I fautori: «Un bellissimo esperimento». I detrattori: «Una provocazione alla Sgarbi». Trattasi del progetto, lanciato da Stefano Boeri, l’iperattivo assessore alla Cultura di Milano, di esporre, dalla primavera 2013, la Pietà Rondanini di Michelangelo all’interno del carcere di San Vittore. In uno spazio protetto e sicuro, garantito da Soprintendenza e Provveditore. E accessibile, oltre che ai detenuti, ai cittadini e ai turisti, grazie all’impegno del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano. Non è il Colosseo restaurato con i denari delle scarpe Hogan. L’operazione milanese è a basso costo e non si lega a un marchio. Ma è un’idea che divide. E che presto finirà sui media internazionali, sempre vigili sulle novità intorno al patrimonio italiano. Boeri dice: attirerà doppia attenzione, su un tesoro poco valorizzato, l’incompiuta Madonna col Cristo che le crolla in grembo, e sul dramma della condizione carceraria.

Nell’era dei new media, è un’idea di comunicazione forte. Ma c’è chi osserva che, pensata per far bene (riflettere sull’amore e la redenzione), risulterà controproducente: le inevitabili discussioni ne offuscheranno il senso e l’efficacia. Tanto più che la Pietà Rondanini, a San Vittore, sarà, com’è ovvio, un ospite temporaneo.

Promette di più il suo destino museale. Il capolavoro michelangiolesco, dalla modernità astratta e conturbante, una volta sottratto alla sua collocazione attuale nel Castello Sforzesco, dentro al percorso museografico ideato nel 1954 dallo studio Bbpr, con i suoi limiti di visuale e di accesso, verrà ricollocato nel 2014 in uno spazio tutto per sé. Con l’aiuto della Fondazione Cariplo. Un mini-museo della Pietà dentro all’Ospedale spagnolo del Castello. E’ un tratto abbandonato di fine Cinquecento, molto suggestivo, sul lato sinistro della piazza d’armi. Ed è ignoto ai più.

A febbraio partiranno i lavori di restauro, adeguamento tecnico, illuminazione. Non San Vittore: è questa la novità vera. Riaccenderà l’interesse turistico su una meraviglia sottovalutata, il poderoso Castello degli Sforza che la giunta Pisapia ha riportato al centro dell’attenzione (vedi i recenti restauri della Rocchetta). Anche qui il dibattito sarà inevitabile. I protezionisti già insorgono: come osate abbandonare l’allestimento dei Bbpr, icona del moderno milanese? Altri risponderanno: non esageriamo con i tabù culturali, i musei mutano con le epoche, sennò saremmo ancora, nell’era di Google, alle teche polverose con le didascalie in corpo 8.

Riassumendo. San Vittore operazione ambigua, Castello operazione forte. “Sgarbiana” la prima, “boerica” la seconda. E comunque non è la prima volta che la Pietà è tirata per il velo. Tempo fa, l’ambizioso architetto newyorkese Daniel Libeskind, autore del grattacielo dal profilo incurvato del quartiere City Life, annunciò urbi et orbi di essersi ispirato alla schiena della Madonna di Michelangelo. Molti la trovarono una furbizia di cattivo gusto. Se ne discusse anche in America, sul settimanale “Time”. E da Parigi Renzo Piano fece il commento perfetto: «Ma i giornalisti si bevono tutto?». (espresso.repubblica.it)

> Condividi articolo: