Il festival di Avignone, mai ricco come quest’anno di spettacoli di gran livello e di sorprese off , si lascia dietro in eredità una mostra intrigante fin dal titolo, “Les Papesses”. Una delle mostre più importanti della stagione, secondo “Le Monde”, oltre che delle più irriverenti. Spunto della grande esposizione è la leggenda della papessa Giovanna, una donna che nell’ottavo secolo, fingendosi maschio, sarebbe riuscita a diventare cardinale e poi papa grazie alla sua sapienza e audacia. Ma poi si sarebbe lasciata sedurre da un chierico e durante una processione avrebbe dato alla luce un figlio: finì per essere mandata a morte.

La papessa Giovanna, probabilmente mai esistita ma evocata in una novella del Boccaccio, è l’esempio perfino troppo trasparente della punizione pensata per le donne che si ribellavano al proprio ruolo, minacciando l’autorità maschile.

Ed è un richiamo appropriato alle cinque artiste, tutte scultrici, pur se di alcune di loro sono esposti anche disegni, arazzi e acquerelli, che hanno occupato i cortili, le sale e le cappelle del Palazzo dei Papi, con opere e installazioni inquietanti: dai grandi ragni di Louise Bourgeois alla donna di bronzo in ginocchio su una pira che sembra pronta a prender fuoco di Kiki Smith, al corpo umano con busto e testa stretti in una specie di camicia di forza di Berlinde de Bruyckere, un richiamo alla vicenda di Camille Claudel, la testimone più importante di un’arte, la scultura appunto, considerata a lungo non adatta alle donne, fondata com’è sulla necessità di dominare materiali duri, dal bronzo al ferro al marmo e di occupare fisicamente lo spazio.
La presenza in scena delle scultrici è piuttosto recente: nessuna Artemisia Gentileschi aveva impugnato con successo lo scalpello.

La prima a conquistarsi un certo spazio, a fine Ottocento, è la geniale e tragica Camille appunto, oggi famosissima anche per biografie e film che ne hanno raccontato la storia: ultimo, “Camille Claudel, 1915”, di Bruno Dumont con Juliette Binoche.

Berlinde De Bruyckere ‘Aanéén’Ed è Camille la vera protagonista della mostra, la bella ragazza piena di coraggio e di allegria che sembrava sfidare il mondo, sorella di Paul Claudel, allieva e amante di Auguste Rodin, fatta rinchiudere da una madre che non tollerava le sue trasgressioni e la sua arte in un manicomio alle porte di Avignone, cent’anni fa. Anche se le angosce e le fobie di Camille erano qualcosa di diverso dalla pazzia, come dimostrano le cartelle cliniche e sue lettere che fanno parte della mostra, vi era rimasta per 30 anni, isolata e incapace di continuare il lavoro, fino alla morte nel 1943. Forse più dura della pena capitale la punizione di questa papessa, convinta di poter sfidare un mondo artistico ostile al suo genere, dove aveva trovato qualche apertura solo quando era l’allieva e la protetta del maturo Rodin e fra loro non c’erano i conflitti e le gelosie anche artistiche che sarebbero scoppiati poi. Vedendo oggi in una sala della mostra una delle sue opere, “la Valse”, un uomo e una donna abbracciati come nel “Bacio” di Rodin, non è difficile notare la differenza fra la grazia e lo slancio dell’opera di lei e la pesantezza quasi convenzionale di quella, famosissima, del maestro.

Ma ancora più emozionanti, se si pensa che Camille non ha avuto neanche una lapide ed è sepolta in una fossa comune, sono le sue sculture accolte nella Grande Chapelle del Palazzo dei Papi. Quasi in un pentimento tardivo per non aver cercato di salvarla il fratello Paul, a proposito di una delle sue ultime opere, “L’?‚ge mûr”, un uomo anziano e due figure femminili, presente ad Avignone nelle sue due versioni, aveva parlato di un’opera «di una tale forza e sincerità quasi terrificante, d’amore, disperazione e odio che oltrepassano i limiti dell’arte in cui sono stati realizzati». Peccato che il cattolicissimo Claudel, scrittore di successo, ambasciatore della Francia, in trent’anni era andato a trovare pochissime volte l’imbarazzante sorella. E non aveva partecipato ai funerali. (Chiara Valentini – www.repubblica.it)

> Condividi articolo: