Accanto alla macchina (Minimum Fax, 2018) della programmatrice e scrittrice Ellen Ullman comincia con una vertigine. Ci sono due programmatori alle prese con l’ennesimo debug: non funziona, non funziona, funziona! L’illuminazione li folgora contemporaneamente, è un’esplosione intellettuale, due cervelli che lavorano allo stesso ritmo.

È per attimi come questo, per la sfida quotidiana di restare sempre al passo con linguaggi di programmazione che invecchiano inesorabilmente nell’arco di sei mesi, per la sensazione – al netto di nottate insonni, ansia e consegne bucate – di costruire qualcosa che funziona e resta in piedi da solo, che Ullman da decenni lavora nell’industria informatica californiana.

Il sistema si staglia in sottofondo, purificato dalla vita, al di là della morale e delle domande, vive per se stesso, per girare. E in questa direzione che volge tutta la fatica, l’esaltazione, l’ansia del programmatore: riuscire a farlo girare. Non ci sono progetti buoni o cattivi, ci sono solo committenti.

In realtà i progetti, questo quello che traspare dalla scrittura di Ullman, sembrano essere quasi sempre “cattivi”, volti all’accumulo di denaro, a quella ricchezza che permette ai CEO delle start-up della Silicon Valley di costruirsi sedi completamente ricoperte di vetrate a specchio e con filari di palme all’entrata, e che permette di pagare i programmatori quanto serve per arredare un piccolo loft e guidare, capelli al vento, una decapottabile nuova fiammante.

“Non può essere solo una questione di soldi”, dice Ullman in uno dei capitoli finali del libro a un consulente di management. L’uomo china la testa, si guarda le mani, è visibilmente seccato: sì, è principalmente una questione di soldi. Ma non è una critica quella di Ullman, non è un attacco frontale al mondo che le porta lavoro. C’è anche la questione economica, certo, c’è anche la questione morale, ma non è questo che vuole raccontarci. L’argomento di questo breve memoir è la passione per un lavoro, la pazzia – sì, proprio pazzia – di chi ci si dedica anima e corpo e, pur vivendo un’esistenza solitaria immerso tra le stringhe di codice, ricerca “l’altro” per parlare di quello che sta facendo (quando non è legato da contratti di riservatezza), o più in generale, per parlare ore ed ore di un universo sterminato che comincia con il coding e approda nella crittografia.

La vita quotidiana e la programmazione nelle parole di Ullman si compenetrano, una diviene lo specchio dell’altra. L’autrice spiega il suo percorso lavorativo alla luce della sua crescita accanto a un padre immerso nel lavoro giorno e notte e che ha continuato per tutta la vita a lanciarsi in progetti economicamente pericolosissimi. Al contempo spiega la sua vita sentimentale, “serialmente monogama”, per mezzo della sua attività di programmazione. E lo stesso vale per gli uomini e le donne che incontra, immersi in un lavoro che più che un lavoro sembra uno stile di vita, un modo di pensare e di relazionarsi.

La lettura di Accanto alla macchina è un’esperienza a tratti asfittica. La “macchina” è volubile, testarda, sicuramente non ti lascia andare, e nel vortice di committenti e appuntamenti ai sushi-bar, Ullman si mette a nudo, nel modo disinvolto e diretto di una donna che ha definitivamente attraversato la giovinezza e che, anche a fronte di una crisi lavorativa in una dimensione in cui sembra è tutto perennemente giovane e nuovo, sa dove andare a parare. Ma in conclusione, l’esperienza di Ullman, e con lei quella del lettore, torna alla vertigine iniziale: a un nuovo lavoro, ai pensieri che si organizzano vorticosamente come ingranaggi di una macchina perfetta, alla sensazione di essere nel posto giusto. Qui e ora. (Matilde Quarti – www.panorama.it)

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