Un compositore dalle note raffinate, soffici e caleidoscopiche questi solo alcuni degli elementi caratterizzanti la sua personalità. Dal 2008 che non si sentiva parlare di Sergio Cammariere, dai tempi del tour “Cantautore Piccolino”, successivamente l’artista prense una pausa per dedicare la propria sensibilità ed esperienza al cinema ed al teatro, come agli esordi.

Il tuo nuovo album trasuda del tuo mondo. Possiamo definirlo un disco autobiografico?
Si, direi che è un concentrato di tutta la mia essenza, di tutte le anime musicali che da quando ho cominciato a fare questo mestiere contribuiscono a rendere unici sia i concerti sia gli album. Sento dentro la musica che ho ascoltato, che ho suonato, che ho amato. E il filo conduttore è sicuramente il sogno, l’immaginario, il vissuto interiore. Ci sono anche gli elementi primordiali della natura: l’acqua, la terra, il cielo… il mediterraneo. Tutto questo è nel nuovo album.

I riferimenti sonori sono diversi, la base è decisamente jazz e poi avvertiamo tanti richiami alla musica melodica, alla bossanova e a tanto altro. Ma tutte queste canzoni sono state scritte per l’occasione?
No, sono brani che sono nati nel corso degli ultimi anni. Perché oltre a scrivere canzoni, mi occupo anche di cinema, di teatro, di televisione. Ultimamente per esempio ho lavorato per i Promessi Sposi, la grande opera di Michele Guardì e Pippo Flora, suonando i pianoforti e curando l’editing. Poi ho lavorato con Dacia Maraini in dieci nuove canzoni tratte da Teresa la ladra, uno spettacolo interpretato da Mariangela D’Abbraccio. Con Fabrizio Bosso invece abbiamo ri-musicato tre vecchi film del 1915 del genio Charlie Chaplin: sono sessanta minuti di musica racchiusi in un dvd prodotto da Ermitage, casa di produzione francese.

Hai voluto dedicare il disco al regista, scenografo e designer Pepi Morgia. Quale sentimento prevale?
Pepi era una persona garbata, un gentiluomo. Abbiamo fatto tanta strada insieme, a partire dal premio Tenco. Curò anche la regia del mio primo dvd registrato allo Teatro Strehler di Milano. Non dimentichiamo che Pepi era amico di Fabrizio de André, e ha curato tutti i suoi tour. Ma anche Cristiano De André, Francesco Baccini, e tanti colleghi hanno avuto la sua ‘luce’.

Un cd ma non solo: anche un’edizione in vinile destinata a diventare ambito oggetto per i collezionisti?
Il vinile sta ritornando, e anch’io quest’anno mi sono ricomprato il giradischi con la puntina. C’è poco da fare: il suono analogico è completamente differente da quello digitale. Pensa che abbiamo voluto fare la masterizzazione di questo nuovo album in America, alla Sterling Studio, e l’ingegnere Craig Colby ha voluto seguire personalmente tutte le fasi della lavorazione, perché nel mondo, ormai, musica acustica non se ne fa quasi più, ed io sono uno tra i pochi artisti ad esprimersi ancora con strumenti principalmente acustici: contrabbasso, batteria, tromba ed altri ancora.

Ascoltando il disco assaporiamo due tracce strumentali: Thomas e Essaouira. Due canzoni provenienti da differenti culture. Una di matrice norvegese e l’altra che rimanda a un’antica città del Marocco.
La prima è un omaggio a Thomas, un mio amico che vive ad Oslo. Avevo già pensato in passato ad una musica per lui e poi, a un certo punto, insieme a Luca Bulgarelli al contrabbasso e Amedeo Ariano (musicisti che mi seguono in tour) abbiamo risuonato il pezzo che avevo in mente attribuendogli un dna minimalista: adesso somiglia molto alle ambientazioni di Jan Garbarek, un artista norvegese.

Ma il brano è anche un omaggio al popolo norvegese tutto, un tributo alla sua compostezza, al modo di reagire anche di fronte a grandi tragedie. Ricordi quello che accade tempo fa nel campus (22 luglio 2011, oltre 80 vittime al campo estivo nell’isola di Utoya, n.d.r.)?
Abbiamo scoperto che questo paese ha un substrato culturale molto solido, che è pari alla sua coscienza nazionale.

Non solo di jazz (che rimane comunque la struttura portante di questo nuovo lavoro) ma anche bossanova. Possiamo considerarlo un tributo doveroso a Vinicius De Moraes?
Certo. E poi c’è il tributo al mio amico Sergio Bardotti, specificatamente con il brano “Come è che ti va?” Ma tra i pezzi ai quali mi sento più legato sicuramente ci sono i due elaborati a quattro mani con la collaborazione del filosofo Giulio: una s’intitola “Controluce”, ed è leggermente progressive e un po’ rock. L’altro pezzo s’intitola “Transamericana”. Poi c’è un’altra importantissima collaborazione, quella con Sergio Secondiano Sacchi, co-fondatore del Premio Tenco, ed intellettuale di grande spessore. Nella canzone “Il principe Amleto” abbiamo reso omaggio alla figura di Vladimir Vysotsky un grande cantante-poeta-attore, disconosciuto dalle autorità sovietiche poiché cantava la sua libertà. Censurato dal regime, lui girava e proponeva la sua arte per le strade, ed era amatissimo da tutti i russi, sia da quelli che vivono in patria, sia da tutti quelli che ho avuto modo di incontrare in giro per il mondo. Il brano è dedicato al rapporto esistente tra l’Amleto di Shakespeare e Vysotsky: in fondo sia Shakespeare che l’Amleto che Vysotsky stesso erano beffardi, irrequieti e fuori da tutti gli schemi.

Fra i tuoi collaboratori alla stesura dei testi c’è anche Giulio Casale. Che rapporto hai con la musica indipendente?
Beh, ottimo! In giro ci sono gruppi davvero interessanti. Però dobbiamo considerare che la mia storia da cantautore è arrivata dopo il cinema. Lavoro con Roberto Kunstler da tantissimi anni, infatti a giugno del 2012 festeggiamo il ventennale di militanza e di amore per la letteratura, la poesia e la musica: pensa che il 6 giugno del 1992 nacquero brani come “Dalla pace del mare lontano”, “Sorella mia”, “Tempo perduto”, e sono canzoni che tutt’oggi porto in giro nei concerti. (Patrizio Longo – www.freakout-online.com)

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