Pensavo alla letteratura, ai libri che hanno intrecci con altri libri, ai libri che creano forme nuove. Pensavo al fatto che questi libri oggi, come nel passato, non arrivano al popolo, che intanto si è dissolto, ma non arrivano neppure agli altri scrittori e a quelli che una volta divugavano la letteratura. Questo lavoro assicurava la lenta combustione che la letteratura deve avere, permetteva a un libro di trovare negli anni i lettori che meritava.

Oggi accade semplicemente che non ci sono luoghi per proteggere i libri belli, per tenerli a caldo. Arrivano in libreria, se arrivano, arrivano agli amici di chi li ha scritti, arrivano ad avere anche qualche recensione, ma è come se portassero il segno di una vicenda privata: appartengono solo a chi li ha scritti, non sono da considerare un patrimonio collettivo, non sono neppure da confutare, non c’è neppure bisogno di rimuoverli, il chiasso delle parole che si producono ogni giorno provvede da solo a mettere la letteratura in una condizione di irreperibilità.

È superata la questione tra le opere facili e quelle difficili, tra l’alto e il basso, semplicemente le parole letterarie stanno a mezz’aria come tutte le parole che pronunciano ogni giorno milioni di persone. Siamo dentro un fenomeno scandaloso che non scandalizza nessuno. La parola non viene da nessun silenzio, non ha nessun silenzio a cui appoggiarsi. Il silenzio semmai è il prodotto del libro bello. Si può solo quantificare quanto silenzio produce, come se a un certo punto si potesse pensare che solo l’indifferenza è la prova della qualità di un’opera. Ma pure questo ragionamento è un errore. In realtà, semplicenente, il giudizio non si forma e non viene pronunciato, non c’è giudizio per la letteratura né da parte di una cerchia ristretta né da parte della comunità dei lettori.

Al massimo si parla di un libro per qualche tempo, può anche accadere che venga acquistato, ma non c’è modo di collocarlo nella cristalliera della letteratura nazionale. E questo semplicemente perché la cristalliera non c’è più. Il grande imputato del furto è la Rete, ma si potrebbe anche pensare che sono gli scrittori stessi, che si ostinano a pensare alla letteratura come a un oggetto che deve avere una certa pellicola formale, e magari è proprio quella pellicola che non ha più senso. Se una volta la scrittura era il desiderio che si opponeva alla norma, ora bisogna pensare a un lavoro di restauro. Sembra quasi che gli scrittori per fare letteratura non debbano più essere dei sovversivi, ma dei conservatori, sembra che il buon senso sia più intenso del delirio.
Se la letteratura è portare le parole a un certo grado di intensità, oggi è molto difficile trovare questa intensità in parole pensate e stampate come letterarie. I lettori, sia quelli semplici che quelli smaliziati, sembra abbiano bisogno di parole esposte, dirette, senza profilattico. Non si tratta più di sottrarre alla realtà qualcosa che poi la realtà deve cercare, si tratta di sottrarre all’irreale qualcosa che apparteneva al reale. Forse facendo un’operazione di questo tipo si fa la letteratura possibile al tempo della Rete, un luogo che è tutto un gigantesco sintomo nevrotico di un’umanità che non esiste. (Franco Arminio – www.doppiozero.com)

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