La crisi dell’Eurozona “non è ancora finita” anche se “il peggio dovrebbe essere passato”. Lo sostiene un rapporto di Standard & Poor’s, in cui si legge che l’area della moneta unica “sta entrando in una fase di crescita ostinatamente modesta, mentre prosegue il deleveraging e l’economia mondiale si indebolisce”. Per di più, gli interventi storici di Mario Draghi a difesa dell’euro da una parte hanno stabilizzato l’area, ma dall’altra hanno fatto ‘dormire sugli allori’ la politica.

“Noi crediamo che, come conseguenza involontaria della promessa delle sue Omt (il cosiddetto scudo anti-spread, ndr), la Bce possa aver instillato ai governi un senso di compiancenza politica” che ha rallentato le riforme, dichiara infatti Moritz Kraemer, analista di S&P. “Solo dopo che i livelli di debito pubblico e privato saranno tornati a livelli appropriati – aggiunge Kraemer – torneranno domanda e crescita”. L’agenzia sottolinea tuttavia che sono necessarie riforme fiscali, del lavoro e dell’istruzione, una riduzione della burocrazia e una spinta alla concorrenza. “Come i governi reagiscono alla volatilità attuale e al rallentamento economico sarà determinante per il futuro della zona euro”, spiega ancora l’analista. Per S&P la Bce “può continuare ad espandere la sua politica accomodante, ad esempio ricorrendo a un quantitative easing”.

Uno stimolo della domanda tedesca, che molti osservatori chiedono, aumentando la spesa pubblica “avrebbe un effetto piuttosto limitato” sulle economie di Italia, Spagna e Francia. La stima dell’agenzia di rating è che un +1% di spesa tedesca spingerebbe il Pil dei tre Paesi di appena lo 0,1 o 0,2%.

L’Italia rientra invece nel novero di Paesi, con Belgio, Grecia e Spagna, dove la bassa inflazione o la deflazione osservata “potrebbe portare a una propensione al risparmio ancora più alta”, portando a un calo di consumi e investimenti che peserebbe sui prezzi “aumentando il rischio di una viziosa spirale deflazionistica”.

L’agenzia internazionale ricorda che recentemente il rating della Francia ‘AA’ è stato posto in outlook negativo da stabile e che anche la Finlandia è stata oggetto di un downgrade ad ‘AA+’, lasciando nell’Eurozona solo la Germania e il Lussemburgo con il merito di credito massimo ‘AAA’. “Nel 2006 erano in otto” ad avere la tripla A, ricorda S&P. Nel complesso, mentre i paesi con outlook positivo pesano per il 3% del Pil europeo, quelli con outlook negativo arrivano a ben il 40%. (www.repubblica.it)

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