Alla domanda se i nostri guai siano tutta colpa del Titolo V della Costituzione è già stata data una prima risposta: no, perché quelle norme non sono responsabili della bassa qualità della classe politica, di cui alcune cause sono già state individuate: carriera politica molto remunerata e per questo appetibile; troppi finanziamenti ai partiti; indennità dei consiglieri regionali elevate, anche come ulteriore canale di finanziamento dei partiti attraverso il versamento di quote dell’indennità da parte dei consiglieri. (1) Un altro luogo comune da sfatare è che il Titolo V abbia un solo padre, e cioè il centrosinistra. Non è vero, perché la riforma riprende molti dei contenuti delle cosiddette leggi Bassanini che erano state votate anche dal centrodestra e perché il testo attuale coincide per più dei due terzi con il testo che la Camera dei deputati aveva votato quasi all’unanimità alla fine (com’è noto, infruttuosa) dei lavori della Commissione bicamerale D’Alema.

Inoltre, l’articolo 119, che disciplina l’aspetto forse più importante dell’ordinamento regionale, e comunque decisivo sul piano dell’effettività, ovvero la finanza, era stato condiviso anche dal centrodestra, che infatti non lo aveva modificato con la sua riforma del Titolo V, votata dal Parlamento, ma bocciata dal corpo elettorale con il referendum del giugno 2006.

Gli aspetti negativi del Titolo V derivano quindi, più che dalle disposizioni che lo compongono, dal fatto di non essere stato attuato con le necessarie leggi ordinarie né dal centrodestra, quando ha governato, perché non aveva interesse a dare attuazione a una riforma che non aveva approvato e che avrebbe voluto cambiare, né dal centrosinistra, in altre faccende affaccendato nel breve periodo in cui è stato al Governo (aprile 2006 – febbraio 2008). Perché, allora, il Governo, a meno di cinque mesi dalla fine della legislatura, presenta un disegno di legge costituzionale di modifica del Titolo V della Costituzione? Nella relazione si legge che i ristretti tempi che mancano al termine della legislatura sconsigliano la prospettazione di modifiche ampie e articolate, rendendo invece plausibile l’obiettivo di correzioni quantitativamente limitate e tuttavia significative. Vediamo se alle parole corrispondono i fatti.

Cominciamo dalla possibilità che il disegno di legge costituzionale entri in vigore: ci vuole una prima approvazione di entrambe le Camere, una pausa di tre mesi, e poi una seconda approvazione delle due Camere a maggioranza almeno assoluta dei componenti. Se, come sembra, si voterà il 7 aprile 2013, le Camere vanno sciolte almeno 45 giorni prima e cioè entro il 21 febbraio. Quindi, la prima approvazione, di entrambe le Camere, non può andare oltre la metà di novembre: pertanto, c’è un solo mese di tempo per la prima approvazione di Camera e Senato, in concomitanza con la legge di stabilità e il bilancio 2013.

Ne consegue che si può fare solo se c’è un largo consenso politico, come c’è senz’altro su qualche correzione, a favore dello Stato, nella ripartizione delle materie affidate alla competenza legislativa delle Regioni; sulla sottoposizione delle Regioni speciali “all’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali” (nuovo articolo 116); sulla soppressione del particolare meccanismo di controllo delle leggi siciliane. Non è pensabile, invece che, in meno di un mese, si possano cambiare le coordinate di fondo del nostro ordinamento regionale: a) introducendo la clausola di supremazia a favore dello Stato; b) riducendo gli spazi della legislazione regionale concorrente; c) ampliando le competenze dello Stato sui comuni.

Con la formula di chiusura, come la chiama la relazione al disegno di legge, lo Stato può intervenire con sue leggi in qualsiasi materia e quindi anche in quelle di competenza regionale per assicurare “la garanzia dei diritti costituzionali e la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica”. La formula di chiusura (cioè la clausola di supremazia) riscuote diffusi consensi perché fa risuonare antichi e mai sopiti istinti centralistici che sono maggioritari nella coscienza civica degli italiani. Deve però essere accompagnata, allora, da una Camera delle Regioni (o delle autonomie) che consenta al Parlamento di fare scelte che tengano in adeguato conto anche le ragioni della differenziazione, oltre a quelle della unitarietà. In mancanza, la (ineliminabile) vaghezza e (voluta) indeterminatezza del presupposto di intervento della legge statale – cioè la garanzia dei diritti costituzionali e la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica – si risolverebbe in una chiave passepartout per lo Stato, abilitato a disciplinare, con qualche escamotage non difficile da trovare, anche le materie di competenza delle Regioni.

Nelle materie di legislazione concorrente, oggi, lo Stato può solo dettare i principi fondamentali della materia, e non di rado la Corte ha dichiarato incostituzionali leggi statali perché non si limitavano a questo. Con la nuova formulazione spetta alla legislazione dello Stato “disciplinare i profili funzionali all’unità giuridica ed economica della repubblica”: il limite per lo Stato è molto più vago e le modalità della sua azione sarebbero più libere e discrezionali e quindi, ancora una volta, senza Camera delle Regioni, la ragioni della unitarietà avrebbero il sopravvento su quelle della differenziazione.

Con il progetto di legge in esame, lo Stato, inoltre, amplierebbe le sue competenze nei confronti dei comuni, aggiungendo a quelle attuali, i “principi generali dell’ordinamento” di tali enti. Si tratta, ancora una volta, di una formula polisenso¸ che testimonia però la volontà dello Stato di aumentare le sue competenze sugli enti locali, come se i comuni potessero essere regolati da un’unica disciplina dettata dal centro, invece che da normative regionali differenziate fra di loro, perché diverse sono la storia, la consistenza e i numeri dei comuni nelle varie Regioni: 92 in Umbria, 551 in Campania, 1206 in Piemonte, 1546 in Lombardia, e così proseguendo.

Pare dunque che il principio ispiratore del disegno di legge – che un commentatore qualificato come il presidente emerito della Corte costituzionale Ugo de Siervo ha ritenuto non solo “improvviso”, ma anche “un po’ imprudente” – sia quello di potenziare il centro, approfittando degli scandalosi fatti verificatisi in varie Regioni. Ma come funzionava lo Stato quando le Regioni non c’erano, l’abbiamo già visto. E se si vuole restare all’oggi, sul terreno del confronto tra scorrettezze e ruberie, quelle imputate a organi centrali (Angelo Balducci e la cricca docent per tutti) non sono meno numerose e deprimenti di quella imputate ai vari Fiorito o Zambetti. Ciò che va riportato a un dibattito nella sfera civile, culturale e politica è se abbia ancora senso e pregio l’idea che una comunità, comunale o regionale, possa ambire a governarsi da sola, quantomeno per taluni non insignificanti aspetti della propria azione sociale e politica, o se l’azione repressiva – quella sì, statale – sia l’unica medicina per i nostri mali. (www.lavoce.info)

Nota

(1) Valerio Onida, Il Sole-24Ore, 30 settembre.

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