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Arte e cultura

#Arte e cultura

Leggero o impegnato, purché sia teatro

A volte ritornano. Ricorrentemente dato per morto, o perlomeno agonizzante, il teatro italiano sta dimostrando di essere tutt’altro che un fantasma. Mentre le sale cinematografiche si svuotano, i teatri continuano a riempirsi. Anche quando fuori piove o fa freddo e sarebbe così confortevole starsene in casa a guardare la televisione o a navigare su internet. Il fenomeno è recente, tale da sorprendere anche gli addetti ai lavori: “Da un paio di mesi c’è in giro un entusiasmo nuovo, le sale sono gremite come non si vedeva da secoli” osserva Renato Palazzi, critico del Sole 24 ore.

#Arte e cultura

Dylan Dog, il ritorno di un cult a fumetti

La proposta di Dylan Dog mi ha trovato subito entusiasta, e chi è lettore anche di “Zagor” e “Mister No” capirà perché. L’orrore è sempre stato una delle mie tematiche costanti di sceneggiatore e spesso vi ho attinto facendo lottare i miei eroi contro mostri e fantasmi, lupi mannari e vampiri. Ora, finalmente, una mia collana è interamente dedicata al terrore e io ne sono felice. Spero che lo siate anche voi».

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Lorenzaccio morì per ordine di Carlo V

“Mi sono chiesto se chissà mai De Musset avrà letto le memorie del Bibboni, prima di scrivere il suo capolavoro “Lorenzaccio” o si sia basato solo sulle testimonianze del Varchi, come del resto fece Carmelo Bene per il suo noto adattamento teatrale; da come liquida, in mezza pagina, l’assassinio del Bruto toscano parrebbe di no, perché le pagine del Bibboni, solo a leggerle, sono pagine terribili che trasudano teatro, irresistibili per chi sceglie quest’arte per raccontare e raccontarsi.

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Nel nome di Giordano Bruno, il diritto alla dignità

Il 17 febbraio del 1600, dopo lunghi anni di carcere e terribili violazioni alla sua dignità, Giordano Bruno veniva fatto bruciare vivo perché “eretico, pertinace, impenitente”… come recitava la condanna del tribunale della Santa Inquisizione Romana presieduto personalmente dal papa. Nello stesso giorno del suo martirio anche i suoi libri venivano dati alle fiamme sul sagrato della basilica di S. Pietro.

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Al tavolo

Quanti tavoli possiede uno scrittore? Italo Calvino, racconta Pietro Citati, ne aveva tre nella sua casa di Campo Marzio, a Roma, poiché lavorava nel medesimo tempo a diversi progetti; a detta di Giuseppe Conte le scrivanie sarebbero state invece cinque. In una foto di Ugo Mulas, scattata all’autore del Barone rampante, quando ancora abitava a Parigi, anni prima, lo si vede scrivere con la penna, una cartellina di fogli aperti davanti a sé, altre carte intorno: una confusione ben ordinata. Anche Pasolini di tavoli ne aveva più di uno: nella casa romana, ma anche nel buon ritiro di Chia.

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Marty Feldman, vita da comico

Ecco un brano tratto da Marty Feldman – Vita di un Leggenda (Sagoma editore). la biografia ufficiale dell’attore e regista scritto dal critico britannico Robert Ross. Il libro ripercorre la vita e i successi di Feldman, dall’infanzia nell’East End londinese ai successi di Hollywood. Figlio di ebrei ucraini (diceva della sua famiglia “E’ un albero genealogico molto striminzito il mio. Arriva solo alla generazione precedente. E anche così non ne sono troppo sicuro. I miei erano semplici contadini. Mi sarebbe piaciuto trovare qualche antenato spettacolare nel mio passato. Avrei voluto trovare un adorabile idiota”) crebbe con una passione per il jazz. Lavorò come sceneggiatore comico per altricomedians, scrisse e interpretò programmi radiofonici di grande successo per la BBC, sbarcò a Los Angeles per diventare, per tutti, il gobbo Igor del mitico ‘Frankestein Junior’ di Mel Brooks. Ma dopo essere arrivato al successo alla soglia dei 40 anni, e con la nostalgia di Londra nel cuore, Feldman si accorse di quanto erano spietati i meccanismi degli Studios. Girò ancora, da attore e anche da regista, ma quello fu il picco del suo successo. Morì in una stanza d’albergo di Città del Messico, nel 1982, per un attacco di cuore. Qualche tempo prima aveva rilasciato una celeberrima intervista, dichiarando: «Sono troppo vecchio per morire giovane, e troppo giovane per crescere».

