Questo articolo prende spunto da un mio intervento al convegno “Salute e longevità con lo Yoga e l’Ayurveda” nell’ambito del progetto Grundtvig” (Programma di Apprendimento Permanente sostenuto dal dipartimento educazione e cultura della Comunità Europea) organizzato lo scorso 23 aprile dall’Associazione Yoga in Salento a Zollino (Lecce).

Io sono un fisioterapista poi osteopata ed ho iniziato a praticare yoga qualche anno fa. I benefici che già da subito ho potuto sperimentare su di me sono stati così incisivi da farmi appassionare sempre di più a questa disciplina. Così quando mi è stato chiesto di relazionare a quest’incontro il mio entusiasmo è stato veramente grande ed è stato semplice per me stilare un argomento anche se ho dovuto fare un’attenta selezione data l’enorme quantità di informazioni attinenti alla materia. Così ho scelto di parlare dello yoga dal punto di vista della mia esperienza professionale inserendo qualche confronto con l’osteopatia ritenendole due discipline affini e complementari.

Apro l’argomento con una citazione di Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia:

“Quando tutte le parti del corpo umano sono armoniche abbiamo una salute perfetta, quando non lo sono l’effetto è la malattia. Quando le parti vengono risistemate la malattia cede il posto alla salute.”

Innanzitutto, ciò che accomuna yoga ed osteopatia è la visione olistica o biopsicosociale della salute secondo cui salute e benessere si fondano su naturali e corretti stili e abitudini di vita (a cominciare da alimentazione e attività fisica) e su un atteggiamento positivo verso sé stessi, gli altri e l’ambiente che ci circonda. Punti fondamentali dello yoga, senza ombra di dubbio.

In questo concetto di visione globale l’osteopatia vede l’uomo come l’insieme di:

– materia, vista come la struttura, il sistema muscolo-scheletrico;

– movimento, il nostro motore, facente capo alle emozioni che sono strettamente connesse al sistema viscerale;

– spirito ossia la parte mentale, cognitiva, mediata dal sistema nervoso, in osteopatia individuato nel tessuto connettivo che è la dura madre.

Qualunque disciplina finalizzata al benessere dell’individuo vuole agire sui Potenziali Vitali. Essi sono le potenziali “aspettative di vita”. Noi tutti, in quanto esseri biologici, partiamo da un PVO (potenziale vitale originario) che è l’età di sopravvivenza dei tessuti biologici in condizioni ideali. Già dal momento della nascita il PVO si riduce ad un PVA (potenziale vitale attualizzato) che varia per ogni individuo e per ogni momento della vita, a causa delle abitudini alimentari, dello stile di vita e da motivi psicologici. L’intenzione è di innalzare il PVA rendendolo vicino al PVO.

In un discorso del genere non posso fare a meno di citare l’affermazione: “Noi siamo artefici della nostra realtà”

Tutto quello che avviene nel macrocosmo (l’ambiente attorno a noi) altro non è che una proiezione di ciò che avviene nel nostro microcosmo (il nostro mondo interiore). Le cose che vediamo o che sentiamo con i nostri cinque sensi vengono interpretate in modo diverso da ognuno di noi, perché il nostro modo di filtrare le cose si basa su passate esperienze ed associazioni (mappe mentali). Infatti i pensieri, le credenze e le percezioni condizionano ogni singola cellula del nostro corpo: capire il potere delle nostre emozioni, diventa il segreto della nostra salute.

Ormai da qualche tempo la scienza studia i meccanismi che legano psiche e corpo ed in particolare la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) si propone di ricercare la relazione tra mente-emozioni e sistema immunitario. È noto che i pensieri e le emozioni positive fanno salire i livelli di DHEA (ormone che combatte lo stress e favorisce il rinnovamento cellulare) e di IgA (immunoglobuline) per la difesa dalle malattie; di contro le emozioni negative provocano la diminuzione di entrambi facilitando la comparsa della malattia.

Qualcuno addirittura cerca di creare una vera e propria mappa della malattia che associa alle diverse zone corporee sofferenti degli specifici conflitti emozionali irrisolti.

Ovviamente nulla va mai generalizzato, bisogna sempre e comunque considerare tale schematizzazione come una verità probabile e non assoluta e valutare caso per caso nel contesto personale e sociale indagando sulla storia clinica attuale e remota.

Considerando valida una visione Psicosomatica si deve considerare altrettanto valida una visione Somatoemozionale in base alla quale un lavoro sul corpo può aiutare a liberare emozioni dannose e spesso nascoste dall’inconscio. Sia lo yoga che l’osteopatia agiscono proprio con questo intento.

