Negli ultimi decenni la rapida trasformazione dei sistemi di produzione fordisti, basati prevalentemente sulla produzione industriale, ha imposto una serie di domande sempre più stringenti alle teorie classiche del valore. Cosa ci insegna l’emergere di nuovi imperi commerciali basati sugli User Generated Contents, i contenuti generati dagli utenti, come Facebook o Youtube? Quanto e come contribuiscono le comunità di consumatori nella co-costruzione del valore dei brand? Qual è il senso del valore immateriale in prodotti in cui la componente di design è determinante per lo sviluppo di una sfera affettiva di consumo, come mostra in modo eclatante il caso di Apple?

Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen – autori di The Ethical Economy, pubblicato dalla Columbia University Press nell’estate del 2013 – provano a rispondere a queste domande costruendo un percorso che parte dai contributi meno noti dei classici (Smith, Ricardo e Marx), per arrivare alle grandi sfide sociali, economiche e politiche poste alla contemporaneità dai social network e dall’innovazione sociale e tecnologica.

Nel testo, i due autori riassumono in modo straordinariamente breve ed efficace il dibattito sul rapporto tra valore e valori. Si tratta di un tema che nelle discipline economiche e sociali è stato trattato per oltre un secolo più come un assunto ideologico che non come un vero campo d’indagine. Qui di seguito un brano tratto dal volume tradotto in italiano.

Cos’è il valore, veramente?

Mentre l’economia moderna ha messo da parte la questione del valore definendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha teso a considerare il valore come un fatto, come qualcosa ancorato alle realtà dei mondi fisici. Per quello che riguarda l’economia, proviamo a prendere in considerazione la “Teoria del Valore Lavoro”. Sviluppata da “economisti politici” come Adam Smith e David Ricardo, che scrivevano durante la rivoluzione industriale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo (nel caso di Smith un po’ prima della “rivoluzione”), la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta il muro difensivo dell’economia e del pensiero politico marxisti. In estrema sintesi, essa afferma che tutti i valori nell’economia possono essere derivati dal tempo medio del lavoro necessario a produrli. E, conseguentemente, i profitti rappresentano un “furto” di questo tempo di lavoro.

In quanto teoria relativa a come sono formati i prezzi, la “Teoria del Valore Lavoro” poteva aver senso nelle realtà semplici della produzione in fabbrica della prima metà del ‘900. Ma come lo stesso Marx comprese negli anni attorno al 1850, il movimento verso una più alta complessità della cooperazione industriale e l’estensione delle catene di valore hanno reso progressivamente sempre più difficile isolare il contributo dato dal tempo di lavoro al prezzo. Nonostante ciò, la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta enormemente influente come modo di pensare al valore e per compiere scelte legate a questo nella società industriale. I salari erano stabiliti in relazione alla produttività del lavoro e le pensioni dipendevano dal tempo speso in attività produttive; le attività al di fuori della fabbrica, come il lavoro domestico e di cura a prevalenza femminile, venivano considerate non produttive, e quindi non meritevoli di una remunerazione monetaria; definizioni di benessere aziendale che si basavano sull’accounting delle risorse che una compagnia usava in produzione – il valore di registro (…). Questa generale rilevanza della “Teoria del Valore Lavoro” era politica, e rifletteva il ruolo e l’influenza del movimento dei lavoratori nella costruzione del welfare state fordista.

Quindi, la verità è che il valore è una convenzione; non è un fatto naturale. Per essere effettivo, un regime di valore ha bisogno di comprendere molteplici standard: come definire il valore economico; come compiere decisioni etiche; come arrivare a decisioni a proposito di quali valori sono più importanti da un generale “punto di vista umano”; e come far contare questi valori nelle decisioni economiche e politiche.

Gli standard che sono sviluppati hanno bisogno di essere coerenti e di rinforzarsi mutuamente; hanno anche bisogno di “essere sensati” per la molteplicità degli attori coinvolti, data la varietà delle loro esperienze. Quindi, gli standard non possono essere interamente arbitrari, ma devono corrispondere in qualche modo a un’esperienza soggettiva. Una certa definizione di valore diviene reale ed effettiva quando si istituzionalizza come un regime di valore e viene accettata come base per compiere decisioni in una moltitudine di occasioni nell’economia e nella società”. (Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen – www.doppiozero.com)

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