Queste righe prendono spunto da un film – Jimmy P. – ma intendono contribuire a rendere nota in Italia la figura di George Devereux (1908-1985). Devereux è, con Henri Collomb (1913-1979) e Frantz Fanon (1925-1961), uno dei massimi studiosi di psicologia culturale e di etnopsichiatria (come si usa dire nell’ambiente francofono). A differenza di Collomb e Fanon, Devereux non è medico. Segue un percorso di studi multidisciplinare. Ispirato dallo psicoanalista e antropologo Géza Róheim (1891-1953), ungherese come lui. Il nome di Devereux è György Dobó, da Lugoj, oggi Romania, anche città natale del più noto interprete di Dracula, Bela Lugosi.

Jimmy P., il film, è uscito in Italia alcuni giorni fa, regia di Arnaud Desplechin, con Benicio Del Toro, nella parte dell’indiano James Picard, e Mathieu Amalric che impersona Devereux. Si tratta della trasposizione cinematografica di un testo di Devereux, una vera e propria storia clinica, esempio di scienza della singolarità. Oggi, per imparare il mestiere della clinica psicologica, si tratta di andare al cinema. Nelle accademie dominano modelli acefali e quantitativi (la “scienza”), mentre la riflessione clinica sul caso è relegata a “opinione”.

Devereux, fondatore dell’Etnopsicoanalisi complementarista (come recita il titolo di una serie di scritti curati in italiano da Alfredo Ancora), racconta le sue esperienze cliniche e antropologiche in diverse aree etniche e culturali del mondo. La scuola di Devereux è stata assai fertile senza mai essere dogmatica. Più che una teoria generale Devereux ha trasmesso un metodo. Tanto da farmi pensare di dare una risposta di questo tipo a chi si chiede se la psicoanalisi sia trasmissibile: “Frequentate Devereux, v’insegna a ragionare intorno alla singolarità”. Così, in tutto il mondo, chi si occupa di clinica come esperienza culturale – da Tobie Nathan (nato al Cairo nel 1948), maestro di etnopsicoanalisi, a Jurandir Freire Costa (nato a Pernanbuco nel 1944), massimo psicoanalista brasiliano – è allievo di Devereux.

La storia di James Picard parla di un uomo, veterano della seconda guerra mondiale, appartenente alla tribù Blakfoot. Ricordate gli indiani piedineri dei doppiaggi western? Qui però, invece di vedere i cow boy che inseguono gli indiani a cavallo, si osservano le espressioni di Benicio Del Toro, l’immagine-movimento si fa immagine-tempo.

Jimmy P. soffre di mal di testa, oscuramento della vista – come avesse la percezione visiva di piccole bolle – e di esaustione, come fosse un eroe beckettiano. Giunto all’ospedale per Veterani di Topeka, la clinica Menninger, è sottoposto a una batteria di test psicologici: nel film si vedono le tavole del più importante test psicodinamico (il Test di Appercezione Tematica di Murray). Viene formulata un’ipotesi diagnostica incerta, forse una psicosi, oppure un trauma di guerra di origine psicogena.

Dopo la fine della Belle Époque, con l’avvento delle guerre che devastarono l’Europa – mentre gli psichiatri organicisti si ostinavano a ripetere in modo ideologico “la mente e il cervello coincidono” – eminenti neurologi, per esempio Kurt Goldstein (1878-1965), che ben conoscevano il loro ambito di ricerca, si trovarono di fronte al grande tema delle origini sociali e psicologiche del trauma. Ambiti di conoscenza come l’antropologia e la psicoanalisi ebbero un ruolo cardine nello studio e nella cura dei traumi di guerra. L’ipotesi che il caso Jimmy P. rientrasse in questo tipo di psicopatologia era forte e il test proiettivo era lo strumento cardine per fare emergere queste tematiche a livello psichico. Tenendo conto che James Picard era di origine indiana, medici e psicologi della clinica si rivolsero a George Devereux, di cui conoscevano l’opera.

Giunto alla clinica Devereux esclude la psicosi e si dichiara disponibile a svolgere un trattamento di counselling. Così George e Jimmy incominciano a frequentarsi quotidianamente a Topeka. Il lavoro di Devereux parte da un’indagine sui sistemi di significato connessi alle lingue materne di Jimmy: quella del suo popolo e l’inglese. Sia l’una sia l’altra non sono per George lingue materne, dunque l’esperto, nel colloquio tra i due, è Jimmy.

Una delle questioni chiave poste da Devereux è la duplicità discorsiva tra psicologia e sociologia. Quando si riferisce alla discorsività psicologica Devereux intende la psicologia dinamica, non certo il comportamentismo oggi dominante, e quando si riferisce alla sociologia intende principalmente l’etnografia.

Così scrive: “In sociologia l’osservatore è, per definizione, “fuori” dal soggetto […] in psicologia l’osservatore è, per definizione, “dentro” al soggetto” (Etnopsicoanalisi complementarista, p. 43). Devereux propone una duplice lettura del fenomeno psicosociale perché la sola lettura psicologica perde la complessità del fenomeno linguistico che abitiamo come soggetti: il legame sociale. Se questo elemento non viene considerato si recide la radice del “legame”, la sua derivazione dal linguaggio. A sua volta il linguaggio, piuttosto che un sistema di regole astratte, viene osservato come forma culturale specifica, come lingua materna. Invero anche la sola lettura teorica e sociologica perde di vista qualcosa: l’espressione, l’idiosincrasia, le sfumature, i lapsus, le rêverie, le pieghe, i suoi accidenti, la sua evenemenzialità. In una parola la lingua della madre, i suoi codici.

Senza questa duplice lettura, duplice coscienza, duplice esperienza l’esperienza della psicoterapia è monca. Probabilmente Devereux risponderebbe al trend dominante neurobiologico e neocomportamentista: “State sostituendo la ricerca del senso in un orizzonte umano oscuro, misterioso, inquietante, per questo affascinante, con la perdita del significato, state parlando d’altro”. Caldamente consigliato ai giovani psichiatri e psicologi, che, a furia di studiare tecniche di valutazione e trattamento, si trovano costretti a ritrovare il senso del loro lavoro da soli, fuori dall’accademia. (Pietro Barbetta – www.doppiozero.com)

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