Più di mezzo miliardo di dollari: è l’enorme ammontare di criptovaluta che, nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, è stato sottratto a Coincheck, la più grande piattaforma di scambio di criptovalute del Giappone. Il quale, a sua volta, costituisce una delle piazze più importanti al mondo per le monete virtuali, tanto da arrivare ad accentrare fino al 40 per cento delle contrattazioni, secondo quanto riporta il Financial Times. Poche ore prima dell’hackeraggio, il direttore operativo di Coincheck aveva dichiarato con orgoglio al quotidiano finanziario Nikkei di avere raggiunto una quota di mercato pari al doppio dell’immediato concorrente: “è una moderna corsa all’oro”.

In Disorder dei Joy Division, un cupissimo Ian Curtis cantava poeticamente: “Aspettavo che venisse una guida e mi prendesse per mano”. Quella strofa ha rappresentato il punto di svolta per un’intera generazione e ha messo in discussione, anche solo per un momento, la questione del conflitto generazionale che aveva animato la cultura giovanile sin dagli anni cinquanta. Il tema della libertà assoluta, tanto agognata dalla generazione dei baby boomer, protagonisti degli anni sessanta, viene ribaltato in una nuova mistica dell’autorità.

“L’importanza di essere Lucio. Eros, magia e mistero ne L’asino d’oro di Apuleio” è uscito da poco per Odoya, nella briosa collana “I classici pop”, diretta dall’autore di questo libro, l’immaginifico Franco Pezzini, animatore della Libera Università dell’Immaginario (per la quale tiene da anni corsi monografici), ma anche studioso dei rapporti tra letteratura, cinema e antropologia, con particolare attenzione agli aspetti mitico-religiosi e fantastici.

Il 26 giugno del 1967 – cinquant’anni fa – moriva don Lorenzo Milani, a casa della madre. Due giorni prima, a chi lo assisteva, tra cui Eda Pelagatti, aveva detto: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza. Un cammello che passa nella cruna di un ago». Il riferimento era alle sue origini borghesi di privilegiato, nato in una famiglia facoltosa di cattedratici agnostica ed ebraica da parte materna. Dopo la conversione al cattolicesimo nell’estate del 1943 rifiuterà quel suo status sociale e per tutta la sua vita – una nuova nascita, dirà il padre – si riferirà agli anni giovanili come a quelli «vissuti nelle tenebre e nell’errore».

In un libro di qualche anno fa, L’avventura della filosofia francese, Alain Badiou ha sostenuto che sarebbe esistito fra il 1943, anno di pubblicazione di L’essere e il nulla di Sartre, e il 1991, anno di apparizione di Che cos’è la filosofia di Deleuze e Guattari, un “momento” filosofico francese, paragonabile per ampiezza di respiro e novità tanto allo sviluppo del pensiero greco fra il V e il III secolo a. C. quanto alla stagione della filosofia classica tedesca, consumatasi fra il XVIII e il XIX secolo.

Cento anni fa, giusto in questi giorni, venivano recapitate a sceltissimi destinatari le poche decine di copie della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, stampata a Udine nel dicembre 1916. Almeno per quanto riguarda gli anniversari letterari, l’anno appena trascorso è stato generoso: il quinto centenario sia della pubblicazione del Furioso, sia del libro di Tommaso Moro che di lì a poco si sarebbe chiamato Utopia; il quarto centenario della scomparsa di autori del calibro di Cervantes e Shakespeare; il primo della pubblicazione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce e, come s’è detto, dell’ungarettiano Porto sepolto.

Di difetti, “Una vita come tante”, ne ha almeno due. Il primo è che passa sotto la pelle e come un virus resta in circolo, anche quando il libro è sul comodino, chiuso, dopo una notte a leggerlo incapaci di posarlo. Il secondo è il finale (che non sveleremo), ma che emana odor di editor, ovvero la richiesta di molte case editrici di “chiudere le storie”, di raccontare cosa succeda a Tizio e a Caio, privando il lettore della vertigine eccitante dell’immaginare. Per il resto, le mille e più pagine di Hanya Yanagihara sono un regalo. Di una densità sconcertante, scorticanti, poetiche.

Con Tullio De Mauro è scomparso un grande intellettuale e l’ultimo rappresentante con autentico rilievo pubblico di una fondamentale tradizione culturale italiana. Tale tradizione è stata protagonista nella vicenda nazionale degli ultimi secoli e, nel Novecento, ha nutrito un ceto politico o prossimo alla politica, di formazione laica, sparso dall’area liberale alla comunista. In quest’ultima area, in particolare, trovò formulazione l’idea che, orientato il cammino verso il meglio (così voleva la fede nel progresso della modernità), il traguardo potesse raggiungersi seguendo una “via italiana”. Da tale idea, il giovane De Mauro fu certamente marcato. A essa egli è rimasto fedele per tutta la vita.

Era nato a Poznan, in Polonia, Zigmunt Bauman, nel 1925, e aveva attraversato il tempo di ferro e di fuoco dell’Europa fra le due guerre, tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo: di origine ebraica, si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano. Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, influenzato da correnti eterodosse, senza mai però diventare anticomunista, e conservando un importante fondo storico-materialistico nel suo lavoro.