Molti, quando discettano di internet, di tecnologie digitali e soprattutto di tecnologie di pubblicazione, parlano, già da qualche tempo, di “democratizzazione”. Alcuni lo fanno senza davvero pensarci, senza attribuire alcun valore qualitativo a tale termine, utilizzandolo solo nella sua portata quantitativa: la democratizzazione del digitale consisterebbe allora solo nell’allargamento a un pubblico sempre più vasto dell’accesso a certe conoscenze e certi strumenti. Altri, più gonfi di entusiasmo, lo utilizzano invece quasi fosse un sinonimo di “giustizia”: finalmente – essi paiono intendere – tutti possiamo diventare padroni del nostro destino e riprenderci ciò che ci era stato tolto: il diritto a dire un po’ quel che ci pare. La metafora politica con cui si vuole esprimere la progressiva integrazione delle tecnologie digitali nelle nostre esistenze non mi ha mai veramente convinto: che democrazia sarebbe quella dove chiunque può dar fiato ai propri umori senza un principio di responsabilità, senza il rispetto di regole condivise, senza delle garanzie che escludano ed eventualmente sanzionino le prevaricazioni?

Che democrazia sarebbe quella basata solo su aspetti formali e quantitativi? La democrazia ha bisogno di contenuti e di valori, si nutre di idee che circolano, che si retroalimentano, che dialetticamente interagiscono. Delle tante possibilità oggigiorno offerte dal digitale, nulla come il self-publishing è stato investito del ruolo di tribuno della democrazia. Da quando ho cominciato a occuparmene, qualche anno fa, l’ho sempre difeso come una possibilità di liberazione da ingranaggi e procedure farraginose di un’editoria lenta e obsoleta – uno strumento, dicevo, che se ben utilizzato avrebbe apportato tanti vantaggi sia agli autori che ai lettori. Non mi sfuggiva certo l’ambiguità di quell’espressione “ben utilizzato”, soprattutto in uno scenario in costante mutazione, in cui strumenti, tecniche e canali di distribuzione s’evolvevano e s’evolvono senza requie. E per questo insistevo e insisto sull’importanza della formazione, dell’apprendimento, della professionalizzazione, della collaborazione con i più esperti. Le possibilità offerte dal self-publishing miravano, nella mia convinzione, a una migliore efficienza della circolazione dei saperi e delle storie, non certo a rivendicare un surplus di democrazia.

Oggi che le diatribe manichee tra difensori della tradizione e pasionarios dell’innovazione sembrano finalmente relegate alle cronache locali e che la confusione tra autopubblicazione ed editoria a pagamento è stata risolta, i tempi sono forse maturi per prendere consapevolezza che quando parliamo di self-publishing stiamo parlando di un complesso di tecniche (saperi, tecnologie e procedure insieme), non di una piattaforma politica o di un esercizio di giustizia. E la tecnica ha a che fare molto di più con la responsabilità che con la libertà o la democrazia. Usereste un martello per cucire un bottone? Andreste dall’idraulico per un mal di testa? Saperi e strumenti vanno utilizzati con responsabilità se vogliamo raggiungere il nostro scopo.

I tempi ce lo richiedono. Ora che anche il Ministero dell’Istruzione ha dato il suo beneplacito all’autopubblicazione di materiali didattici per le scuole, per esempio, un dibattito serio e approfondito sull’esercizio consapevole di quest’opportunità si rende necessario. Ora che le previsioni sul futuro dell’industria editoriale come l’abbiamo sempre conosciuta disegnano scenari davvero foschi, e tutti s’affannano a cercar alternative. Ora che sorgono come funghi raffazzonate agenzie di servizi agli autori, che fanno leva (e cassa) sulle sincere speranze di molti. Smettiamola allora di parlare di democratizzazione e cominciamo invece a parlare di responsabilità. (Effe – www.doppiozero.com)

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