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La Pietà tirata per il velo

I fautori: «Un bellissimo esperimento». I detrattori: «Una provocazione alla Sgarbi». Trattasi del progetto, lanciato da Stefano Boeri, l’iperattivo assessore alla Cultura di Milano, di esporre, dalla primavera 2013, la Pietà Rondanini di Michelangelo all’interno del carcere di San Vittore. In uno spazio protetto e sicuro, garantito da Soprintendenza e Provveditore. E accessibile, oltre che ai detenuti, ai cittadini e ai turisti, grazie all’impegno del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano. Non è il Colosseo restaurato con i denari delle scarpe Hogan. L’operazione milanese è a basso costo e non si lega a un marchio. Ma è un’idea che divide. E che presto finirà sui media internazionali, sempre vigili sulle novità intorno al patrimonio italiano. Boeri dice: attirerà doppia attenzione, su un tesoro poco valorizzato, l’incompiuta Madonna col Cristo che le crolla in grembo, e sul dramma della condizione carceraria.

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Bruno Munari. Il mio passato futurista

La relazione di Bruno Munari con il futurismo è uno degli aspetti più controversi della produzione di quello che può essere considerato il più importante artista italiano del Novecento. È un periodo poco studiato da storici e critici per quell’insistito cordone sanitario che è stato spesso e volentieri eretto dalla cultura italiana attorno ai prodotti artistici emersi durante il ventennio e associabili in senso lato con il regime. Munari stesso è in qualche modo complice di questa menomazione storiografica. Come ha sottolineato Jeffrey Schnapp, nelle sue varie liste autodefinitorie e autobiografiche Munari mette come incipit simbolico della propria carriera d’artista la prima “macchina inutile” del 1930. Un gesto in qualche modo giustificabile, vista l’importanza di quella proposta artistica, ma che cancella gli anni di preparazione e i presupposti estetici di molta della sperimentazione munariana negli anni a venire, congedati da Munari con una ironica alzata di spalle, come come quando confesserà a Gillo Dorfles di avere avuto, appunto, un “passato futurista”.

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Salvate gli affreschi di Positano

Tutti i grandi centri della costiera amalfitana hanno origine da ville aristocratiche romane», sostiene Adele Campanelli, soprintendente archeologa di Salerno, Benevento, Avellino e Caserta: «Anche Positano è nata da una residenza su più livelli che, in scala ridotta, rispecchiava l’aspetto attuale». Come nelle altre località, Positano nel tempo aveva svelato le tracce dell’antico impianto. A cominciare dal primo rapporto settecentesco che descriveva mosaici, colonne, reperti venduti alle monache napoletane di Santa Teresa, fino agli oggetti d’arte passati veloci di mano, agli intonaci dipinti che spuntavano mentre si costruiva una macelleria o si apriva una boutique. Ma l’ultima scoperta e lo stesso luogo del ritrovamento non hanno confronti: una parete affrescata con tendaggi e animali fantastici nella cripta principale della chiesa di Santa Maria Assunta, che si è anche rivelata un insolito cimitero. Ora, questi brani unici di storia (mai aperti al pubblico), anziché essere oggetto di ulteriori ricerche e di restauro, rischiano di rovinarsi o, peggio, di non lasciare traccia.