Attualità
“I beni culturali meritano ben altra attenzione”. Intervista al giornalista e scrittore Nicola Apollonio

“I beni culturali meritano ben altra attenzione”. Intervista al giornalista e scrittore Nicola Apollonio

Getting your Trinity Audio player ready...

Nicola Apollonio, giornalista, scrittore, esperto di comunicazione, con alle spalle una lunga carriera professionale, risponde alle nostre domande. Ha alle spalle una lunga carriera di cronista, inviato e scrittore. Ha festeggiato, due anni fa, i sessantacinque anni di attività di giornalista. Ha scritto decine di libri. Ha fondato e dirige da quasi mezzo secolo EspressoSud, una delle più prestigiose e longeve riviste del Mezzogiorno. Insomma, Nicola Apollonio è uno che di giornalismo e di cultura se ne intende. Non a caso ha ricevuto, oltre ad altri riconoscimenti, dal Comune di Aradeo, la sua città natale dove è ritornato dopo aver girato mezzo mondo, il premio “Cuori d’Onore” alla Cultura, nel 2007, e il “Premio Hermes alla Carriera”, nel 2024.

Nicola Apollonio ha sempre trattato temi legati al mondo della promozione territoriale e del turismo, che sono strettamente legati a quello della valorizzazione dei beni culturali, l’argomento dell’intervista che volentieri ci ha concesso. “Da queste parti — ci dice subito — sono le stesse pietre che ci raccontano storie di antichità e di cultura”.

A proposito di “giacimenti culturali”, espressione da lui coniata, Gianni De Michelis, ministro socialista degli anni ’80, diceva: “La cultura è il petrolio d’Italia, e deve essere sfruttata”. Direttore Apollonio, come va attualizzata questa affermazione?

“Quando si parla di giacimenti culturali si lega inevitabilmente il nostro passato col nostro futuro. La cultura non la si trova dietro l’angolo, arriva da lontano, attraversa mari e monti, rinverdisce usì e costumi di un tempo che ci sono stati tramandati dai nostri avi, entra nelle nostre case, nelle nostre scuole, negli ambienti di lavoro, e ci costringe — volenti o nolenti — ad accarezzarla e poi a rimodularla, rendendola nostra maestra e nostra amica. Aveva ragione il mio amico Gianni De Michelis nel sostenere che la cultura è il petrolio d’Italia. Ma bisogna saperne fare buon uso, non la si può attualizzare ponendola sull’altalena delle dispute paesane, occorre gestirla con grazia e con sapienza. Solo così può diventare fonte di ricchezza”.

Quanto è importante il ruolo della comunicazione e dell’informazione nella valorizzazione dell’enorme giacimento culturale di cui è ricco il mezzogiorno d’Italia e il Salento in particolare?

“Comunicazione e informazione vanno a braccetto. Sono due facce della stessa medaglia che sempre più spesso vengono usate soprattutto dalle aziende per raccontarsi, e sempre più spesso dai giornalisti, che le usano come racconto per informare. Non sto dicendo che il giornalismo è morto, ma dico che deve trovare un modo per reinventarsi, specie quando decide di andare a scavare nei tanti giacimenti culturali di cui il Mezzogiorno in generale e il Salento in particolare sono assai ricchi.Certo i nostri non sono più tempi dei grandi “viaggiatori” come Guido Piovene, Indro Montanelli, Paolo Murialdi e Vittorio Feltri, grazie i quali si vivevano momenti di effettiva crescita sociale e civile. Oggi ci scopriamo interessati più alle vicende dominate dalla rapidità e spesso anche dalla superficialità dei social media, per cui l’attenzione verso la cultura viene ignobilmente sacrificata. A tutto danno sia del lavoro giornalistico sia della crescita culturale dei giovani. L’informazione dovrebbe prestare più attenzione a tutto ciò che riguarda le conoscenze e le scoperte culturali».

Il turismo, in buona parte, è strettamente collegato al tema della valorizzazione dei beni culturali, si sta facendo abbastanza in questo settore che rappresenta una fetta importante della nostra economia?

“No, non mi pare. La nostra informazione preferisce privilegiare altri settori che hanno a che fare col turismo, riserva ampi spazi alla movida, ai numeri dei flussi, alle tante manifestazioni goderecce, alle sagre paesane, ma poco — molto poco — al mondo dei beni culturali. Eppure, il Salento avrebbe da far girare la testa a interi eserciti di turisti continuamente alla ricerca di segni importanti di un passato che, in buona parte, rimane ancora nascosto per ignavia o ignoranza. I nostri beni culturali meriterebbero ben altra attenzione. Ne guadagnerebbe lo spirito e anche l’economia”.

I dati dell’info point di Galatina evidenziano, nel 2025, un incremento di presenze del 268% delle quali più della metà sono stranieri, e l’andamento si presenta costante nel 2026. È anche questo un segnale di quanto I beni culturali siano funzionali allo sviluppo socioeconomico?

“Vale ciò che ho appena detto. Soprattutto gli stranieri — e il dato di Galatina ne è la conferma – si spingono fin quaggiù, nelle nostre contrade, proprio per ammirare le tante magnificenze esistenti, i palazzi in pietra leccese e le chiese, adornati, gli uni e le altre, con figure di un periodo artistico che celebra la teatralità, il movimento, la luce intensa e l’emozione. Li vediamo, in coppia o in gruppo, camminare nelle vie delle nostre città col naso all’insù, estasiati dall’immenso patrimonio artistico e architettonico. Li ritroviamo nelle campagne del basso Salento ad ammirare i furnieddhri, i dolmen e i menir… Ma l’informazione guarda altrove, dimenticando che da quelle visite si potrebbe ottenere anche una spinta verso uno sviluppo socio-economico importante, di cui si ciancia fra quattro amici al bar ma del quale si perdono le tracce nelle programmazioni degli addetti ai lavori”.

L’odierno significato di giacimenti culturali comprende non solo beni storici, archeologici, artistici ma anche un insieme di elementi immateriali tra cui le tradizioni popolari delle piccole realtà locali che in alcuni casi si stanno perdendo. Come possiamo salvaguardarle?

“Altra nota dolente! Indro Montanelli diceva che un Paese che ignora il suo passato è un Paese senza futuro. Niente di più vero. Che cosa sanno i nostri giovani della vita vissuta dai loro nonni e anche dai loro padri? Quasi niente. Soltanto di recente le Pro Loco e qualche sindaco con la vena della promozione turistica hanno pensato di mettere mano a quelli che si chiamano “elementi immateriali”, cioè le tradizioni popolari ormai quasi del tutto in estinzione. Le “tarantate” di Galatina, la cuccagna a mare di Gallipoli, la “pasquetta” fuori porta, la commemorazione di quello che fu l’eccidio più importante della storia salentina: 480 uomini e donne e bambini uccisi dagli Ottomani nel 1480 perché non rinnegarono la loro fede cristiana. E poi i balli sull’aia d’estate, la danza delle spade di Torrepaduli… Tutte tradizioni che possono essere ancora salvate, almeno in parte, con la buona comunicazione. Daje oggi e daje domani, come dicono a Roma, vedrai che tutto s’aggiusta. Speriamo!”.

 

Condividi: