Sarà una riforma anche quella di Enrico Giovannini? Il ministro del Welfare va ripetendo da settimane che la Riforma del lavoro messa in atto da Elsa Fornero andrà conservata pur con alcuni aggiustamenti. Questo perché gli ultimi dati trimestrali sul mercato del lavoro sembrano dimostrare come alcune innovazioni sulla flessibilità in entrata abbiano iniziato a dare i primi frutti con le nuove assunzioni che sono diminuite “soltanto” del 0,4% a fronte di un -5,8% su base annua.

Sempre nello stesso trimestre (ottobre-dicembre 2012) sono stati registrati un + 5,2% nei contratti di apprendistato e un + 3,7% in quelli a tempo determinato. Insomma per giudicare una riforma articolata come la legge 92 del 28 giugno 2012, c’è bisogno del tempo fisiologico affinché il mercato se ne appropri e su questa nuova legislazione crei occupazione o risani le situazioni critiche. Ciò non toglie che interventi ci saranno, specialmente sui contratti di apprendistato e a tempo determinato, ma anche sulle partite Iva e sulle norme per la concessione degli ammortizzatori sociali in deroga. Insomma, se da una parte Giovannini non può stravolgere la riforma del mercato, dall’altra deve mettere in atto quegli aggiustamenti che gli consentano, alla fine di giugno, di arrivare a Bruxelles con le carte in regola per chiedere all’UE di escludere gli investimenti destinati a creare lavoro dalle misure del patto di stabilità.

Fare tabula rasa sarebbe pericolosissimo, anche perché far accettare un’altra riforma del lavoro – con tutto il suo carico, onerosissimo, di adeguamenti burocratici – rischierebbe di far aumentare la tensione sociale, in una congiuntura politico-economica tutt’altro che serena.

Giovannini ha ben chiaro il fatto che si debba cambiare, ma sa altrettanto bene che camminando sulle macerie non ci si può permettersi di mettere il piede in fallo.

Andando a monte, il percorso verso la “flessibilità” comincia circa tre lustri or sono, precisamente nel 1997, quando la Commissione Europea invita gli Stati membri ad avviare una riforma dell’organizzazione del lavoro nelle fabbriche e negli uffici finalizzata a un’impresa maggiormente flessibile e una presa di distanza dal modello fordista. Se paesi come Francia e Germania reagirono a queste direttive con programmi di politica industriale che incentivavano le ristrutturazioni auspicate dalla Commissione Europea, in Italia con la Legge 196/1997 anche nota come Pacchetto Treu, intraprese il cammino della flessibilità in entrata, ovvero la flessibilità del rapporto giuridico di lavoro e delle agenzie di lavoro interinale.

In questa direzione la Legge Biagi del 2003 impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro (D.Lgs. 276/2003) tanto da stupire numerosi analisti del centro Nord Europa. Questa strategia ha avuto successo sul breve-medio periodo: dal 1997 al 2007, anno d’inizio della crisi, l’incremento dell’occupazione ha fatto dimezzare il tasso di disoccupazione, facendolo passare dall11,6% al 6,2%.

Sul lungo termine, però, la maggiore flessibilità ha dimostrato tutti suoi limiti: i dati hanno sancito come un utilizzo intenso di lavoro flessibile diminuisca la produttività dell’azienda che lo sceglie. Chi voleva portare la flessibilità ha portato la precarietà e il ministro Giovannini, ora, si trova di fronte all’incombenza di correggere tutte quelle norme della riforma Fornero che hanno reso più difficile e rischioso, per un’azienda, assumere un nuovo lavoratore. È  tutto un gioco di equilibrismo fra la lotta contro la precarietà e le crescenti resistenze delle imprese, fra la cosiddetta flessibilità e le tutele. Il tutto in un contesto continentale dove all’uniformità delle direttive corrispondono tipicità nazionali che affondano le proprie radici nelle leggi, nelle tradizioni, nella cultura popolare e nella religione. Per cui ciò che funziona in Germania può non essere valido in Italia, quello che è ottimo a Parigi può non esserlo a Milano. (Davide Mazzocco – it.finance.yahoo.com)

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