A volte la fine può trasformarsi nell’inizio di un altro, nuovo processo. E questo vale specialmente nell’economia.
Benvenuti alle porte dell’era della prossima rivoluzione industriale che avrà una caratteristica particolare: sarà circolare. Ormai da tempo si sente parlare di sharing economy, l’economia della condivisione che sostituisce il concetto di proprietà. E che in futuro potrebbe evolversi in quella che è già stata ribattezzata circular economy.La differenza è che in questo caso al centro di tutto non ci sono beni e servizi, ma prodotti industriali e manifatturieri. Il principio di base dell’economia circolare è la possibilità, pressocché infinita, di rimettere in circuito il ‘già utilizzato’.

Un meccanismo che spingerà anche le aziende a concepire i prodotti partendo dal presupposto che ogni merce diventerà qualcos’altro, senza mai trasformarsi in un ‘rifiuto’ o in oggetto di cui doversi disfare. Che la circular economy abbia iniziato a ritagliarsi uno spazio importante lo dimostra il fatto che almeno quattro sessioni principali del prossimo World economic forum in programma a Davos siano dedicate proprio a questo argomento.

La circular economy prevede un uso efficace delle risorse esistenti. L’idea è rendere qualsiasi dispositivo, o meglio ogni sua parte, riciclabile in modo che possa essere ripetutamente riutilizzato.

Si tratta di una vera e propria miniera d’oro: dai rifiuti urbani, agli scarti di lavorazioni agricole e industriali, fino ai prodotti giunti a fine vita. Una alternativa intelligente (ed economicamente sostenibile) all’aumento esponenziale del prezzo delle materie prime, che secondo diverse stime è cresciuto del 147% nell’ultimo decennio a livello globale. Solo per fare un esempio, stando a una ricerca condotta da McKinsey ed Ellen Macarthur Foundation, il costo di un telefono cellulare può essere ridotto di circa il 50% applicando questi principi.

Allo stesso modo quello di una lavatrice di alta qualità può essere abbattuto di un terzo se viene noleggiata piuttosto che venduta e se, al termine degli anni di utilizzo, le sue componenti vengono riciclate e destinate a un nuovo elettrodomestico.A detta della ricerca i risparmi globali ammonterebbero a circa 1.000 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e si verrebbero a creare 100 mila nuovi posti di lavoro nel giro di un lustro. 

Questo è possibile solo a patto che l’intero processo di produzione inizi a focalizzarsi sulla costruzione di una catena di fornitura circolare capace di incrementare il livello di riciclabilità, riutilizzo e ri-manifattura dei diversi prodotti.

La circular economy non è più solo una chimera, i primi effetti concreti si possono toccare con mano da qualche tempo anche in grandi realtà internazionali. A partire da Tetra Pak, l’azienda svedese di packaging per cibi e bevande diventata un modello di funzionamento efficace dell’economia circolare. Tetra Pak, infatti, utilizza poche materie prime per i suoi cartoni e, ove possibile, le recupera da fonti rinnovabili, sostenibili e certificate, oltre a promuovere il riciclo dei contenitori usati.

Unilever, colosso anglo-olandese operante nel settore alimentare e dell’igiene, ha sviluppato il suo “Piano di vita sostenibile” (Sustainable Living Plan) al fine di garantire la stabilità a lungo termine della propria catena di fornitura, nonché la protezione delle risorse naturali. La società ha dichiarato di avere ottenuto da fonti sostenibili il 48% delle sue materie prime agricole lo scorso anno e conta di raggiungere il 100% entro il 2020.

Ricoh, azienda di elettronica e fotografia giapponese, ha messo in atto un programma chiamato Comet Circle per ridurre l’impatto ambientale. La direttiva principale è di progettare e realizzare tutte le parti del prodotto in modo tale che possano essere riciclate o riutilizzate. La sua linea GreenLine, 100% ecosostenibile, riscuote da tempo grande successo. Oltre all’elettronica e ai beni di consumo, anche gli indumenti possono diventare protagonisti della circular economy, come ha dimostrato Mud Jeans, società olandese che ha sviluppato un sistema innovativo per il leasing dei pantaloni. I consumatori pagano 5,95 euro al mese per affittare un paio di jeans, che possono restituire dopo un anno, scambiandolo con un altro.

La circular economy è diventata un tema caldo anche all’interno della Commissione europea che ha messo a punto un pacchetto interamente dedicato a questo tema all’interno di una proposta di legge sull’ambiente. Una mossa dettata dal fatto che raggiungere alti livelli di riciclo in tutte le sue forme, oltre a creare nuovi posti di lavoro, renderebbe l’Europa più competitiva e ridurrebbe drasticamente la domanda di risorse costose e che iniziano a scarseggiare.

Secondo gli obiettivi fissati dalla Commissione Barroso a luglio, le misure per l’economia circolare prevedevano il riciclo del 70% dei rifiuti municipali e dell’80% di quelli d’imballaggio entro il 2030, oltre al divieto di mettere in discarica i rifiuti riciclabili entro il 2025.

Ora però, nel programma 2015 sottoscritto dal nuovo presidente Juncker è contenuta la proposta di ritiro di una serie di iniziative legislative in ambito ambientale a partire proprio da quella sulla gestione dei rifiuti e sulla circular economy. Contrari alla decisione, i ministri dell’Ambiente di 11 Paesi, tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Belgio e Danimarca, che hanno già inviato una lettera per chiedere una retromarcia. Intanto, nonostante la frenata in ambito europeo, la circular economy continua le sue “sperimentazioni” direttamente su aziende e consumatori. (Claudia La Via – www.lettera43.it)

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