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Opinioni

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L’austero Kiefer fra torri e filosofia

«Le torri ho cominciato a farle che ero bambino, a quattro anni. Non avevo giochi, ma abitavo vicino a una casa diroccata, da cui recuperavo i mattoni: li mettevo in pila uno sull’altro e costruivo case alte anche due piani. Erano il mio guscio, il rifugio quando pioveva. Non avevo il cemento, ma sapevo che era necessario per costruire. Ora invece il cemento ce l’ho. Lettura psicologica fin troppo ovvia delle mie opere, vero?». È un Anselm Kiefer quasi sornione quello che si aggira, 70 anni ben portati con occhialetti tondi e berretto in testa, davanti ai suoi Sette palazzi celesti all’Hangar Bicocca, il centro per l’arte contemporanea voluto da Pirelli, a Milano.

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Il segreto della creatività che abbiamo dimenticato

“L’Europa è un continente rimasto senza idee”: a lanciare l’allarme sul Financial Times è stato Edmund Phelps, Nobel per l’economia. Nel braccio di ferro sulle misure di austerità che hanno messo alla gogna la Grecia (e domani altri Paesi), la parola “creatività” non ricorre mai. La stagnazione delle economie nazionali, il Pil che da anni, quando va bene, sale (come in Italia) di qualche misero decimale: in questo gioco al massacro entrano le borse, i mercati, la troika, l’invadenza tedesca, le influenze americane o asiatiche. Ma che vi sia un qualche rapporto fra creatività ed economia non viene mai in mente.

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Il crowdsourcing e l’uomo digitale: siamo esseri umani, non algoritmi

La “fine del lavoro” profetizzata alcuni anni orsono in un celebre libro di Jeremy Rifkin[1] non sembra così lontana, se solo si pensa alla “tenaglia tecnologica” che stringe sempre più da vicino il lavoro umano individuale. Una stretta operata da un lato dai progressi esponenziali dell’intelligenza artificiale, che va freneticamente sostituendo i lavori manuali ed intellettuali di natura ripetitiva (si pensi, ad esempio, alle operazioni di cassa delle banche o dei supermercati, ormai gestite da apparecchi completamente automatizzati) e dall’altro dall’emersione – attraverso le tecniche di connessione via web – dell’intelligenza umana collettiva, con funzione sostitutiva delle professioni e dei lavori intellettuali di natura non routinaria[2].

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Così l’Occidente sorge e tramonta ad Atene

Il premier greco Alexis Tsipras aveva giocato una partita di scacchi perfetta. L’alleanza trasversale con Anel (destra anti-euro) dopo la vittoria alle elezioni politiche, la nomina alle Finanze di un engagé irriducibile e scostumato come Yanis Varoufakis, i rapporti costanti con la Russia di Vladimir Putin, infine la decisione di far scegliere al popolo ellenico se accettare o meno le misure draconiane imposte da Bruxelles. Dopo i colloqui iniziali però sono arrivati i primi passi indietro che in politica si chiamano umiliazioni. E per quanto possano essere personaggi freddi, i burocrati di Bruxelles, rimangono degli esseri umani in carne ed ossa.

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Immigrati, la Francia s’è destra

No alle quote migranti, no a nuovi centri di accoglienza per i sans-papiers. Chi non ha diritto d’asilo “va ricondotto al confine”. “Fermezza e umanità, responsabilità e giustizia, questa è la politica del nostro governo”, spiega il primo ministro francese Manuel Valls pronto ad annunciare nuove “misure per evitare che si formino accampamenti precari indegni per il nostro Paese e che pongono problemi sanitari e di sicurezza”. Tornata all’Eliseo dopo 17 anni, incalzata dalla concorrenza di Marine Le Pen e del presidente dei Repubblicani Nicolas Sarkozy, la sinistra francese s’è destra. Ha virato “à droite”.

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Siamo la sgualdrina del mondo

“O patria mia, vedo le mura e gli archi/ e le colonne e i simulacri… Ma la gloria non vedo, (…)/ Or fatta inerme, (…)/ Oimè! quante ferite,/ che lividor, che sangue! (…)/ chi la ridusse a tale?”. L’appassionata, dolente apostrofe all’Italia del canto di Leopardi raffigura meglio di tante parole il livello di degrado sociale e culturale che abbiamo raggiunto. L’oltraggio della feccia olandese alla Barcaccia del Bernini è il sintomo di una Nazione che è denigrata da tutti, e considerata una specie di sgualdrina internazionale.

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La crisi greca, la recessione italiana e le contraddizioni dell’Eurozona

“Il libero scambio porta inevitabilmente alla concentrazione spaziale della produzione industriale – un processo di polarizzazione che inibisce la crescita di queste attività in alcune aree e le concentra in altre” (N.Kaldor, The foundation of free trade theory, 1980). I numerosissimi commenti sulla situazione greca si sono, nella gran parte dei casi, concentrati sul problema della ristrutturazione del debito e sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea. Non vi è dubbio che si tratta di problemi di massima rilevanza, così come non vi è dubbio che la soluzione della crisi greca ha natura innanzitutto politica.

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Il destino dell’Europa fra retorica sovranazionale e antipolitica populista

La crisi dell’euro ha generato e continua a generare disoccupazione, povertà e de-industrializzazione nei paesi cosiddetti periferici (periphery countries) dell’Eurozona, come Grecia, Spagna e Italia. Per quanto riguarda l’Italia in particolare, i dati economici peggiorano di mese in mese, in maniera sempre più drammatica. In tutta l’Eurozona, la crisi ha accelerato lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale e la de-regolamentazione del mercato del lavoro. Nei paesi cosiddetti centrali (core countries) dell’unione monetaria, e in particolare in Germania, la crisi ha garantito stabilità alle élite politiche dominanti. Queste élite germaniche e nordiche si son rese responsabili di politiche di svalutazione interna, e quindi di repressione salariale.

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Perché Internet ha bisogno di nuove regole

Perché si è tornati a discutere intensamente di nuove regole per Internet, addirittura di una sua “costituzione”? La spiegazione si trova nel congiungersi di una serie di fattori tecnologici, politici e istituzionali, che hanno modificato un contesto considerato ormai stabile, spingendo più d’uno a sottolineare che siamo di fronte a una possibile svolta storica. Era sembrato che si fosse consolidata una impostazione che lasciava poco spazio ai diritti. Dalla brutale affermazione del 1999 di Scott McNealy — «Avete zero privacy. Rassegnatevi» — fino alla sbrigativa conclusione di Mark Zuckerberg sulla fine della privacy come “regola sociale”, era emersa una linea caratterizzata dal congiungersi di due elementi: l’irresistibilità tecnologica e la preminenza della logica economica.

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Se chiudono gli archivi

Nell’Alto Medio-Evo, dopo le invasioni barbariche e di fronte al rischio di disfacimento della cultura occidentale, i monasteri benedettini divennero i più importanti centri di raccolta, conservazione e riproduzione di moltissimi testi classici, scampati, in questo modo, alla distruzione. Oggi non ci sono i barbari alle porte, ma una «crisi di proporzioni inedite e di portata globale», come ha scritto Martha C. Nussbaum, assale la cultura umanistica, «una crisi che passa inosservata, che lavora in silenzio, come un cancro». Se è vero, dunque, che non si avvistano orde d’invasori all’orizzonte, tuttavia, i nostri monasteri – archivi e biblioteche – stanno vivendo una crisi profondissima tanto da suscitare previsioni cupe per il nostro immediato futuro.