Tutti i grandi centri della costiera amalfitana hanno origine da ville aristocratiche romane», sostiene Adele Campanelli, soprintendente archeologa di Salerno, Benevento, Avellino e Caserta: «Anche Positano è nata da una residenza su più livelli che, in scala ridotta, rispecchiava l’aspetto attuale». Come nelle altre località, Positano nel tempo aveva svelato le tracce dell’antico impianto. A cominciare dal primo rapporto settecentesco che descriveva mosaici, colonne, reperti venduti alle monache napoletane di Santa Teresa, fino agli oggetti d’arte passati veloci di mano, agli intonaci dipinti che spuntavano mentre si costruiva una macelleria o si apriva una boutique. Ma l’ultima scoperta e lo stesso luogo del ritrovamento non hanno confronti: una parete affrescata con tendaggi e animali fantastici nella cripta principale della chiesa di Santa Maria Assunta, che si è anche rivelata un insolito cimitero. Ora, questi brani unici di storia (mai aperti al pubblico), anziché essere oggetto di ulteriori ricerche e di restauro, rischiano di rovinarsi o, peggio, di non lasciare traccia.

L’impegno economico promesso due anni fa dalla Regione Campania, che pure aveva sostenuto i primi interventi dopo il ritrovamento, non è mai arrivato al Comune, che ha sollecitato più volte quanto doveva essere stanziato. Come richiesto, erano state eseguite tutte le procedure: rimodulato il quadro economico degli interventi (3.445.928,35 euro), indetta la gara per l’assegnazione dei lavori, trasmessa la documentazione delle spese; ma per Positano non è stato firmato ancora il decreto per l’assegnazione definitiva del finanziamento. Così, la ditta che aveva vinto l’appalto, venuta a sapere che la Regione avrebbe congelato le risorse, ha diffidato le istituzioni competenti e Adele Campanelli il mese scorso ha inviato una lettera al presidente della Giunta. Se questa decisione è veritiera, si legge, configurerebbe gravi conseguenze sul piano giuridico e culturale: i danni arrecati al patrimonio archeologico potrebbero diventare «irreversibili». I funzionari della soprintendenza, nell’ultimo sopralluogo, hanno infatti riscontrato una situazione di estrema gravità. A parte le cattive condizioni climatiche dell’ambiente e i tentativi di effrazione sulle porte di accesso al cantiere abbandonato, il sito risulta infestato da scarafaggi, vegetazione e muffe che hanno attaccato le murature romane e stanno per estendersi ai dipinti murali. Si sono inoltre staccati frammenti della decorazione (estesa circa tre metri) e si stanno degradando i colori delle pitture, come il prezioso blu egizio.

Insomma, un vero disastro che allarma la soprintendente e coloro che hanno lavorato (dal 2003 al 2007) per svuotare gli ambienti e portare alla luce gli affreschi: un tesoro che era stato sepolto da una massa di pomici e lapilli durante l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. In quel terribile 24 agosto i materiali vulcanici si abbatterono anche qui come grandine infuocata, provocando il cedimento del soffitto di quello che si configura come un vano di rappresentanza. Lo scavo ha permesso agli archeologi di ricostruire la dinamica della catastrofe, che presenta le stesse fasi di Pompei: la caduta di pomici e lapilli è stata preceduta a accompagnata da forti terremoti; poi, dopo il crollo del tetto e dei muri, una colata di fango bollente misto a cenere ha seppellito l’intero abitato.

E come a Pompei, sono state sigillate testimonianze della violenza naturale e di attività artistica: accanto all’affresco restano, così come sono precipitati, tegole, pezzi di muratura e le impronte di travi contorte. L’ambiente venuto alla luce, che deve essere ancora scavato per altri due metri fino al pavimento (certamente in mosaico), era poco sopra il livello della spiaggia, dove si trovavano i locali adibiti a magazzini e a depositi per attrezzature portuali, come quello in “opus incertum” recuperato di recente. Tutto faceva parte di un’unica, grandiosa proprietà: dal mare, si articolavano sulla collina stanze, terrazzi e giardini, chiudendo in un abbraccio la suggestiva insenatura. (espresso.repubblica.it)

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