Un voto, di classe, contro l’arroganza della leadership europea e l’insistenza con cui ha adottato politiche economiche che hanno arricchito pochi e impoverito molti. É così che Saskia Sassen, autorevole studiosa dei processi di globalizzazione, interpreta il voto che condurrà il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Più che il nazionalismo e la rivendicazione della sovranità perduta, in quel voto c’è «una rabbia profonda, un profondo senso di ingiustizia», dichiara a l’Espresso la docente di Sociologia alla Columbia University.

Una rabbia e un’ingiustizia a cui la leadership europea non ha saputo rispondere, se non con l’arroganza e con la cecità con cui ha continuato ad adottare il modello economico neoliberista, all’origine di rabbia e ingiustizia. Per questo, la classe politica «merita la Brexit. Si sono spinti troppo in là».

Professoressa Sassen, per i paesi fondatori dell’Unione europea la Brexit è «uno spartiacque nella storia dell’Europa». Per alcuni osservatori è la messa in discussione dell’ordine internazionale creato dopo il 1945 nei sistemi liberali. Anche lei crede si tratti della fine di un’epoca?
Fanno bene i leader europei a considerare cruciale questo momento, dal loro punto di vista. Ma c’è un altro punto di vista che va tenuto in considerazione. Quest’altro angolo di osservazione è rappresentato dai giovani: per loro “Europa” è una formazione di natura del tutto diversa. É il loro futuro “spazio operativo”, una sorta di spazio naturale, percepito e vissuto in un modo che non è paragonabile a quello di molti europei più anziani, ancorati alle loro realtà locali sotto-nazionali, per i quali l’Unione europea ha rappresentato perfino un’esagerazione. Visto da un futuro non troppo lontano, questo voto apparirà bizzarro, anomalo, piuttosto che drammatico come appare ora.

Per gli “ottimisti”, la crisi innescata dalla Brexit è un’opportunità per congedarsi dall’agenda neoliberale. Per l’ex ministro delle Finanze greco Varoufakis, c’è invece il rischio che ne derivi «una gabbia di ferro di austerità permanente». Lei cosa ne pensa?
Sono d’accordo che ci siano dei rischi evidenti. Si tratta della questione centrale: l’agenda neoliberale che ha dominato in modo sempre più evidente le grandi decisioni di politica economica, senza contare le piccole decisioni, per lo più invisibili. Se guardiamo alle grandi decisioni assunte nel corso degli ultimi anni in Europa, il quadro è desolante: il modo in cui la leadership dell’Unione europea ha gestito la crisi greca, l’insistenza con cui sono state adottate le politiche di austerità nonostante fossero controproducenti, e via dicendo. Se consideriamo tutto ciò, non c’è dubbio: la leadership europea merita la Brexit. Si sono spinti troppo in là.

Tra chi ha votato Brexit, c’è chi l’ha fatto per reclamare sovranità e autonomia nazionale rispetto alle forze della globalizzazione e ai suoi effetti negativi. Una visione troppo semplicistica?
La Brexit in effetti va verso ciò che definisco come una fase di ri-nazionalizzazione di ciò che era stato de-nazionalizzato. Ma se guardiamo al fatto che le aree più povere della Gran Bretagna, quelle in cui il tasso di disoccupazione è più alto, sono quelle che hanno votato a favore della Brexit, mentre più del 70 per cento dei londinesi ha votato per restare nell’Unione europea, ci viene sbattuta in faccia la questione di classe, troppo a lungo rimossa. Comprendo bene la rabbia delle classi di lavoratori di fascia bassa e di quelli di classe media che, giorno dopo giorno, perdono terreno, mentre l’arrogante cancelliere inglese Osborne continua a tagliare benefici e servizi per metà della popolazione. Qui non abbiamo a che fare con il nazionalismo in senso stretto. Si tratta invece di una profonda rabbia e di un profondo senso di ingiustizia. La retorica dei nazionalisti, che recita «ci siamo ripresi il nostro paese, la sovranità», non è che il frutto dell’assenza di un linguaggio più profondo, più frustrato e arrabbiato, che ha giocato un ruolo centrale nell’esito del voto. Non è nazionalismo, è sopravvivenza.

Eppure la questione dell’immigrazione sembra aver giocato un ruolo importante, nell’orientamento del voto. Non teme che la Brexit rafforzi l’ultranazionalismo, il populismo e la destra xenofoba?
É tragico, ma secondario, il fatto che per molti l’unico linguaggio chiaro, semplice, diretto sia quello che dice «fermiamo gli immigrati». Come se fosse il vero problema. Non è così. Come ho illustrato nel mio ultimo libro, Espulsioni (il Mulino 2015, ndr), il vero problema è una fase economica e una particolare concezione dell’economia inaugurata negli anni Ottanta del Novecento. Quella fase non si è ancora conclusa. Ancora oggi infatti si continuano ad estrarre risorse e valore dal 60 per cento della popolazione, mentre il benessere si concentra nel 20 per cento di popolazione che appartiene alla fascia più alta. La questione vera è questa.

Nel suo celebre libro sulle città globali, pubblicato ormai molti anni fa, lei includeva Londra tra le tre prime città globali del pianeta, come un luogo strategico per i sistemi finanziari ed economici globali. L’uscita del Regno Unito dall’Ue comprometterà lo status di Londra come hub della finanza globale? Potrebbero approfittarne altre città europee?
Le imprese più consolidate potrebbero lasciare Londra. Ma il punto centrale è la complessità dei mercati finanziari londinesi. Le aziende infatti sono qualcosa di diverso dai mercati finanziari. Nel caso dei mercati, andarsene è molto più complicato. Credo che il nucleo centrale rimarrà. Come ho già avuto occasione di dire, è importante ricordare che la borsa di Londra è posseduta dalla borsa di Francoforte. E credo che vada nell’interesse del settore finanziario di Francoforte mantenere quel punto di appoggio a Londra, mantenere cioè in funzione quella complessa piattaforma aperta che è il centro finanziario di Londra. Non si può semplicemente trasferire in toto, perché non è soltanto costituita attraverso compagnie diverse, è un vero e proprio sistema connesso. Francoforte trasferirà da Londra alcune componenti del sistema, alcune aziende, le più consolidate. Ma la funzione innovatrice e il mercato speculativo credo resteranno a Londra, che continuerà a essere una città globale.

Sediq Khan, il nuovo sindaco di Londra, ha sostenuto che gli europei che vivono a Londra continueranno a essere benvenuti. Fino a che punto Londra può restare una città europea e globale, se il resto del paese va in direzione contraria?
Quel che il voto ha mostrato è la misura in cui Londra e la regione di cui fa parte siano, per così dire, differenti. È un aspetto centrale, rivelatore, al quale in pochi finora hanno riservato la dovuta attenzione. Credo che il voto abbia portato alla superficie gli errori dei maggiori attori del mondo finanziario londinese e i profondi effetti che ne sono derivati. L’alta concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, mentre il resto del paese si impoveriva; questa arroganza, questa convinzione che la maggioranza del resto del paese avrebbe votato per restare nell’Unione europea, sono tutte indicazioni di quanto quel mondo abbia da imparare. Spero davvero che imparino la lezione. Capisco benissimo la rabbia, l’ira, l’odio che il resto della Gran Bretagna deve aver provato nell’assistere all’accumulazione di benessere e ricchezza da parte di una classe politica così arrogante da non sentirsi neanche in dovere di spiegare cosa significasse Brexit. Il voto per l’uscita dall’Unione europea racconta molto di più di un semplice sentimento nazionalistico. (Giuliano Battiston – espresso.repubblica.it)

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