L’utilizzo dei modelli interni per la misurazione del rischio di credito e del calcolo del requisito patrimoniale a fini di vigilanza – il cosiddetto approccio Internal Rating Based (Irb), introdotto da Basilea 2 nel 2004 – è da tempo al centro di un acceso dibattito e di numerose critiche.

Il requisito di capitale, cioè la quantità minima di patrimonio che la banca deve detenere, è calcolato come prodotto tra il valore delle esposizioni creditizie e un coefficiente che esprime la rischiosità delle singole posizioni. Nel regime standard il coefficiente è definito dal regolatore (ed è quindi uguale per tutte le banche), mentre nel regime Irb è definito da ciascuna banca, una volta che sia stata autorizzata dal supervisore a utilizzare i propri modelli interni, modelli che per scelta degli stessi regolatori consentono significativi risparmi di capitale.

Numerose analisi, tra cui quelle svolte dall’Eba – European Bank Authority, mostrano il lato negativo dell’utilizzo dei modelli interni e cioè significative discrepanze tra banche nella misurazione dei rischi e di conseguenza nei requisiti patrimoniali. L’elevata discrezionalità della metodologia Irb consentirebbe di “manipolare” i coefficienti e di beneficiare di ingiustificati risparmi di capitale, assicurando quindi un vantaggio competitivo alle banche autorizzate a utilizzare i propri modelli interni.

Per limitare gli effetti negativi dell’approccio Irb, a partire dal 2016 sia l’Eba sia la Banca centrale europea hanno avviato azioni, quali la Targeted Review of Internal Models (Trim), volte ad aumentare la robustezza dei modelli interni e la coerenza nel loro uso tra le diverse banche.

La questione non è soltanto tecnica. Se, come emerge da taluni studi, sono proprio le banche con minori dotazioni patrimoniali a sfruttare maggiormente i margini di discrezionalità degli Irb, il loro uso potrebbe avere ripercussioni sull’(in)stabilità delle banche e sulla (in)sicurezza dell’intero sistema bancario. Inoltre, a parità di patrimonio detenuto e di rischiosità delle controparti, le banche che usano modelli Irb sarebbero in grado di concedere maggiore credito e a tassi più bassi. A ciò si aggiunge che nei paesi del Nord Europa la quasi totalità delle banche utilizza i modelli interni, mentre nel caso dell’Italia e di altri paesi mediterranei il numero delle banche Irb è decisamente inferiore.

Il lato positivo

A più di dieci anni dall’introduzione dell’approccio Irb ci si può però chiedere se accanto al lato oscuro – il rischio di incoerenza e manipolazione – esista anche un lato positivo dei modelli interni. In un nostro recente lavoro abbiamo sottoposto a verifica empirica, per un ampio campione di banche europee, l’ipotesi che il forte incentivo a migliorare i modelli interni per ottenere la loro validazione si traduca in una duratura maggiore capacità di gestire e contenere il rischio. E in effetti il lavoro ha messo in luce che l’uso di modelli Irb validati ha permesso alle banche europee di contrastare l’aumento del rischio di credito causato della recessione economica nel periodo 2008-2015. A parità di condizioni macroeconomiche e di caratteristiche operative, le banche Irb hanno subito un minore aumento dei prestiti deteriorati e hanno dovuto effettuare minori svalutazioni per il rischio di credito. In media, nel periodo, i crediti deteriorati delle banche Irb sono stati pari al 4,5 per cento del totale dei prestiti lordi mentre le altre banche hanno registrato valori pari in media al 6,6 per cento e per le prime le rettifiche sono state pari allo 0,6 per cento del totale prestiti lordi rispetto allo 0,8 per cento delle seconde.

Questi risultati suggeriscono che gli enormi investimenti richiesti alle banche in termini di risorse umane, dati, strumenti e procedure per ottenere la validazione dei loro modelli interni può essere giustificata non solo da risparmi di capitale, ma anche da una più accurata valutazione del rischio e in ultima analisi da un minore incidenza dei crediti deteriorati.

L’analisi evidenzia inoltre che il numero di banche i cui modelli interni sono stati validati dalle autorità di vigilanza è aumentato nel tempo e che le banche autorizzate all’uso degli Irb si distinguono per maggiori dimensioni, più alta patrimonializzazione, redditività ed efficienza e per una minore rischiosità complessiva.

L’introduzione dell’approccio Irb nella regolamentazione prudenziale ha pertanto incentivato la diffusione tra le banche europee di modelli e pratiche di gestione del rischio più accurati ed efficaci. Ciò rappresenta una conferma della posizione dei regolatori che, di fronte alle istanze di limitare il ruolo degli Irb, hanno ribadito che i modelli interni rimangono un efficace strumento della regolamentazione prudenziale, pur necessitando di aggiustamenti tecnici atti a renderli ancora più affidabili e coerenti. (Doriana Cucinelli, Maria Luisa Di Battista e Laura Nieri – www.lavoce.info)

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