N. è una ragazza di 25 anni incontrata in ospedale, in un reparto di Riabilitazione e proveniente dall’Unità di Neurologia dove è stata ricoverata per una emiplegia destra. La ragazza, sofferente da anni di aritmia cardiaca, si muove da circa venti giorni sulla sedia a rotelle, ha la gamba destra quasi completamente flaccida e dei movimenti deboli, incompleti e poco funzionali all’arto superiore omolaterale. È stata sottoposta a tutti gli accertamenti per il sistema nervoso centrale e periferico, per il sistema cardio-circolatorio, ecc., e tutto risulta negativo! Un po’ strano, vero? Quando la conosco ha già iniziato a fare fisioterapia da circa una settimana. È per me la seconda volta che mi trovo dinanzi ad una paziente giovane con emiplegia destra ed accertamenti diagnostici negativi e che considero il caso con un’ottica un po’ differente dal classico approccio convenzionale. Conoscendo la storia della paziente precedente, parto questa volta con il vantaggio di avere già un’idea, seppur solo ipotetica e del tutto discutibile, del suo probabile modello linguistico e delle sue mappe rappresentazionali.

Ipotizzo un conflitto riaffiorato da traumi emotivi del passato mai liberati (aritmia) riguardante il rapporto con un elemento femminile, sentimentale, della sua vita (emilato destro). Certamente non mi permetto a improvvisarmi psicoterapeuta quale non sono, e a toccare nello specifico argomenti che magari poi non saprei gestire. Per cui faccio di queste considerazioni solo delle mie idee.

So che la ragazza ha bisogno di certezze e sostegno, così dopo essermi presentato le chiedo per quale motivo non si alzi dalla carrozzina per camminare e poi, con calma e serenità le pongo qualche domanda (in maniera non diretta ed invadente) sulla sua sfera personale e familiare. Bastano veramente poche domande perché lei mi riveli delle informazioni che confermano le mie ipotesi iniziali. So che lei ha un blocco emotivo per cui cerco di distogliere la sua attenzione cosciente dalla consuetudine di diagnosi, deficit e sintomi fisici. So di aver conquistato tutta la sua fiducia in pochissimi minuti. Le dimostro che sono qui presente in questo momento con lei e per il suo bene. Lei lo sa e si vede dal suo viso che lascia timidamente trasparire entusiasmo e speranza. E lascia intravedere ancora più il sorriso quando con stupore si rende conto di riuscire a muovere la gamba, seppur in maniera lenta ed incompleta, anche senza la mia assistenza al gesto terapeutico.

So esattamente cosa sta accadendo in questo momento, qualcosa che chi non sa chiamerebbe “miracolo” e chi sa chiama “ristrutturazione mentale”, e soprattutto sono consapevole di cosa tutto ciò stia significando per lei, come in questo momento la sua mente si stia rimappando, il suo modello della realtà si stia modificando. E non nascondo che io stesso devo sforzarmi per trattenere una forte emozione anche perché so che lei percepisce ogni mia variazione di stato.

La cosa più entusiasmante è quando le chiedo se ha voglia di essere riaccompagnata in stanza a piedi…e ovviamente a questo punto la sua risposta non può che essere un deciso “si!” (seguito da un bisbigliato “tu sei pazzo”). Così, dopo un incontro di non più di mezz’ora, sotto la mia guida, il mio sostegno sia fisico che morale, con calma e fiducia verso una vicina guarigione, la ragazza rientra in camera con i suoi piedi. Ovviamente il suo sistema neurologico e il suo apparato muscolo-scheletrico hanno bisogno di una riprogrammazione ideo-motoria che necessiterà di un po’ più di tempo per il raggiungimento di una ripresa ottimale.

Nutrendo una profonda gratitudine verso la mia paziente per avermi fatto dono di una minima parte della sua vita, sono consapevole di aver apportato solo un minimo contributo (oltre all’importante aiuto dato dagli altri professionisti che si son presi cura di lei) al suo enorme Potere di Autoguarigione e le auguro una sana e completa ripresa funzionale … ed emozionale! (Marco De Matteis – www.loadtrainers.it)

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