La proposta di Dylan Dog mi ha trovato subito entusiasta, e chi è lettore anche di “Zagor” e “Mister No” capirà perché. L’orrore è sempre stato una delle mie tematiche costanti di sceneggiatore e spesso vi ho attinto facendo lottare i miei eroi contro mostri e fantasmi, lupi mannari e vampiri. Ora, finalmente, una mia collana è interamente dedicata al terrore e io ne sono felice. Spero che lo siate anche voi».

Con queste parole, il grande Sergio Bonelli presentava il numero uno di Dylan Dog “L’alba dei morti viventi”, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano: l’albo uscì nelle edicole il 26 settembre 1986, la copertina era del cartoonist Claudio Villa e il fumetto costava 1.300 lire. Sembrava una scommessa azzardata quella della casa editrice di Tex: addentrarsi sui terreni dell’horror più esplicito avrebbe potuto turbare lo zoccolo duro dei lettori abituati ad avventure più “classiche”. Ventisei anni dopo, quel primo leggendario numero è un pezzo da collezione (l’elevato costo cui erano schizzate le sue quotazioni portarono addirittura qualcuno a stamparne copie false) e Dylan Dog è uno dei personaggi più amati del fumetto non solo bonelliano.

La collaborazione tra “Repubblica” – “l’Espresso” e Sergio Bonelli Editore, dopo aver dato nuova vita e colore alle storie di Tex e Zagor, celebra ora i fasti dell’Indagatore dell’Incubo a partire dal prossimo 21 febbraio, con una nuova Collana Storica a Colori in 50 volumi (ognuno contenente tre albi) con tutte le storie ricolorate di Dylan Dog, a partire dalla ormai mitica “L’alba dei morti viventi”. Il primo volume, con la copertina disegnata per l’occasione da Bruno Brindisi, è posto in vendita al prezzo speciale di un euro e, oltre al primo albo di Dylan Dog, raccoglie i numeri del novembre e dicembre 1986 della collana originale: “Jack lo squartatore” e “Le notti della luna piena”.

Naturalmente, come da sempre è norma nei fumetti bonelliani, quando nel 1986 “nasce” Dylan Dog, il personaggio è reduce da un lungo lavoro di “vivisezione”, una gestazione dove Sclavi, Bonelli e l’allora direttore generale Decio Canzio (scomparso lo scorso 4 gennaio), si sono lungamente confrontati su come Dylan andasse sviluppato, quale aspetto dovesse avere, quali tic, caratteristiche psicologiche e modi di dire. Tutto comincia nella primavera del 1985, quando Tiziano Sclavi presenta a Sergio Bonelli una breve relazione con il seguente progetto: «Oltre alla fantascienza, l’altra serie del 1986 potrebbe essere horror… Secondo me vale la pena di tentare».

In un paio di mesi il piano di lavoro è pronto: l’idea di Sclavi era quella di un solitario detective “nero” di taglio chandleriano, residente a New York, personaggio che dopo intense discussioni si trasforma in un ragazzo più giovane, accompagnato da una spalla comica. Dello spirito del detective che aveva in testa Sclavi si sente ancora qualche eco nella prima avventura, quando Dylan chiama “pupa” Sybil Browning, sua prima cliente, cui spetta il compito di inaugurare la teoria infinita di fidanzate, più o meno impossibili, dell’indagatore. Dylan Dog si trasforma da americano in inglese, vive a Londra, al numero 7 di Craven Road: un indirizzo inventato da Sclavi in omaggio al regista Wes Craven, ma realmente esistente nella capitale britannica. Il luogo è ora meta di pellegrinaggio dei lettori italiani, proprio come accade al 221B della Baker Street di Sherlock Holmes.

Tocca al cartoonist Claudio Villa (che disegna le prime 41 copertine degli albi di Dylan) il compito di visualizzare il detective: i suoi primi studi grafici sono molto somiglianti al ballerino Antonio Gades. Tiziano Sclavi, che aveva da poco visto il film “Another Country”, sostiene però che l’attore Rupert Everett abbia una faccia più adatta al personaggio e chiede a Villa di andare al cinema a studiarne il volto.

Per la spalla comica di Dylan l’ideale sarebbe stato un personaggio con le fattezze di Groucho Marx. Gli studi grafici sviluppano invece un “character” con il volto di Marty Feldman, perché esisteva già un Groucho che stava per apparire nella storia western “River Bill”. E’ Decio Canzio ad opporsi fermamente all’opzione Marty Feldman, perché lo considera più mostruoso delle creature contro cui si sarebbe dovuto misurare Dylan Dog (il cui nome è sempre stato il “codice provvisorio” abituale delle creazioni di Sclavi, ma qui diventa il nome definitivo del protagonista). (Oscar Cosulich – espresso.repubblica.it)

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