Per qualche ora, non pensate al Vittorio Sgarbi-polemista che, non senza eccessi, interviene in televisione sulla politica, sulla cronaca, sul costume. E sfogliate l’ultimo pannello del suo polittico sull’arte italiana (Il Novecento. Volume II: da Lucio Fontana a Piero Guccione, con introduzioni di Angelo Guglielmi e Italo Zannier, La nave di Teseo). Si tratta dell’epilogo di un’impresa editoriale intitolata Il tesoro d’Italia, iniziata nel 2013 e proseguita fino a oggi: sette volumi che conducono da Wiligelmo a Giotto, da Piero della Francesca a Pontormo, da Michelangelo a Caravaggio, da Canaletto a Boldini, da Boccioni a Guttuso, da Campigli a De Dominicis.

Un opus magnum che non aspira a porsi come una storia dell’arte di tipo manualistico. Quella di Sgarbi è una narrazione in prima persona. Una mobile drammaturgia nel corso della quale emozioni e passioni orientano le preferenze critiche: le scelte e le esclusioni.

In questo viaggio, Sgarbi tende a portarsi al di là della logica dei gruppi e dei movimenti. Inoltre, non muove da visioni teoriche astratte. Sembra, al contrario, far proprio un prezioso suggerimento di Ernst Gombrich, il quale, in apertura della Storia dell’arte raccontata, aveva scritto: «Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti». La medesima convinzione è all’origine del periplo di Sgarbi, il quale si concentra su alcune figure, che poi «salva» in una sorta di Pantheon. Sono artisti «necessari», ma anche (forse soprattutto) personalità ancora da riscoprire, cui sono dedicati capitoli monografici per lo più brevi, simili alle pagine di un diario intellettuale in divenire, esito, come ha osservato Franco Cordelli, di un «fulmineo raccoglimento» dell’autore in sé stesso, per «radunare idee e ricordi».

Per accostarsi ai «suoi» artisti, Sgarbi ricorre a una precisa strategia. Tende a scegliere e a descrivere opere «incontrate» direttamente, studiate dal vivo, guardate a lungo, trovate spesso in luoghi marginali. Perciò, in sintonia con una nobile tradizione (da Cavalcaselle a Zeri), assegna un’assoluta centralità allo sguardo: lo storico dell’arte deve, innanzitutto, saper vedere (per riprendere il titolo di un libro di Matteo Marangoni del 1933). Ma non basta. La sfida ancor più difficile sta nel dare parola alle immagini; nell’individuare il miglior equivalente verbale per far «sentire» i colori e le materie di pittura e scultura. È quel che ricerca Sgarbi nel Tesoro, richiamandosi ad alcuni tra i più significativi scrittori d’arte del XX secolo (da Longhi ad Arcangeli, da Briganti a Tassi, a Testori). Mentre, però, all’epoca di quei maestri la storia dell’arte aveva l’ambizione di «arrivare» a più persone possibile e provava a incidere sul tessuto della società, oggi questa disciplina sovente appare ripiegata su sé stessa, afflitta da un filologismo sciatto, privo di ambizioni e di ampie vedute.

Anche per reagire a questo declino Sgarbi, nel Tesoro, sceglie di sottrarsi a certi narcisistici tic accademici e non indulge nell’analisi dei contesti. Affidandosi a una scrittura musicale, piana, priva di tecnicismi, ci consegna prose di conversazione, che mostrano un sincero gusto per un’affabulazione densa di rimandi a scoperte private, a urgenze, a innamoramenti. Il fine ultimo: restituire in chi legge il piacere dell’arte.

Questo metodo, ora, viene messo alla «prova» del presente. Sgarbi percorre il secondo Novecento non senza certe cautele. In polemica con alcune ricostruzioni storiografiche segnate da enfasi ideologiche e da pregiudizi («la notorietà non indica il valore»), disegna una cartografia dominata dalla pittura. Fugaci le aperture su architettura e design. Evidente la diffidenza nei confronti delle poetiche neovanguardistiche e di pratiche come quelle dell’happening, della performance, dell’installazione, nelle quali tuttavia palpitano tante profonde dissonanze della contemporaneità. È una cartografia occupata da profili di singoli artisti, con pochi paragrafi su movimenti (informale, Arte Povera, transavanguardia). Vi si trovano a convivere voci «straordinarie» e voci laterali, abbandonate e dimenticate: Usellini e Campigli, Marchig e Fontana, Locatelli e Giacometti, Lalla Romano e Morlotti, Burri e Music, Gnoli e Cremonini, Schifano e Ferroni, Vitali e De Dominicis. Infine, «italiani imperfetti» come Giacometti e Balthus. Distanti dai modi dell’«arte applicata», queste figure, pur con accenti diversi, si situano nell’orizzonte dell’«arte implicata»: lavorando sul corpo dell’immagine, vogliono svelare l’anima dell’uomo; ne pronunciano il dramma e la tragedia; impegnati a riaffermare la perenne attualità di valori come universalità, bellezza, assoluto.

Sgarbi coglie questa tensione spirituale in Campigli, in Gnoli, in Vitali e in Guccione, che si pongono in un rapporto di continuità con la classicità e rispettano le regole dell’iconografia tradizionale. Ma anche in alcuni tra i più alti aedi delle avanguardie, come Fontana, Burri, Morlotti, Schifano e De Dominicis. Le pagine più felici sono dedicate, paradossalmente, agli artisti più «diversi» da Sgarbi: Schifano («si era fatto antenna, monitor, cinepresa, macchina fotografica, computer, (…) si era fatto strumento tra gli strumenti») e De Dominicis («l’unico artista del suo tempo a concepire l’opera come assoluto, assumendosi come sintesi di una storia universale»).

Ma il vero centro del libro è il capitolo molto bello su Gnoli. Qui Sgarbi confessa di prediligere le «anime appartate, apparentemente indifferenti ed estranee, lontane dagli eventi e dal corso della storia; in realtà infallibili testimoni e antenne sensibilissime a ogni mutamento». Come Gnoli, appunto. E come tanti pittori solitari raccolti in questo museo immaginario (Usellini, Campigli, Giacometti, Balthus, Music, Ferroni, Guccione, Vitali, De Dominicis). Forse, per Sgarbi, un modo per parlare indirettamente di sé. E per rivelare il lato meno pubblico, più notturno e più riflessivo del suo carattere. (Vincenzo Trione – www.corriere.it)

______________________

Guarda la presentazione dell’ultimo libro «Il Novecento volume II, da Lucio Fontana a Piero Guccione» (edito da la Nave di Teseo) in cui il prof. Sgarbi sottolinea la relazione tra d’Annunzio e artisti quali Giulio Aristide Sartorio, Antonio Mancini, Pietro Gaudenzi, Medardo Rosso. Una fiducia futurista, propria di un personaggio che non è mai stato così attuale.

> Condividi articolo: