«Il soggetto della libertà e quello della sottomissione si sono invertiti;
le cose sono libere, ed è l’uomo a non esserlo più».
Günther Anders [1]

«La portata, gli obiettivi e le conseguenze dell’azione determinati
dalla tecnologia moderna sono cosi nuovi che l’etica precedente
non è più in grado di abbracciarli. Oggi, il coro dell’Antigone sulle
portentose capacità dell’uomo dovrebbe essere letto in modo differente;
e la sua ammonizione all’individuo perché rispetti le leggi della terra
non sarebbe più sufficiente».
Hans Jonas [2]

La pervasività della razionalità scientifica e tecnologica tipica di un mondo iperconnesso come il nostro pone rilevanti conseguenze in termini di effetti maladattativi e fa emergere con urgenza la questione del rapporto tra individui e conoscenza. In particolare, occorre domandarsi se sia la conoscenza a dovere/potere assumere, attraverso il concetto di “counteractive cultural niche”, un ruolo di freno nei confronti del dilagare esclusivo e privo di regole della tecnologia, o se, invece, si debba mirare alla costituzione di una “società dell’ignoranza” in cui il residuo ineliminabile di non conoscenza venga rivalutato positivamente come vera e propria risorsa da coltivare con consapevolezza.

La pervasività della razionalità scientifica: effetti maladattativi 

Elemento distintivo della razionalità scientifica è la pervasività. Le nicchie cognitive costruite dalla scienza hanno un alto tasso di pervasività, si tratta cioè di nicchie ricche dal punto di vista conoscitivo. Le conseguenze positive sono evidenti: si garantisce un esponenziale accrescimento, rispetto al passato, del numero di chances nell’ambito della risoluzione di problemi in svariati settori (basti pensare al campo medico-chirurgico in cui i progressi scientifico-tecnologici consentono un aumento delle possibilità di guarigione e di sopravvivenza).

Ma la pervasività eco-cognitiva della scienza pone un problema che merita attenzione: gli individui comuni, non possedendo nella maggior parte dei casi conoscenze scientifiche di tipo specialistico, si trovano di fronte un ambiente “denso” di opportunità e dal punto di vista cognitivo, senza avere gli strumenti conoscitivi necessari per sfruttare le affordances della nicchia tecnologica. Il risultato è quello ben descritto dal concetto di vergogna prometeica di Günther Anders[3]: una realtà in cui si assiste a una discrepanza e a un dislivello sempre maggiori tra il veloce processo di perfezionamento, in termini di efficacia, funzionalità e riproducibilità (eternità delle macchine), delle creazioni tecnologiche e l’imperfezione e la lentezza delle trasformazioni biologiche dei moderni Prometeo, che nella loro finitezza finiscono per essere preda delle loro stesse creazioni. Le macchine diventano sempre più intelligenti, autonome e totalizzanti fino a costituire una forma di totalitarismo e gli uomini sempre più stupidi e antiquati (obsoleti), fino a provare vergogna e soggezione nei confronti delle loro produzioni. Il problema che si pone è, quindi, dotare gli individui di un sapere che li renda capaci di dedurre intuitivamente come servirsi delle qualità di un determinato campo cognitivo. Nei casi in cui questo tentativo fallisce la nicchia assume un aspetto imponderabile di casualità, generando fenomeni maladattativi e conseguenze inattese. Non avere le conoscenze adatte, quindi, significa non solo non essere in grado di cogliere i vantaggi di uno strumento potenzialmente utile, ma anche finire per diventarne “vittima” passiva.

In una realtà in cui si assiste a un assoluto predominio della tecnologia che pone nuove sfide e nuove questioni morali, sociali, economiche e politiche, investire nello sviluppo di diversi livelli e forme di conoscenza è inderogabile. L’alternativa è una società soggiogata dalle dinamiche oscure e incontrollabili di uno sviluppo scientifico incontrollato e senza freni, non accompagnato da una diffusione del sapere.

È chiaro che le nuove tecnologie offrono opportunità tali da permettere di affrontare molti problemi in modi prima impensabili, ma allo stesso tempo – in particolare per il loro grado di complessità e l’ampiezza del loro raggio d’azione – comportano dei rischi da non sottovalutare. Un concetto della riflessione di Anders che chiarisce la questione è quello di “sovraliminale”[4]: la tecnica ha permesso agli effetti delle nostre azioni e dei nostri prodotti di avere un’influenza su un piano spaziale e temporale tale da superare il limite della nostra capacità di comprenderli, interiorizzarli ed eventualmente contrastarli (la soluzione proposta da Anders è di valorizzare e accrescere la funzione dell’immaginazione, a cui si attribuisce un ruolo centrale anche nell’elaborazione filosofica). Gli esempi in questo senso non mancano: la questione della privacy è solo uno dei tanti aspetti da considerare, accanto alle problematiche poste dalle nuove biotecnologie – che, come sottolineato da Neil Levy[5], richiedono una riflessione bioetica e neuroetica adeguata per non avere effetti negativi – dalla globalizzazione, dall’ecologia e dallo stesso capitalismo, a fronte dei nuovi mezzi di comunicazione.

Il rapporto individuo-conoscenza in un mondo iperconnesso

Per comprendere come le innegabili possibilità offerte dalla tecnologia possano trasformarsi in fenomeni maladattativi, si deve riflettere sul rapporto tra individui e conoscenza in un mondo iperconnesso. La convinzione iniziale di ingenuo ottimismo secondo la quale l’introduzione delle nuove tecnologie di per sé e senza vincoli esterni avrebbe gettato le basi per la fioritura di una “società della conoscenza” è lentamente tramontata, di fronte all’emergere sempre più nitido di una “società dell’ignoranza”. Come ben dimostrato da Antoni Brey[6], per non cadere in false speranze, occorre distinguere consapevolmente tra il concetto di conoscenza e quello di informazione: Internet ha dato origine a una “società dell’informazione” – informazione spesso non verificata e falsa, come si sa bene – senza portare con sé un accrescimento della conoscenza. I mezzi informatici ci permettono di entrare in contatto con un numero infinito di informazioni, ma spesso queste ultime, risultando completamente prive di un contenuto riflettente, finiscono per dare luogo a nuove forme di ignoranza.

Il succedersi continuo e istantaneo di una quantità esponenziale di dati accumulati mostra una realtà estremamente mutevole, difficilmente accessibile in termini conoscitivi e fuori dalla nostra portata: le informazioni disponibili sono troppe, molte, oltre che false, del tutto inutili o superflue, e in continua evoluzione. Di conseguenza, chi accetta l’equivalenza riduzionistica tra conoscenza e informazione, dall’impossibilità di stare al passo con l’eccessiva proliferazione di notizie deduce l’impossibilità di accedere alla conoscenza e finisce per assumere acriticamente opinioni basate su cliché e senso comune.

Di fronte al morboso e sempre rinnovato bisogno di diffondere notizie su ogni aspetto del reale e non, avere una visione complessiva e complessa del mondo diventa una sfida spesso persa in partenza, se non a costo di un costante impegno e di molto tempo a disposizione. La conseguenza è una tendenza sempre più inevitabile alla iper-specializzazione, a una società di esperti stipendiati, pagati al solo scopo di sfornare una conoscenza “produttiva” nel loro specifico campo. In questo modo, non solo il sapere viene suddiviso in aree estranee tra loro e al quadro sociale, ma si crea una distinzione, legata esclusivamente a dinamiche economiche, tra saperi di prima categoria (l’ambito scientifico) e saperi “improduttivi” di seconda categoria (l’ambito umanistico). Gli effetti sul piano politico sono evidenti e, come affermato da Edgar Morin[7], aprono a una vera e propria crisi della democrazia: il cittadino finisce per sentirsi deresponsabilizzato dal punto di vista politico, sociale e civile e, una volta portato a termine il suo compito iperspecializzato (legato allo specifico impiego lavorativo), non cogliendo la complessità in cui esso si colloca e in cui dovrebbe trovare il suo senso, si convince di aver esaurito il proprio dovere.

Inoltre va tenuto conto del fatto che ogni mezzo di comunicazione ha proprietà specifiche come strumento di accesso ai saperi[8]. Per esempio la televisione, idonea a intrattenere in modo passivo, ha dei limiti nel sostenere argomentazioni razionali e quindi nel diffondere conoscenza in senso stretto. Le dinamiche e i tempi televisivi rendono complesso anche per i più addestrati riconoscere nell’immediato fallacie logiche e bullshit. Anche le diverse forme di comunicazione di rete, che illudono chi ne usufruisce di essere un soggetto attivo e produttivo, al di là delle chances che offrono, non sono realmente capaci di favorire lo sviluppo di un reale sapere e delle nostre capacità cognitive e possono rappresentare una minaccia per la nostra individualità e capacità critica, portando alla proliferazione di “analfabeti funzionali”. I social network incoraggiano le attività interattive, appagando l’innata inclinazione di ognuno a mantenere legami con gli altri membri della propria specie. Ma lo fanno in un ambiente artificiale che decontestualizza e distorce i meccanismi naturali di inibizione fino a generare fenomeni di dipendenza e di violenza e pratiche compulsive.

I rischi dell’“ignorance society” si muovono non solo lungo una direzione sociale e politica – si pensi alla disuguaglianza sociale – ma hanno a che fare anche con la dissoluzione dell’individualità e della singolarità della persona: essere ignoranti in un momento in cui ci vengono poste sfide cruciali, la cui risoluzione dipende dalle nostre azioni e dalle nostre conoscenze, rappresenta un enorme rischio di regressione.

Il paradosso più grande e irrisolvibile della nostra società è quello di cercare di eliminare l’ignoranza attraverso il sistema educativo della società dell’ignoranza. Lo status di ignorante, nella contemporaneità, spogliato dalla sua connotazione essenzialmente negativa (si badi bene alla distanza tra la crassa ignoranza di cui si parla qui e l’ignoranza di stampo socratico, il “so di non sapere” che, invece, apre alla possibilità della conoscenza), viene accettato come normalità e guardato con simpatia: «caratteristica del nostro tempo è che l’anima volgare, consapevole di essere volgare, ha la presunzione di rivendicare il diritto alla volgarità e di imporla ovunque vada»[9].

La “Conoscenza come dovere”

Di fronte agli effetti maladattativi originati dal carattere pervasivo delle nicchie cognitive della scienza e alle conseguenze sociali, politiche ed economiche della tecnologia, sorge l’urgenza di individuare risposte adeguate ed efficaci. Una soluzione è quella delineata dal filosofo della scienza Lorenzo Magnani nel testo Morality in a Technological World: Knowledge as Duty tradotto in italiano con il titolo Conoscenza come dovere. Moralità distribuita in un mondo tecnologico. La tesi su cui è costruita la riflessione di Magnani è che sia necessario considerare la conoscenza come un dovere: «Nel nostro mondo tecnologico la produzione e l’applicazione di una conoscenza etica, arricchita e aggiornata rispetto ai problemi e alle situazioni effettive, diviene un dovere non meno che nel caso di altri generi di conoscenza, come per esempio quella “scientifica”»[10].

I “comportamenti” inattesi e imprevisti nei sistemi computerizzati mostrano come la conoscenza debba diventare un dovere in misura maggiore e diversa rispetto al passato, al fine di creare nuove etiche e nuove forme di moralità che regolino le azioni umane, sia in ambito pubblico che privato.

Secondo Magnani, la conoscenza dovrebbe essere un dovere: si tratta di una posizione di carattere normativo che non si limita cioè a un livello descrittivo (ovvero a dire come le cose sono), ma indica in termini prescrittivi come le cose dovrebbero essere. Ma quale tipo di conoscenza deve essere considerata un dovere? Un sapere il più possibile completo, vario, frutto di un approccio conoscitivo di tipo interdisciplinare, utile, disponibile e applicato appropriatamente. Accanto a competenze di tipo scientifico e tecnologico, intese in termini non esclusivi, è necessario possedere nozioni di carattere etico. Inoltre la stessa conoscenza morale non deve esaurirsi a un piano proposizionale, ma deve essere anche di tipo model-based, ovvero di carattere creativo e manipolatorio.

Un passaggio decisivo di questo processo è, da un lato, l’esplicitazione e la distribuzione della conoscenza inespressa, dall’altra la limitazione dell’informazione sovra-espressa, ovvero la proliferazione di notizie marginali e irrilevanti.

