Anche se moderato nei toni, a Davos il Primo ministro giapponese Shenzo Abe, in un incontro con i giornalisti, ha detto cose che giustificano serie preoccupazioni, e che soprattutto ci fanno ritenere che non è solo dal Medio Oriente che possono venire minacce alla pace. 

Parlando dei rapporti con la Cina, Abe ha infatti manifestato una profonda inquietudine per la possibilità di «conflitti che potrebbero sorgere inavvertitamente». Ma cosa c’è dietro questo garbato understatement, molto giapponese?
 Il riferimento è soprattutto alla disputa sulle isole che i giapponesi chiamano Senkaku, e i cinesi Diaoyu – una disputa in cui, come spesso accade nel caso di controversie territoriali, si mescolano complesse vicende storiche e concreti interessi gepolitici.

E’ recente la decisione del governo cinese di dichiarare – e pertanto potenzialmente imporre con la forza – una «zona di identificazione» ai fini della difesa aerea che comprende le isole contese. Decisione che si scontra con la rivendicazione giapponese dello stesso diritto sullo stesso spazio aereo.

Nessuno può seriamente pensare che Pechino e Tokyo abbiano l’intenzione di affrontarsi militarmente, ma forse – nel momento del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – faremmo bene a non sottovalutare i pericoli che un conflitto che apparentemente nessuno vuole finisca per essere il risultato di un concatenarsi di errori, azzardi, provocazioni.

Ma come mai si è arrivati a questa situazione di oggettivo rischio? Non erano sia la Cina sia il Giappone impegnati in ben altri e ben più sostanziali obiettivi che non le rivendicazioni territoriali, una dimensione della politica estera terribilmente datata? La Cina non sembra certo essere a corto di territorio, ed in fondo l’ «Impero di Mezzo» non si è mai contraddistinto per disegni espansionisti. Sia la Cina che il Giappone, poi, hanno evidenti priorità economiche, e fra l’altro sono ormai legati da importanti rapporti commerciali.
 Evidentemente non tutto si spiega con l’economia.

Per quanto riguarda la Cina, è forse venuto il momento di prendere atto del fatto che la sua straordinaria crescita economica ha fornito al Paese sia gli strumenti sia le ambizioni per svolgere un ruolo di Grande Potenza. Una grande potenza mondiale, ma che evidentemente ritiene di dover affermare 
una propria credibilità cominciando dall’ambito regionale ed in particolare dagli spazi marittimi. Va ricordato che la Cina non ha dispute soltanto con il Giappone ma anche – sempre in relazione ad isole e qualche volta a semplici scogli – anche con Vietnam e Filippine.

 E non è solo politica estera.

Nel momento in cui il regime – comunista di nome ma sempre più capitalista di fatto – deve fare i conti con colossali problemi sociali, e con diffuse manifestazioni di scontento, è evidente che, ormai irreversibilmente superato il collante ideologico, rimane sempre il più classico fra gli strumenti di consenso, il nazionalismo. Il legittimo orgoglio cinese per i risultati economici conseguiti viene alimentato da una sistematica campagna culturale (basti pensare ai kolossal che sono ormai al centro della produzione cinematografica cinese) fatta di esaltazione delle glorie imperiali e di rivisitazione della storia più recente centrata sulle ingiustizie subite.

Qui il Giappone ha un inevitabile e centrale ruolo di protagonista negativo, con il ricordo delle invasioni e delle atrocità giapponesi, come le stragi perpetrate dalle truppe giapponesi a Nankino nel 1937.
 Abe ha ragione nel manifestare la preoccupazione per un «conflitto accidentale», ma nell’esortare la Cina alla moderazione andrebbe anche sottolineato che lo stesso Primo Ministro giapponese dovrebbe tenere a freno i suoi ben noti istinti ipernazionalisti. Ad esempio, avrebbe dovuto evitare di rendere omaggio, come ha fatto di recente, a caduti giapponesi nella Seconda Guerra Mondiali che risultano essere, agli occhi dei cinesi e non solo, veri criminali di guerra.

Nello stesso tempo è vero che la Cina sta irrobustendo il proprio potenziale militare in modo che può sollevare le legittime preoccupazioni dei suoi vicini, ma non va dimenticato che il Giappone, che teoricamente non ha un esercito, continua a modernizzare e rafforzare quelle che, in omaggio a un teorico pacifismo, chiama eufemisticamente «Forze di autodifesa».

Se aggiungiamo a queste tensioni fra Cina e Giappone la presenza dell’assurdo regime Nordcoreano, ormai dotato di armi nucleari, non ci resta che concludere che l’Estremo Oriente merita tutta la nostra attenzione, e la nostra preoccupazione. (Roberto Toscano – www.lastampa.it)

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