprire lo strano modo povero del suo essere al mondo. Si accasa in un principio che replica appena può: “Muoio vivendo”.

In questo accertamento, D’Annunzio trova il porto estremo ma risolutivo della sua modernità. E il libro, questo magistrale Notturno, gli si configura come un sistema di analogie montate quasi in codice cinematografico. Ma, via dallo stile, resta la larva d’ uomo abbandonata nel lettuccio: allinea parole su striscioline di carta fissate a un binario che non vede, mentre attorno la guerra non trascura di farsi sentire – continue sirene d’ allarme per l’assedio aereo alla città (“un colpo di cannone rimbomba dal Lido fino a San Giorgio”). Intanto, ecco i giovani aviatori che lo visitano inginocchiandoglisi accosto al viso, e gli offrono la loro devozione, gli fanno sentire l’ebbrezza dei rischio appresa da lui, e poi rimarranno “crocifissi alla loro ala”. D’Annunzio tornerà alla vita, e allora potrà dire di avere conosciuto l’assoluto, nei modi in cui può un poeta. “Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov’è la pace, non può essere l’ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. è necessaria una certa nudità interiore, l’assenza delle immagini e delle melodie, perché l’anima imiti quella trasparenza dell’alba “dove il giorno e la notte si confondono”. (Enzo Siciliano www.repubblica.it)

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