Magnani ribadisce la convinzione che lo sviluppo tecnologico ci ponga di fronte a una nuova realtà, a nuovi individui e, di conseguenza, a nuovi problemi la cui complessità comporta una soluzione che sia frutto della collaborazione, del confronto e dell’integrazione tra competenze diverse. La questione della privacy, a cui si è accennato prima, è esemplificativa in tal senso per la molteplicità di aspetti che tira in ballo (da un piano giuridico a uno morale). Magnani applica l’immagine del panopticon di Bentham alla rete informatica: Internet può essere visto come un moderno panottico che ci rende tutti visibili a chiunque sia posto in condizione di vedere. Non solo, si potrebbe andare oltre. Secondo alcuni, nel descrivere la realtà virtuale, ci sarebbe un’altra immagine, affine a quella del panottico, che si rivelerebbe ancora più pertinente: quella del panspectron, introdotta da Manuel De Landa nel suo libro War in the Age of Intelligent Machines (1991). Nel panspectron ad essere osservate non sono tanto le azioni individuali, quanto i comportamenti di massa (cosa abbiamo letto, consumato, dove siamo stati…), in quanto rivelatori di una serie di informazioni rilevanti, da cui è possibile trarre interessi di tipo economico e politico, sia a livello statale che a livello privato. A dover essere monitorati qui sono i “flussi di influenze”: l’obiettivo è registrare dettagliatamente più informazioni possibili che diano un quadro completo delle preferenze delle persone (non considerate nella loro individualità, ma in un’ottica macroscopica, come campioni o dati di mercato). A sorvegliare non è più l’occhio umano che osserva, come nel panopticon, ma il più sofisticato “sguardo” del computer, che registrando le informazioni attraverso lo spettro di segnali elettromagnetici, predice il comportamento attraverso modelli di analisi.

Per rispondere adeguatamente alle sfide del moderno panottico è necessario allora sviluppare nozioni adeguate e precise che eliminino il senso di incertezza dovuto a un sapere astratto e generale, da cui spesso deriva anche una ingenua stigmatizzazione dei risultati della scienza.

Sarebbe fondamentale, secondo Magnani, in primis arrivare alla formazione di “comunità della conoscenza”, basate sulla collaborazione tra diversi ambiti di studio e di ricerca e su una nuova idea di sapere e di distribuzione di esso; inoltre, dare un’importanza centrale al ruolo degli esseri umani in quanto “portatori di conoscenza”; infine, considerare i mediatori morali come fondamentali per delineare forme di eticità efficaci e applicabili. La conoscenza morale va intesa nei termini di una conoscenza distribuita in cui un ruolo centrale è giocato dai mediatori morali che, come i mediatori epistemici nella scienza – ossia come gli oggetti e le strutture esterne a cui vengono delegati ruoli cognitivi – attraverso un processo di oggettivazione della moralità, svolgono un compito inderogabile e consentono di delineare e accrescere nozioni e valori etici che altrimenti rimarrebbero nell’ombra.

Il cyberspace, creando nuove ontologie morali, produce nuove difficoltà nell’ambito della moralità e amplia la possibilità e la varietà di comportamenti riprovevoli. Siamo di fronte a esseri umani biologicamente locali, ma ciberneticamente globali: non è più possibile accontentarsi di sistemi di valori efficaci in passato, ma oggi non sufficienti.

Una risposta alla pervasività delle nicchie scientifiche è delineare una sorta di “counteractive cultural niche” che riesca a ribilanciare la situazione. La costruzione counteractive[11] di nicchie può avvenire in due modi: attraverso la modificazione dell’ambiente – gli organismi rispondono a un precedente cambiamento nell’ambiente per mezzo della modificazione fisica del loro stesso ambiente – o grazie al trasferimento nello spazio – gli organismi rispondono a un cambiamento nell’ambiente spostandosi o espandendosi in un luogo più adatto. Per far fronte agli effetti maladattativi della razionalità scientifica, si deve quindi provvedere a costituire una counteractive niche che, manipolando l’ambiente, crei artefatti e fornisca risorse che facilitino l’apprendimento e offrano una più immediata capacità di affrontare le alterazioni.

La modificazione dell’ambiente in cui viviamo diventa un elemento necessario per confrontarsi con i mutamenti implicati dal progresso scientifico: urge allora un affinamento delle nostre conoscenze e dei nostri modi di approcciarci al mondo. L’imperativo è evitare, da una parte, di incriminare la tecnologia in quanto tale, dall’altra, di sottovalutare i rischi impliciti in un uso poco consapevole dei suoi mezzi.