Alexander Lowen parla di Bioenergetica e descrive come funzioni basilari della vita respirazione, metabolismo, energia e movimento. La respirazione è la base della vita, di ogni funzione perché fornisce alle cellule l’ossigeno necessario alle funzioni metaboliche. Il metabolismo permette la produzione dell’energia necessaria affinché l’organismo possa espletare ogni attività tra cui il movimento, espressione ultima del funzionamento cellulare. La quantità di energia di cui si dispone e l’uso che se ne fa determinano il modo in cui si risponde alle situazioni della vita. La mente e il corpo si possono influenzare reciprocamente. Questa interazione, tuttavia, è limitata agli aspetti consci o superficiali della personalità. A un livello più profondo, cioè al livello dell’inconscio, sia pensare che sentire sono condizionati da fattori energetici. I processi energetici del corpo sono in relazione con lo stato di vitalità del corpo. Alla nascita, un organismo è nel suo stato più vivo e fluido; alla morte la rigidità è totale, si ha il rigor mortis.

Non possiamo evitare la rigidità che viene con l’età!

Ciò che possiamo evitare è la rigidità dovuta alle tensioni muscolari croniche risultanti da stress prolungati. Ogni stress produce uno stato di tensione nel corpo. Normalmente la tensione scompare quando lo stress è eliminato. Le tensioni croniche, tuttavia, persistono anche dopo la scomparsa dello “stress” che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare inconsci. Disturbano la salute emotiva abbassando l’energia di un individuo, limitandone la motilità e l’autoespressione.

Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica per ridare vitalità e benessere emotivo alla persona. Lo yoga lo fa attraverso una pratica autonoma o guidata da un operatore, per entrare in contatto con le proprie tensioni e a rilasciarle tramite il movimento, la respirazione, la consapevolezza di sé. L’osteopatia utilizza una seduta terapeutica individuale mediata da un operatore, per individuare la zona di maggior tensione e ridarle mobilità.

Il modo in cui la funzionalità globale multisistemica del corpo si manifesta concretamente e visibilmente è la postura. Essa è la posizione complessiva che il corpo assume durante ogni istante della vita nel suo orientamento spaziale. E’ l’atteggiamento, la comunicazione, l’interazione di un individuo con se stesso e con l’ambiente. La postura viene influenzata da fattori psicologici, somatici, sociali ed ambientali. Ma soprattutto è influenzata dalla volontà e dalla possibilità. Ci tengo a sottolineare questi ultimi due fattori perché implicano la responsabilità di ciascuno sulla propria salute.

La postura è il risultato dell’interazione tra recettori, elaboratori ed effettori che devono coordinarsi al meglio per mantenere lo stato di salute al fine di soddisfare le tre principali esigenze dell’organismo:

– equilibrio (soddisfacimento dei bisogni)

– economia (riduzione dei consumi energetici)

– confort (allontanamento del dolore).

Il lavoro sulle asana nello yoga, o le tecniche manipolative nell’osteopatia, mirano a dare delle stimolazioni al sistema recettoriale laddove possibile (occhi, apparato vestibolare, articolazione temporo-mandibolare, recettori cutanei e podalici, sistema propriocettivo e sistema viscerale) per influenzare i sistemi di elaborazione (sistema tonico posturale e sistema fasciale) per avere un effetto sulla muscolatura della statica (posturale) e della dinamica (che genera il movimento).

Ovviamente yoga ed osteopatia agiscono in modi e su strutture differenti ed inoltre ci sono deficit che rientrano nella patologia sui quali non è possibile avere un effetto efficace. È per questo che è sempre necessario, laddove esista una patologia, avere delle conoscenze di fisiopatologia e la capacità di saper riconoscere il patologico al fine di avere l’assoluta certezza di non arrecare danni alla persona.

Nelle alterazioni posturali può modificarsi il centro di gravità che si sposta nel piano sagittale e/o frontale; così il soggetto per vincere la forza trazionante effettuerà un adattamento con una contrazione costante dei muscoli opponenti, con conseguente cambiamento posturale.

Una cattiva postura determina delle modificazioni negli atteggiamenti statici e dinamici (dettate dalle logiche strutturali e mentali dell’individuo che con l’età si deteriorano – anzianità – aumento dell’età media della popolazione) con conseguenti patologie muscolo-tendinee, articolari e cattive funzioni organiche.

Il tempo diventa quindi un fattore determinante e questo è importante soprattutto per ciò che riguarda l’aspetto della prevenzione!