Il cigno nero e l’ignoranza come risorsa

Di fronte al problema della pervasività tecnologica vi è una soluzione alternativa rispetto a quella della conoscenza come dovere e che va nella direzione di una “ignorance society”[12]. Si tratta di un nuovo modo di rapportarsi con l’ignoranza, basato sulla convinzione che «nonostante il progresso e la crescita della nostra conoscenza, o forse a causa di tale progresso e di tale crescita, il futuro sarà sempre meno prevedibile»[13]. Questa è una delle tesi chiave del testo di Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero, in cui si mostra come l’Improbabile governi e condizioni totalmente le nostre vite. Il progresso scientifico fa emergere una quantità sempre maggiore di non conoscenza – science-based ignorance. La scienza, infatti, oltre ad accrescere il sapere umano, fa affiorare parallelamente incertezze, rischi e zone d’ombra: tutti questi elementi di non conoscenza, tradizionalmente considerate fonti di paure e angosce, possono rappresentare invece delle risorse primarie per gli individui, dal momento che i processi decisionali si svolgono spesso nell’ambito dell’ignoranza.

Taleb introduce la metafora del Cigno nero per indicare quegli eventi che rispondono a tre caratteristiche: sono isolati e non rientrano nel campo delle normali aspettative (sulla base del sapere attuale sono imprevedibili); hanno un impatto decisivo sulla realtà; sono eventi casuali, ma rispetto ai quali la natura umana tende a elaborare a posteriori giustificazioni della loro esistenza, al fine di renderli spiegabili e prevedibili. Secondo l’autore, bisognerebbe lasciare da parte ciò che è conosciuto e ripetuto per imparare a fare i conti e a sfruttare a nostro vantaggio tali eventi estremi ed eccezionali (come sono stati per esempio il successo di Google o la stessa nascita di Internet). Smettere di tralasciare ciò che non sappiamo e imparare a rapportarci con tutto quello che non rientra nella sfera del “categorizzabile”, ci renderebbe capaci di sfruttare le opportunità, cogliere il momento opportuno (il kairos) e pensare l’impossibile, attraverso la “pratica dell’incertezza”, in cui un ruolo centrale è giocato dall’immaginazione.

Sembra quindi necessario ripensare l’ignoranza in termini di risorsa, sulla base della consapevolezza che esiste una dimensione irriducibile di non sapere. In tal senso la soluzione di molti problemi può non dipendere da una forma di conoscenza ma da una legittima, razionale e giustificata ignoranza. Di fronte ad alcune questioni su cui abbiamo una conoscenza incompleta appare più conveniente agire in base a ciò che non si sa, piuttosto che a ciò che si sa. È fondamentale allora imparare a trattare con “le incognite sconosciute”, riconoscendo l’impossibilità di ridurre l’intera sfera della non conoscenza all’ambito del sapere e attribuendo ai Cigni neri un ruolo cognitivo centrale.  (temi.repubblica.it – Elena Giorza)

NOTE
[1] G. Anders, L’uomo è antiquatoConsiderazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, vol. 1, tr. it. di L. Dallapiccola, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

[2] H. Jonas, Dalla fede antica all’uomo tecnologico. Saggi filosofici, Il Mulino, Bologna 1991.

[3] Ibid.

[4] Id., Lo sguardo dalla torre, prefazione di G. Fofi, a cura di D. Colombo, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012.

[5] N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, trad. it. R. I. Rumiati, Apogeo, Milano 2009.

[6] A. Brey, D. Innerarity, G. Mayos, The ignorance society and other essays, Infonomia, Barcellona 2009.

[7] E. Morin, La testa ben fatta, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2000.

[8] N. Postman, Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business, Penguin Books, New York 1985.

[9] J. Ortega y Gasset, La rebelión de las masas, Revista de Occidente, Madrid 1930.

[10] L. Magnani, Prefazione, in Conoscenza come doverecit..

[11] M. W. Feldman, K. N. Laland, F. J. Odling-Smee, Niche construction: the neglected process in evolution, Princeton University Press, Princeton 2003. Si veda anche L. Magnani, Filosofia della violenza, Il Melangolo, Genova 2012, pp. 213-225.

[12] A. Brey, D. Innerarity, G. Mayos, The ignorance society and other essays, Infonomia, Barcellona 2009.

[13] N. N. Taleb, Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, Milano 2007, p. 21.

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