Ho accennato agli organi effettori della postura, i muscoli, e ritengo doveroso puntualizzare che essi non agiscono, perlomeno in questa funzione, singolarmente ma lavorano coinvolgendo una serie di altri muscoli che sono organizzati secondo delle vere e proprie catene.

Così la muscolatura cinetica, ossia quella deputata al movimento, può essere suddivisa in quattro principali catene:

– catena retta anteriore (catena di flessione): unisce D1 al sacro prendendo relé sullo sterno, sul pube, sul coccige con l’intercalanza dei muscoli intercostali medi, grandi retti e perineali;

– catena retta posteriore (catena di estensione): formata dalla colonna vertebrale, dai dischi e dai muscoli paravertebrali con funzione soprattutto di appoggio, con i muscoli corti, è come una molla di richiamo, equilibra e modera l’azione dell’asse anteriore;

– catene crociate anteriori (CCA) sinistra (dall’emi-bacino S al torace D) e destra (dall’emi-bacino D al torace S);

– catene crociate posteriori (CCP) sinistra (dall’emi-bacino S al torace D) e destra (dall’emi-bacino D al torace S).

La muscolatura statica, cioè quella con funzione di congiunzione, invece è costituita da tre catene:

– catena muscoloscheletrica (dipende da scheletro, fasce, pressione intratoracica, pressione intraddominale);

– catena neurovascolare;

– catena viscerale.

Ai fini pratici l’importanza di queste nozioni sta nel modo in cui yoga ed osteopatia considerano il lavoro sul corpo. Lo yoga, con le sue serie di asana, lavora su intere catene di movimento mantenendo la consapevolezza ed il controllo cosciente su tutto il corpo dall’appoggio del piede alla direzione dello sguardo passando per il controllo del respiro, della cintura addominale e del coinvolgimento viscerale. L’osteopatia parte da una valutazione d’insieme che considera i sistemi muscolo-scheletrico, viscerale, cranio-sacrale per trattare disfunzioni che possono essere alla base di alterazioni tissutali in altre zone corporee anche a distanza.

Strettamente connesso alle catene muscolari e abbondantemente tenuto in considerazione sia dai praticanti yoga che dagli osteopati è il diaframma. Esso è un muscolo implicato sia nella statica che nella dinamica. Infatti i suoi pilastri posteriori si trovano soprattutto in relazione con le catene di estensione; la sua foglia anteriore è in relazione privilegiata con le catene di flessione per mezzo dei grandi retti; le foglie laterali invece lo sono con le catene crociate.

Contrae rapporti diretti con molti organi toraco-addominali: pericardio, pleure polmonari, fegato, reni, surreni, milza, stomaco, coda del pancreas.

È implicato in svariate funzioni: respirazione (dal diaframma inizia e finisce la vita, diceva A.T.Still), equilibrio delle pressioni toracica e addominale, parto, minzione, defecazione, modulazione della voce, tosse, statica e dinamica (rispettivamente per mezzo di cupole e pilastri), biomeccanica addominale, digestione (per via dell’orifizio esofageo), emozioni.

Il diaframma è il muscolo chiave della vita, funziona in modo continuo ma intermittente, per cui non sarà mai spontaneamente debole. Accade però molto spesso che il diaframma sia costantemente contratto, bloccato nel suo fisiologico movimento, ed in tal caso è necessario intervenire per liberarlo. Il diaframma è il catalizzatore delle funzioni parietali e viscerali, occorre liberarlo, ottenendo al tempo stesso un rilassamento emozionale.

Lo yoga interviene con l’allenamento attraverso esercizi di consapevolezza ed allungamento del diaframma; l’osteopatia tramite la liberazione delle strutture del diaframma e di quelle a distanza che gli impediscono di funzionare correttamente.

Quindi si può benissimo considerare lo yoga come disciplina per il corpo e lo spirito, sicuramente di supporto e mantenimento efficace all’osteopatia. La visione olistica ed il lavoro globale di base rende queste discipline affini e finalizzate al benessere totale, con effetti benefici sui piani muscolo-scheletrico, respiratorio, viscerale, psicologico-emozionale-motivazionale.

Concludo con una citazione di Edward Bach, perfettamente in tema:

“La salute è il nostro patrimonio, un nostro diritto. È la completa e armonica unione di anima, mente e corpo; non è un ideale così difficile da raggiungere, ma qualcosa di facile e naturale che molti di noi hanno trascurato.

e augurandomi che la lettura di questo articolo possa essere uno spunto di riflessione, di presa di coscienza e di apertura verso la consapevolezza ed una maggiore conoscenza di sé! (Dott. Marco De Matteis – Osteopata D.O.M.R.O.I. e Fisioterapista)

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